Quell’ultimo Kennedy ritrovato
Posted on | settembre 2, 2010 | No Comments
“È come se vi trovaste un telecomando in mano, nel 1963, e passaste di canale in canale. Questo è il mio documentario”.
Tom Jennings
L’unica concessione di Tom Jennings, il celebre filmmaker californiano che ha prestato la sua arte al caso Kennedy, è all’esordio: «Per la prima volta sono stati assemblati filmati locali e nazionali, reportage radio delle stazioni di Dallas e delle radio nazionali». Tutto il resto di The Lost JFK Tapes – The Assassination è assemblato senza interventi esterni, senza voci narranti, senza interruzioni. La massima fedeltà cronologica per riportarci, quasi cinquant’anni dopo, sulla scena del delitto in un crescendo di tensione. Con l’impressione reale, palpabile, per la prima volta, di esserci davvero, di poter ‘sentire’ il respiro di quei giorni, di capire cosa possa mai essere successo in quel weekend che sconvolse la storia del Novecento. Jennings, in reatà, ha scoperto l’acqua calda: non ha inventato niente. Non ha chiamato superesperti a testimoniare, non ha utilizzato modellini in 3D per spiegare le traiettorie dei colpi di Oswald, non ha cercato cecchini nei tombini o sul terrapieno di Dealey Plaza. Ha semplicemente messo insieme materiale finora spezzettato e alcuni girati quasi sconosciuti, agendo democraticamente (salvo nel caso del celeberrimo filmato di Abraham Zapruder: quello è stato vivisezionato troppe volte, impossibile non rivederlo senza scontare l’imprinting delle proprie convinzioni, meglio tagliarlo). Voci, suoni immagini sono stati scelti con maestria, saltellando dal notiziario nazionale alla piccola radio privata di provincia: ora per ora, Jennings ha dato spazio a chi, in quel momento, stava raccontando più da vicino il dramma di Dallas. Voglio condividere con voi i momenti salienti del programma.
Si comincia con la voce di un ignaro reporter che racconta, via radio, dei pericoli corsi da Kennedy: il presidente si ferma troppo spesso, nei suoi giri elettorali e non, a salutare la folla, facendo impazzire la scorta. Si passa, poi, alle riprese private nella sala riunioni dell’hotel Texas di Fort Worth, in una colazione organizzata dalla camera di commercio locale: Raymond Buck, il presidente, gli regala il classico cappello a tesa larga «per proteggersi dalla pioggia, anche se sappiamo che lei non indossa cappelli». JFK rifiuta di indossarlo, nonostante le insistenze, e lo restituisce a Buck invitandolo, a sua volta, a metterselo. Ma promette: «Me lo metterò lunedì alla casa bianca, venite a trovarmi e lo vedrete!» Una battuta innocente, che suona già angosciante e sinistra per lo spettatore che sa.
Il reporter riprende a raccontare: per la giornata del 22 novembre è previsto un pranzo nella hall dell’International Trade Mart di Dallas, con annesso discorso, e poi il trasferimento ad Austin per una cena strettamente elettorale: il costo è di 100 dollari a commensale. Ed è l’unica cena di raccolta fondi prevista nel viaggio del presidente nel Texas. Jennings ci fa ascoltare le comunicazioni via radio dell’Air Force One all’atterraggio del volo presidenziale, in arrivo dalla Carswell Air Force base di Fort Worth. I cronisti insistono sulle vast precautions previste dalle forze dell’ordine: poliziotti dappertutto, sui tetti, sulla pista. Il cronista non sa che sta per rivelare un particolare decisivo nella tragedia di Dallas: «Ha smesso di piovere e il cielo si è aperto». Se non fosse successo, se la pioggia avesse continuato a scendere, niente auto scoperta. E, forse, niente attentato.
Jennings utilizza buona parte dei filmati disponibili, eccezion fatta per quello di Zapruder, per mostrare il percorso del corteo dall’aeroporto di Love Field alla Dealey Plaza. Per la svolta della Limousine da Main Street in Houston Street c’è il girato dell’impiegato delle Poste Robert Hughes, il filmato sul quale, in Italia, si è costruito il falso scoop di un Oswald inquadrato alla finestra mentre fa fuoco. Jennings, quando il suo lavoro uscì nel novembre 2009, forse per lanciare in maniera più efficace il documentario dichiarò: «Ho avuto un tuffo al cuore quando la macchia confusa ha preso la sostanza di un corpo che mi ha fatto gridare: ma quello è Oswald!» In realtà lo stesso Jennings aveva specificato che non si trattava di un’immagine nitida, solo di ombre. Ombre che, con un televisore di grandi dimensioni e utilizzando la versione restaurata del filmato, Jennings sostiene di aver visto alle due finestre del sesto piano del deposito dei libri pochi secondi prima degli spari: quasi Oswald stesse ancora scegliendo quella dalla quale fare fuoco (1).
Fa un certo effetto vedere l’automobile presidenziale che passa davanti al portone del Texas School Book Depository: è possibile rivivere quei momenti grazie al filmato di Tina Towner, una ragazzina che sostava col padre all’angolo tra Houston ed Elm Street. Gli istanti fatali sono rievocati con le riprese di Orville Nix, il cui girato è il controcampo rispetto al filmato di Zapruder.
Poco dopo mezzogiorno del 22 novembre. Su WFAA TV, emittente texana già in voga negli anni Sessanta, è in onda il tradizionale Julie Bennell Variety Show, un programma per casalinghe. In tutta la sua provinciale umanità, all’ora di pranzo, miss Bennell ospita una giovane signora che descrive un vestito per l’inverno con una zip nascosta sulla manica. All’improvviso la scena cambia: compare Jay Watson, il direttore dei programmi della rete. Dietro di lui un tendone. È terreo, fatica a star fermo, a tener saldo il foglio in mano, anche a parlare.
Buon pomeriggio signore e signori, mi scuserete se sono senza fiato ma circa 10 o 15 minuti fa un fatto tragico, da tutte le indicazioni che abbiamo in questo momento, è successo nella città di Dallas. Fatemi leggere questo… e io… mi scuserete se mi manca il fiato. Un bollettino, arriva dalla United Press da Dallas: “Il presidente Kennedy e il governatore John Connally sono stati freddati da proiettili di assassini nel centro di Dallas. Erano a bordo di un’automobile scoperta quando i colpi sono stati esplosi. Il presidente, il suo corpo si è afflosciato nelle braccia di sua moglie, Jacqueline, è stato trasportato di urgenza al Parkland Hospital.
Più avanti si ritrova Oswald. In uno dei passaggi nei corridoi della centrale di polizia, un cronista gli domanda se avesse usato lui quel fucile trovato al sesto piano del deposito. La risposta in politichese, secca e formale di Oswald è scioccante se si considera che arriva a caldo da un uomo che si è sempre detto del tutto estraneo ai fatti, quasi un passante acciuffato per caso e incolpato del delitto del secolo: «I don’t know what dispatches you people have been given but I empathically deny these charges (Non so quali indiscrezioni vi siano state date ma respingo con fermezza queste accuse)». Anche qui Jennings centra l’obiettivo: far rivivere l’atmosfera che si viveva in quelle ore a Dallas. Sconcerto, confusione, stordimento. E questo Lee Harvey Oswald, che qualche cronista insiste a chiamare Lee Harmon, le cui reazioni lasciano sbigottiti. Diventa chiaro a tutti in pochissimo tempo che, solo o meno, Oswald c’entra con la morte di Kennedy. Altro che complotti internazionali, inflitrati della CIA, servizi deviati: dalle scene nel piazzale del pronto soccorso, dove si cerca di organizzare un minimo di sicurezza per un Lyndon Johnson vicino allo svenimento, alle riprese degli ospiti in inutile attesa al Trade Mart, tenuti informati dall’affranto J. Erik Jonsson, il fondatore della Texas Instruments («Non sono sicuro di riuscire a dirvi quello che sto per dirvi, mi sento come uno dei nostri soldati a Pearl Harbour»). Sembra tutto – anzi, tutto è - affannosamente improvvisato.
Si assiste al dramma di quel profondo Sud dove il capo della polizia, l’anziano e stravolto Jesse Curry, l’ingessato ma chiaramente scioccato procuratore distrettuale Henry Wade e tutti i rappresentanti politici locali gestiscono – malamente – una situazione palesemente più grande di loro. Buona parte degli equivoci e degli appigli usati, poi, da chi sostiene una cospirazione arrivano proprio da frasi, scivolate, rettifiche frutto di una sincera incapacità nel gestire l’enormità degli accadimenti, non di un maldestro tentativo di coprire i veri assassini di Kennedy.
I giorni successivi, col triste tentativo di tornare a un’impossibile normalità, vengono raccontati da Jennings nello stesso modo: scegliendo gli spezzoni più pregnanti. Il primo discorso di Johnson al Congresso, i preparativi per il funerale, l’attentato di Ruby a Oswald che, mostrato nella sua interezza, con Ruby che gironzola per la centrale di polizia “perché tutti lo conoscono”, come il classico imbucato e ammanicato che in tutti i paesi, in tutte le città si può facilmente trovare, chiarisce quanto sia stato frutto del caso e non di un’altra macchinazione.
Non c’è niente di nuovo, non c’è Oswald col fucile in mano, non troverete notizie mai scovate. Eppure questo lavoro di Tom Jennings ha tutta l’aria di essere tra i più importanti nella ricerca della verità. Vi consiglio di non perdervelo.
(1) Ho osservato più volte lo spezzone del filmato riportato da Jennings, su supporto DVD e con uno schermo da 50 pollici. Sinceramente? Non ho visto alcunché.
Tags: International Trade Mart > J. Erik Jonsson > Jay Watson > Julie Bennell > Lyndon Johnson > National Geographic > Orville Nix > Raymond Buck > The lost JFK tapes > Tina Towner > Tom Jennings > WFAA-TV
Lost & Found
Posted on | luglio 11, 2010 | 3 Comments
Per ora niente da fare: in Italia National Geographic Channel non ha intenzione di trasmettere The Lost JFK Tapes, il lavoro del documentarista Tom Jennings mandato in onda lo scorso novembre negli Stati Uniti. Neanche il gruppo Espresso, di cui fa parte l’edizione italiana del canale, ha in animo di rendere disponibile il lavoro per il pubblico italiano. Un documentario che prometteva di mostrare uno studio sul filmato di Robert Hughes dal quale, secondo Jennings, sarebbe possibile scorgere un uomo che si muove dietro la finestra del sesto piano del Deposito.
Sto per esaminare il lavoro, ci vorrà un po’ di tempo ma troverete presto qui su johnkennedy.it il resoconto su una ricerca che, salvo il clamore che ogni 22 novembre accompagna le solite (presunte) ‘scoperte’, è passata sostanzialmente sotto silenzio. Nel frattempo, dovesse interessarvi procurarvi una copia dei Lost JFK Tapes potete cliccare qui e acquistarla su Amazon. La si trova a prezzi interessanti.
Tags: Amazon > National Geographic > Robert Hughes > The lost JFK tapes > Tom Jennings
Copia carbone: l’inchiesta Plumley
Posted on | giugno 30, 2010 | No Comments
Ho finalmente visto per intero The day the dream died (Il giorno in cui morì il sogno), il documentario realizzato da Chris Plumley nel 1988 e reso celebre da Channel 4 nonché, qualche anno dopo in Italia, da Giovanni Minoli, in due diverse puntate del suo format Mixer. Del programma di Minoli, della quantità e del peso degli errori di quelle due puntate johnkennedy.it si è già occupato qui. Quello che non mi era chiaro, già nei primi anni Novanta, era quanto l’inchiesta di Plumley coincidesse con quella di Mixer: Minoli, difatti, cita solo un paio di volte Plumley nel corso delle puntate e lo definisce, genericamente, “testimone e autore della ricerca”. Plumley risulta, a tutt’oggi, nella lista degli autori della casa indipendente RiceNpeas.
Ebbene, la puntata di Mixer è invece la copia esatta di The day the dream died. Le parole di Minoli, quando interrompe il filmato per rientrare in studio tra uno spezzone e l’altro, sono le stesse utilizzate da Plumley nel documentario originale. Insomma, d’accordo che la Rai comprò il lavoro di Plumley ottenendo il diritto di riproporlo in Italia pari pari: siccome è stato utilizzato fino al midollo, però, sarebbe allora stato più coerente trasmetterlo con una mera traduzione inglese-italiano, non ‘adattarlo’ a Mixer senza che lo spettatore avesse contezza di quanto fosse farina del sacco della redazione di Minoli e di quanto, invece, arrivasse dal documentario acquistato. Vi posso dire, a lavoro visto, che i contenuti appartengono al 100% a Plumley. E così tutti gli errori, quasi mai giustificabili nonostante i 22 anni trascorsi dall’inchiesta, concepita in un periodo nel quale le indagini non potevano disporre delle tecnologie che hanno reso il lavoro dei riceracatori molto più semplice. Ecco, sono trascorsi tanti, forse troppi anni da quelle trasmissioni, però so per esperienza (conservo qualche centinaio di lettere al riguardo) che buona parte del pubblico italiano si è formato, negli anni Ottanta e Novanta, un’opinione sul caso Kennedy proprio con questa inchiesta di Chris Plumley trasmessa da Minoli (e, chiaramente, con il film di Oliver Stone, pure quello peraltro debitore confesso di Plumley). Su YouTube è reperibile l’intero documentario: se volete lo ripercorriamo insieme, fermandoci sui punti salienti.
- Le dieci domande. Plumley comincia male, facendo pensare a un’inchiesta non solo preconcetta ma anche disinformata. Perché si fa, e ci fa, delle domande le cui premesse sono tutt’altro che certe. “La bara di Kennedy arrivata a Washington era incontestabilmente vuota, perché?”, o ”Cosa ebbe da guadagnare Lyndon Johnson dalla morte di Kennedy”? Per fortuna Plumley apparirà partigiano, sì, ma non così sprovveduto nel resto del lavoro.
- Mary Ferrell e la presunta scoperta, con Gary Mack e il fotografo Robert Groden (che Minoli chiama “Grod”), della colonna sonora dell’assassinio. Di Gary Mack è opportuno ricordare che, dopo anni di cieco complottismo - tanto che il curioso disco 45 giri con l’audio degli spari, del quale parliamo fra poco, fu promosso e venduto proprio da Mack negli anni Settanta - si è ravveduto. Oggi Mack dirige il Sixth Floor Museum con un atteggiamento finalmente serio ed equilibrato sulla vicenda). Purtroppo la vicenda dell’audio della sparatoria è un falso spacciato per verità. Vero è solo che un agente del seguito di Kennedy aveva lasciato inserito il segnale radio della sua motocicletta e che, quindi, la centrale di Dallas registrò una “colonna sonora” del suo passaggio in Houston ed Elm Street. Ed è vero che la registrazione venne presa in considerazione dalla seconda grande inchiesta ufficiale sull’assassinio, quella dell’HSCA, circostanza che portò la commissione, ormai a fine lavoro, a inserire una conclusione su un complotto “probabile al 95%” solo in virtù di quel nastro. Però Plumley omette due circostanze decisive: la prima è che le detonazioni offerte nel suo documentario sono una riproduzione in studio, non quelle originali. Nell’originale si sentono solo dei fruscii (ascoltate la colonna sonora originale, rispetto a quella presentata da Plumley). La seconda risiede nel fatto – e Plumley non poteva non saperlo – che H.B. McLain, il poliziotto motociclista che inavvertitamente registrò quei minuti, era troppo attardato per poter registrare davvero i supposti spari in Elm Street. Cosa che McLain ripeté anche sotto giuramento, ricordando che dopo gli spari accelerò a tutta, accendendo la sirena, per seguire l’auto del presidente. Eppure il nastro non registra né la sirena, né le urla del pubblico. I filmati di Nix, Zapruder, Dorman mostrano peraltro con chiarezza la vera posizione di McLain, decisamente attardato rispetto a Kennedy e non in grado di registrare alcunché. Ma la prova più convincente fu scoperta per caso da uno studente, Steve Barber, nel 1979. Barber aveva acquistato un disco, allegato alla rivista Gallery, che prometteva di svelare al grande pubblico la colonna sonora dell’assassinio. E si accorse, per caso, di una voce verso la fine della registrazione: “Hold everything secure”, diceva, cioè “Metti tutto al sicuro”. E sul secondo canale della polizia queste parole coincidevano esattamente con quelle dello sceriffo Bill Decker, che stava evidentemente commentando il post sparatoria: “Hold everything secure until the homicide and other investigators can get there”, cioè “…finché la omicidi e gli altri investigatori non arriveranno”. Queste parole furono pronunciate almeno un minuto dopo gli spari, e quindi quei “crac” che si sentivano nel Dictabelt, e che qualcuno volle interpretare come fucilate, non potevano essere legati ai presunti spari. L’Accademia delle Scienze corroborò la scoperta di Barber, in sostanza sbugiardando gli esperti che avevano prestato servizio per l’HSCA. Si tratta di una questione importante, perché la responsabilità di quella conclusione così avventata della Commissione arrivò esclusivamente in forza della scoperta di quel nastro audio, tanto che la stessa HSCA fu costretta ad ammettere che, nastro a parte, non esistevano altra prova o indizio della presenza di sparatori in Dealey Plaza che non fossero Lee Oswald.
- James Tague, il terzo ferito di Dallas, non fu mai interrogato. Certo, non fu mai interrogato dalla CIA, come avrebbe voluto Plumley, perché la CIA non aveva giurisdizione sul caso Kennedy e non condusse alcuna indagine. Invece, al contrario di quanto affermato, fu ascoltato dall’FBI, che raccolse la sua testimonianza il 23 luglio 1964. (anche johnkennedy.it ha raggiunto e intervistato Tague).
- Il vicesceriffo Buddy Walthers trova un proiettile e se lo mette in tasca. Questo vorrebbe suggerire che ci fu un quarto sparo occultato. La scena è documentata fotograficamente, tuttavia Plumley non informa il pubblico del fatto che Walthers dichiarò sempre di aver trovato non già un proiettile o un frammento di proiettile sul prato, ma un frammento osseo. E che il presunto proiettile che viene mostrato in un ingrandimento pare essere un oggetto appoggiato al terreno, circostanza non credibile nel caso di una palla sparata da un’arma da fuoco in direzione del corteo.
- Orville Nix filma l’attentatore dal poggio erboso. Il regista Charlier lo identifica. Si tratta di un altro falso. Difatti il filmato di Orville Nix non inquadra alcun attentatore, solo un fumosissimo fondale di luci e ombre nel corso della rapida carrellata. Plumley - e con lui tutti i ricercatori che hanno sposato l’ipotesi del cosiddetto Badge Man – decidono di vedere un uomo che imbraccia un fucile sulla collinetta (Badge Man perché i più arditi sono riusciti a scorgere anche un distintivo appuntato al petto del killer). In realtà il fotogramma da cui si dovrebbe scorgere lo sparatore è questo. La sagoma mostrata da Plumley, invece, è una controfigura utilizzata da Charlier, sovrapposta al filmato di Nix. Non dirlo significa alterare scientemente le prove.
- I dipendenti assenti. Plumley cerca di contraddire la commissione Warren affermando che, al contrario di ciò che si legge nel Rapporto, Lee Oswald non era l’unico dipendente assente dal deposito dopo gli spari. Vero. Quello che Plumley non dice è che gli altri lavoratori erano in permesso. Lee Oswald, invece, dopo la pausa pranzo delle 12 e 30 si allontanò dall’edificio senza chiedere alcuna autorizzazione.
- Tre colpi in 5,6 secondi. La commissione Warren non sostenne mai che i tre colpi fossero stati sparati in soli 5,6 secondi. Risultò un lasso di tempo minimo di 5,6 secondi, massimo di circa otto. La ricostruzione della sparatoria non lascia dubbi: tre colpi in meno di otto secondi erano fattibili, tutt’altro che proibitivi.
- Oswald incapace di tirare, Carcano arma innocua. Qui Plumley utilizza, come tutti i cospirazionisti del resto, una battuta di un commilitone di Oswlad, Nelson Delgado, che disse davanti alla tv: “Per quello che ricordo, sparava molto male”. Eppure l’abilità di Oswald al tiro è comprovata, così come è assodato il fatto che i tre colpi sparati a Kennedy fossero facili e non, come fu ripetuto per decenni al pubblico, “tre tiri da record del mondo”. Plumley, poi, azzarda che il Carcano, il fucile di Oswald, fosse un’arma “innocua, umanitaria”. Un equivoco incredibile che, tuttavia, è circolato indisturbato per decenni, così come quello dell’arma di Oswald definita ”fucile giocattolo”. Il Mannlicher Carcano è un’arma della seconda guerra mondiale, un’arma vera, capace di uccidere a chilometri di distanza, ben più dei sessanta-cento metri della sparatoria Kennedy. Umanitarie, in tragicamente ironico senso militare, erano le pallottole full metal jacket, rivestite in modo da trapassare e non creare le ferite devastanti che una palla frammentata causa nel passaggio attraverso un corpo. Per informarvi sulla questione delle capacità di Oswald e sulle caratteristiche del fucile di Oswald potete leggere qui.
- La conferenza stampa dei medici di Dallas. Un altro cavallo di battaglia per chi sostiene l’esistenza di un complotto. La tesi fa leva sulle prime dichiarazioni di un medico del pronto soccorso, Malcolm O. Perry, secondo cui la ferita alla gola era in entrata, quindi Kennedy era stato colpito da davanti. In realtà Malcolm Perry disse, sì, che la ferita “poteva anche essere di entrata” ma, più nel dettaglio, solo in un secondo momento potè spiegare le sue affermazioni ‘a caldo’ che involontariamente, e in parte grazie all’opera di distorsione dei media, diedero carburante ai motori della cospirazione nella testimonianza che rese agli inquirenti. Da medico del pronto soccorso, infatti, non aveva né la preparazione né il compito (né il tempo) di stabilire tipo e natura delle ferite di Kennedy. La sua esperienza di ferite da arma da fuoco era prossima allo zero. La sua attenzione fu quasi del tutto assorbita dal tentativo di salvargli la vita, tanto che non solo ebbe l’impressione (rivelatasi poi errata) che il colpo alla gola fosse stato sparato da davanti, ma anche – circostanza che Plumley evita di citare – che quello stesso colpo fosse poi uscito dalla testa (cfr. la conferenza stampa integrale di Perry e del dottor Clark: a un certo punto i due ipotizzano che ci fosse un foro di entrata alla gola e di uscita alla testa, o in alternativa una ferita tangenziale alla sola testa con l’aggiunta di una ferita alla gola). Perry, invece, venne fatto passare per il giovane medico che dice la verità, ingenuamente, e poi viene richiamato all’ordine sotto minaccia dall’autorità e ritratta tutto. Anche per questo motivo decise, saggiamente, di non concedere più interviste per tutta la sua vita (Perry è spirato nel dicembre 2009).
- La bara di Kennedy. Argomento conturbante. Plumley mostra la testimonianza di due infermieri e di un medico. Il primo infermiere e il dottore sono quelli che hanno soccorso Kennedy a Dallas. Il secondo infermiere, invece, è di quelli che accolsero il feretro di Kennedy a Washington. Plumley afferma che, durante il viaggio dal Texas alla capitale, il corpo di Kennedy fu trafugato e reso oggetto di un macabro tentativo di operazione chirurgica per rendere le ferite compatibili con la tesi dell’unico assassino da dietro. Una boutade pittoresca che merita di essere smentita solo nella sua parte relativamente agganciata alla realtà, cioè le parole dei due infermieri. Anzi, di uno solo, di Paul O’ Connor (qui interrogato, dal minuto 4:39 del filmato, nel ‘processo televisivo’ intentato a Oswald nel 1986) il quale descrive una bara totalmente differente da quella in cui fu adagiato il corpo del presidente. Non ci sono altri indizi o prove di questa ‘seconda bara’ se non le sue parole. Invece ci sono le prove di un ricordo errato di O’ Connor, che spesso andò ripetendo che nel cranio di Kennedy non ci fosse più il cervello. Le immagini e documenti dell’autopsia rivelano al contrario che il cervello di Kennedy, seppur gravemente danneggiato, c’era. Tanto che fu asportato e messo sotto formalina (e quando, anni dopo, sparì dagli Archivi Nazionali, paradossalmente si gridò al complotto). I casi sono due: o l’infermiere ricorda male, come nel caso del cervello, o mente.
- I testimoni scomodi. Plumley parla e mostra le fotografie di 32 persone coinvolte in vario grado nella vicenda Kennedy e che, per lui, sarebbero state uccise o sarebbero morte in circostanze sospette. Suggerendo, insomma, che tutti i testimoni scomodi sarebbero stati eliminati. Una lista che l’autore Jim Marrs ha aggiornato ad addirittura 103 morti misteriose. Un ricercatore del caso Kennedy, il professore universitario John McAdams, ha studiato la vicenda di ciascun personaggio: la conclusione più ovvia è che, nella quasi totalità dei casi, non c’è alcunché di sospetto né nelle circostanze, né nelle tempistiche della morte di personaggi più o meno legati ai fatti di Dallas.
- L’impronta del palmo di Oswald. Plumley suggerisce che quell’impronta non fu mai trovata dagli agenti di Dallas, e che solo dopo la morte di Oswald fu stranamente rinvenuta dall’FBI (da qui, peraltro, la scena surreale mostrata da Oliver Stone del cospiratore che entra nella morgue e imprime l’impronta sul calcio del fucile alzando il braccio destro del cadavere di Oswald). Le prove che incatenano Oswald al Carcano sono tante e tali che non ci sarebbe neanche bisogno dell’impronta, tuttavia la vicenda si svolse diversamente. L’impronta fu rilevata a Dallas dal tenente J. C. Day. Nella sua testimonianza, Day parla di come rilevò quell’impronta. Era un’impronta molto debole. Il guaio fu che l’intromissione dell’FBI nella vicenda creò una situazione poco chiara, che viene ricostruita qui.
- Il proiettile che ha causato “solo la ferita al polso”. Plumley mostra il cosiddetto proiettile magico, sottintendendo che mai avrebbe potuto causare sette ferite rimanendo quasi intatto, e un proiettile di confronto che “causò solo la ferita al polso”. Probabilmente Plumley intendeva dire una ferita al polso, non quella al polso del governatore Connally, per la quale non è mai stato presentato un proiettile ad hoc. A parte l’errore nel testo del documentario, è sbagliato anche il paragone: sparare un colpo a distanza ravvicinata produce una forte deformazione della palla. Deformazione che, invece, nel caso di un colpo che ha già trapassato due corpi a una certa distanza non avviene, data la ridotta velocità del proiettile. Un concetto balistico elementare che Plumley evita di spiegare, suggerendo invece il concetto di “buon senso” (ma contraddetto dalla scienza balistico-forense) che per causare sette ferite un proiettile deve danneggiarsi molto più che nel cagionarne una sola.
Tanto dovevo a Plumley, il cui lavoro è senz’altro stato mosso dalla passione ma che, purtroppo, ha contribuito a creare un’opinione falsa e difficilmente scalfibile – stante la forza dei documentari ben montati e costruiti ‘a tema’ - su quanto davvero successe in Dealey Plaza il 22 novembre del 1963. Mi auguro che, nel frattempo, il documentarista inglese abbia cambiato parere.
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