Addio Giuseppe
Posted on | gennaio 9, 2010 | No Comments
Ho saputo oggi della scomparsa di Giuseppe Sabatino, avvenuta il 3 gennaio 2010. Un signore ancora giovane, che non avevo mai conosciuto personalmente ma col quale avevo a lungo discusso del caso Kennedy. Mi spiace davvero molto.
Non sapevo nulla di lui, non ci eravamo mai incontrati. Solo che era un grande ’divoratore’ di conoscenze sull’omicidio del presidente e che, nonostante ci si fosse misurati spesso senza mezzi termini, le sue argomentazioni erano sostenute da un’autentica passione. Non la pensavamo allo stesso modo: pazienza. Mi spiace non aver mai avuto occasione di parlargli: chissà, forse ci saremmo venuti più incontro. Non so come possano arrivare ma alla sua famiglia vanno le mie condoglianze e i miei pensieri. Mi auguro non abbia sofferto. Addio Giuseppe.
Trovate il lavoro di Giuseppe Sabatino qui: www.jfkennedy.it
Il terzo ferito di Dallas
Posted on | gennaio 7, 2010 | No Comments
Oggi ha 73 anni, è pensionato e vive a Plano, in Texas. Venerdì 22 novembre 1963 James T. Tague era un giovane commerciante di automobili, impiegato alla Cedar Springs Dodge. Voleva raggiungere la fidanzata a Dallas, passando per Commerce Street all’ora di pranzo. Pessima idea. Venne bloccato da un traffico infernale non appena passato il cavalcavia che tuffa in città. Scese dal suo veicolo per vedere ciò che capitava più avanti, nello slargo di Dealey Plaza. Ah, già: stava per transitare il corteo del presidente Kennedy. Senza volerlo, Tague sta per diventare una celebrità. Un frammento di un proiettile, sparato contro il corteo presidenziale e andato a vuoto, rimbalza sull’asfalto di Elm Street e colpisce la base del marciapiede proprio davanti a lui. Una scheggia di cemento gli graffia la guancia. James non se ne accorge, non subito. Corre a raggiungere la folla che si è radunata in piazza dopo l’attentato, gente che si guarda in giro terrorizzata: chi ha capito, chi intuisce, chi non si è accorto di niente. Tague si imbatte nello sceriffo Buddy Walthers che nota il graffio e lo accompagna nuovamente sul marciapiede, dove trova i segni della scheggiatura. Intento a raccontare l’accaduto in centrale di polizia poco più tardi, gli passa di fianco un uomo appena arrestato per l’omicidio di un poliziotto. Quell’uomo è Lee Harvey Oswald. “In quel momento non avevo idea dello scenario che sarebbe venuto fuori: quel tizio aveva sparato a Kennedy e, senza volerlo, ferito anche me. O almeno, così la versione ufficiale vorrebbe far credere a tutti”.
Perché la versione ufficiale dei fatti non è esattamente quella di Tague, che ha voluto scrivere la sua storia e l’ha racchiusa nelle poche pagine di Truth Withheld: a survivor’s story (“Verità nascosta: la storia di un sopravvissuto”). Un libro scritto “perché non sapremo mai la verità sull’assassinio di JFK”.
Ma quanti motivi sussistono per sentire la campana di Tague? Uno solo: la sorte che lo ha voluto testimone diretto della tragedia, tecnicamente come terzo ferito di Dallas in quel giorno che cambiò per sempre l’America. Anche se Kennedy morì, il governatore Connally se la cavò dopo aver rischiato di andarsene mentre lui ebbe meno danni che dalla visita importuna di un’ape. In quell’autunno del 1963 sapeva poco o nulla della visita pre-elettorale di Kennedy nel profondo Sud ma, col passare degli anni, si interessò alla vicenda che, per sua bocca, divenne “sospetta”. Tague non è stato un testimone-star. Non ha cercato di lucrare sull’assassinio di Kennedy. E a tutt’oggi rifiuta di pensare che una fantomatica quanto sgangherata cospirazione governativa abbia potuto creare una verità di comodo incolpando l’innocente Oswald. oswald c’entrava eccome, e ha sparato. Eppure il terzo ferito di Dallas non riesce a credere che un povero svitato abbia compiuto il delitto del secolo da solo e, per non voler accettare la realtà più odiosa, cade nei più prosaici argomenti della retorica cospirativa. Il proiettile che zigzaga, la testa di Kennedy che si muove all’indietro, i tempi della sparatoria: tutte speculazioni smentite dalla scienza medica e forense che, per il signor Tague, diventano “prove inconfutabili del fatto che più di un uomo sparò a Kennedy”. Tague, dopo quasi mezzo secolo, è rimasto fedele a un dato, quello degli spari: “Sentii tre soli colpi e tre colpi li sentirono praticamente tutti gli spettatori, non un colpo di più, non uno di meno”. E la stessa CIA di cui Tague nega ogni coinvolgimento avrebbe, secondo lui, finanziato gli esuli cubani per organizzare operazioni clandestine contro il regime di Castro. Quegli stessi esuli che, sempre secondo lui, avrebbero pianificato e messo a segno l’attentato contro il presidente Kennedy.
- Signor Tague, perché un libro sulla tragedia di Dallas dopo quarant’anni dall’assassinio? Ha forse scoperto qualche verità clamorosa?
No. Anzi, non si può evitare di ammettere che Lee Harvey Oswald fosse in qualche modo implicato nella vicenda: ci sono troppe prove per non doverlo riconoscere. Oswald può aver sparato tutti e tre quei colpi che sentimmo quel giorno in Dealey Plaza, così come può essere stato usato come una marionetta, ma non sapremo mai per certo come andarono le cose quel giorno.
- Lei quindi non sa chi abbia sparato quel colpo che urtò il marciapiede e che, la ferì alla guancia?
No. Ma non credo che Oswald abbia potuto sparare in cinque secondi e mezzo tre colpi e fare tutto quel danno. Non è plausibile che Kennedy e Connally siano stati colpiti dallo stesso proiettile, ed è pura fantasia che una palla come il reperto 399 abbia provocato sette ferite per rimanere quasi intatta.
- Quindi lei ritiene valide le teorie che parlano di una ‘pallottola magica’ e della testa del presidente che si muove all’indietro perché colpita da davanti?
Certo. Un essere umano o un animale colpiti al capo da un proiettile che viaggia a 2000 piedi al secondo si muovono violentemente nella direzione opposta, non nella stessa direzione.
- Lei sa che quanto lei dice è in contrasto con tutti gli esperimenti condotti e con l’opinione comune di tutte le scienze forensi?
Non sono un esperto ma so usare un fucile. Per me ciò che è stato raccontato non è credibile.
- Ma se Kennedy fu colpito da davanti allora c’erano più cecchini, quel giorno. Ci fu un complotto.
Esatto. Io ho sentito tre colpi, per cui il quarto può essere stato sparato con un silenziatore. Credo che JFK sia stato colpito alla testa, contemporaneamente, da due colpi, uno da davanti e uno da dietro.
- Questa sua versione dei fatti non è rimasta la stessa negli anni. All’inizio, alla polizia, aveva parlato di “petardi sparati dalla pergola”. Poi si è detto sicuro di un killer dal poggio erboso. Altre volte sembrava più incerto sulla provenienza dei colpi.
Vero. Del resto una delle cose che ho imparato da tutta questa storia è che i testimoni oculari sono utili ma non affidabili in sé. Io stesso sono stato condizionato da quanto ho letto e visto in tv, e capita che due persone osservino la stessa cosa la raccontino in maniera diversa.
- Quindi quattro o più colpi, due o più assassini. E il suo governo è il mandante dell’omicidio?
No, direi di no. In questi decenni sono stati tanti a parlare di complotto, di coperture eccetera. Io credo che ci siano stati degli insabbiamenti ma non certo al livello di quello che certi autori sostengono: per esempio Ruby uccise Oswald per motivi personali. E l’FBI o la CIA non furono mai parte di un complotto. Credo che ci sia stato un accomodamento della verità, in questo senso: se non fossi venuto fuori io, come terzo ferito, la Commissione Warren avrebbe detto che il primo colpo ferì Kennedy, il secondo Connally e il terzo colpì ancora Kennedy, alla testa. Poi ci fu un’altra piccola copertura, in sede di autopsia. La ferita alla testa del Presidente, come risulta dal referto, non è la stessa che i dottori di Dallas videro all’ospedale.
- Signor Tague, chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy?
Ritengo che ci sia stata una piccola cospirazione nata a New Orleans tra rifugiati cubani, ex soldati dell’esercito e simili. Il governo non ne sapeva niente ma preferì insabbiare la questione dei cubani di New Orleans per evitare noie: del resto l’episodio della Baia dei Porci coinvolgeva la CIA e la CIA sponsorizzava gli esuli cubani. Qualcuno avrebbe potuto immaginare legami tra l’Agenzia e l’assassinio di Kennedy, per cui si usò Oswald come unico responsabile.
- E la fidanzata del 1963 c’è ancora?
Certo. È diventata mia moglie.
James Tague vende il suo libro a 19 dollari e 95 più spese di spedizione. Su richiesta autografa la copia da inviare: basta fargli sapere a chi va dedicato il suo ricordo di un marciapiede scheggiato, di una coda di automobili all’ora di pranzo e di un presidente ucciso.
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Cosa è successo in Dealey Plaza
Posted on | gennaio 1, 2010 | 7 Comments
- Se è vero che l’88% degli americani critica il Rapporto Warren, posso assicurare che il 99% di questi non l’ha letto.Jim Moore, scrittore e ricercatore del caso Kennedy
Scegliere il giusto approccio per raccontare l’assassinio Kennedy non è facile. Bisogna restare in equilibrio senza sbandare: una piccolissima parte del pubblico conosce a fondo gli atti delle inchieste, la stragrande maggioranza no. Ed è la parte di pubblico più esposta all’insidia del finto tecnicismo, delle affermazioni che sembrano scientifiche e convincenti ma che, in realtà, non lo sono. “Quel vecchio Carcano di Oswald non poteva sparare così lontano in cinque secondi”. “Quella pallottola non poteva zigzagare”. “La testa si muove all’indietro, segno di uno sparo frontale”. “Kennedy si serra le mani alla gola perché è colpito da davanti”. Sembrano tutti rilievi sensati. Eppure, cercando di rimanere ai fatti, la dinamica dell’omicidio di John Kennedy non è così misteriosa.
Tutti sono concordi nell’individuare il filmato girato da Abraham Zapruder, un sarto di Dallas che riprese l’intera scena dell’attentato tra gli spettatori del corteo presidenziale in Dealey Plaza, come base per la ricostruzione della sparatoria. La cinepresa di Zapruder registrò un filmato di 26 secondi su una pellicola da 8 millimetri. Di questi 26 secondi ne interessano, ai fini dell’assassinio, solo 19 che corrispondono a 354 fotogrammi. Il filmato permette di individuare tre fasi dell’attentato. Una prima, con il corteo che ha appena svoltato a sinistra da Houston Street in Elm Street, passando sotto il deposito dei libri scolastici in cui lavorava Lee Oswald. Una seconda, che vede Kennedy e Connally colpiti al corpo. Una terza, con la testa di Kennedy colpita in pieno.
Nella prima fase, tra i fotogrammi 160 e 166, succede qualcosa. Si sente un boato. Se ne accorgono alcuni spettatori in piazza, se ne accorge parte della scorta presidenziale che istintivamente si gira in direzione del deposito dei libri. Se ne accorge una bambina, Rosemary Willis, che sta correndo sulla sinistra del corteo, che smette di rincorrere l’automobile e si guarda intorno. Racconterà di aver sentito un petardo esplodere. Se ne accorgono i tre operai che lavorano al deposito (Harold Norman, James ‘Junior’ Jarman e Bonnie Ray Williams), affacciati ai finestroni dell’edificio per seguire il corteo proprio dal piano sotto rispetto a quello in cui si era appartato Lee Oswald. Tutti e tre rimangono esterefatti nel sentire una fucilata (testimonieranno di averne sentite tre), le cartucce che rimbalzavano sul pavimento sopra di loro e i calcinacci del soffitto che cadevano loro in testa. Non ci sono dubbi: è partito un colpo.
Però questo colpo non arriva all’auto occupata da Kennedy. E le successive indagini, evidentemente lacunose, non riusciranno a stabilire con certezza cosa accadde a quel primo colpo, permettendo ai teorici della cospirazione di ‘ricamare’ sull’esistenza di altri sparatori sistemati in altri punti della piazza. Difatti poco dopo l’attentato si presentò alla polizia un uomo di nome James T. Tague. Tague non doveva assistere alla parata del Presidente: si stava infatti dirigendo, lungo Commerce Street, dalla sua fidanzata. Bloccato dal traffico per l’arrivo del corteo decise, perso per perso, di scendere e attendere il passaggio. Subito dopo gli spari un amico gli aveva fatto notare che si era procurato, non si sa come, un lieve graffio sulla guancia destra. Forse una puntura d’ape. Un rapido esame del marciapiede permise di scoprire che un proiettile, o un frammento di proiettile, avevano colpito il cemento e che una scheggia aveva graffiato il volto di Tague. Questa circostanza è stata spesso utilizzata per ‘dimostrare’ la presenza di un tiratore dalla collinetta. Inoltre il proiettile aveva perso la sua camiciatura in rame: sul marciapiede, sottoposto ad analisi spettrografica dall’FBI, furono trovate tracce di piombo e di antimonio, non di rame (che è invece elemento costitutivo del rivestimento dei proiettili sparati da Oswald). Anche su questa circostanza si sono costruite teorie ‘alternative’. Non si sarebbe trattato, insomma, di una palla sparata dal fucile di Oswald, perché in quel caso avrebbe dovuto conservare il rame della camiciatura. Ed è in ogni caso impossibile, si è sostenuto, che un ramo di quercia possa aver fatto perdere la camiciatura a un proiettile full metal jacket. Purtroppo il proiettile non fu mai ritrovato, giacché si era frammentato. Né è stato analizzato l’asfalto davanti al marciapiede per cercare delle tracce di impatto della palla. Tuttavia gli elementi di prova della scena del crimine dicono che quel colpo, andato a vuoto, fu sparato dal sesto piano del deposito. La spiegazione più probabile è che Oswald, nella concitazione, sparò quel primo colpo attraverso il fogliame di una quercia che, in quel momento, gli stava parzialmente ostruendo la visuale. Il colpo, deviato, rimbalzò prima sull’asfalto di Elm Street (circostanza, questa, confermata da quattro agenti motociclisti della scorta, Billy Joe Martin, James M. Chaney, Stavis Ellis e William G. Lumpkin, che dissero di aver visto l’asfalto di Elm Street colpito da un proiettile) e un suo frammento, poi, schizzò via in direzione del marciapiede su cui si trovava Tague. Non solo: la teoria di un colpo dalla collinetta andato a vuoto non è plausibile. Uno sparatore dal poggio erboso avrebbe dovuto, infatti, mirare in direzione praticamente opposta a Kennedy per riuscire a colpire, anche solo di rimbalzo, il marciapiede di Tague. Una circostanza totalmente priva di senso, esaminando la posizione di Tague, del deposito, dell’auto presidenziale e della collinetta. Se, in definitiva, si sostiene per assurdo che quel colpo non poteva essere stato sparato dal sesto piano poiché arrivò un frammento scamiciato dalle parti di Tague, lo stesso principio si dovrebbe applicare a un colpo sparato da qualunque altra direzione.

In rosso la posizione del teorico killer dal poggio erboso. Per colpire Tague, in fondo a sinistra, avrebbe dovuto mirare in direzione opposta rispetto a quella dell'automobile. La traiettoria, invece, che parte dalla finestra di Oswald è quasi rettilinea
È giusto ricordare che Tague sostenne che non fu il primo sparo a colpirlo. Però il governatore Connally testimoniò, a sua volta, che il primo sparo non ebbe effetti, tant’è che ebbe il tempo di girarsi dopo aver udito una detonazione “che arrivava da dietro la spalla destra”, come precisò davanti agli inquirenti della commissione Warren. Uno dei due, insomma, si sbagliava per forza. Ed è molto probabile che si tratti di Tague, sia perché in effetti il film di Zapruder mostra che Connally si voltò di scatto, come se avesse udito qualcosa quando ancora nessuno nell’auto era ferito, sia perché Tague stesso non si era accorto di essere stato colpito: difficile, quindi, che potesse stabilire con esattezza quando avvenne il suo pur lieve ferimento. Lo stesso Tague, peraltro, avvalorò la tesi di un colpo partito dal sesto piano. Testimoniando davanti alla Commissione Warren, infatti, disse: “Dopo aver identificato il segno di un proiettile sul marciapiede guardammo in su verso il Deposito, da dove probabilmente erano partiti i colpi”. Tague sostenne anche che, secondo lui, i colpi potevano arrivare dalla zona vicino ad Abraham Zapruder, sulla sua sinistra, soprattutto perché aveva visto un agente di polizia (l’agente Haygood) dirigersi insieme ad altri verso la collinetta erbosa.
- Sono convinto che Lee Oswald fu l’unico responsabile dell’assassinio e che non ebbe aiuto da parte di nessuno.Bob Kennedy
Il secondo sparo arriva al fotogramma 224. Oswald, a quel punto, aveva la visuale libera. Kennedy si trovava quasi a 60 metri di distanza, una distanza minima per un fucile come il Carcano. Il proiettile parte: colpisce Kennedy nella parte alta della schiena, con un’angolazione di 20 gradi; esce dalla trachea, sotto il pomo d’Adamo, senza aver attinto altro se non tessuti molli; entra poi nella schiena di Connally, rompe una costola, esce appena sotto il capezzolo destro, colpisce e rompe il radio del braccio destro per poi infilarsi, ormai privo di spinta, appena sotto la pelle, nella coscia sinistra del governatore.
Difficile non aver sentito parlare di questo colpo. Questo è il proiettile che ha dato adito alle più disparate teorie. Non è pensabile, si è detto, che un solo colpo abbia prodotto tutti questi danni. Non è possibile, si è ancora sostenuto, che abbia fatto tutto ciò senza deformarsi o distruggersi. Non è possibile, ancora, che Connally abbia reagito al colpo con un incredibile ritardo rispetto a Kennedy. Non è possibile che Connally sia riuscito a reggere il cappello in mano pur avendo il polso fratturato. Non è possibile, infine, che questa pallottola sia andata a zig-zag colpendo Kennedy e Connally, rimanendo a mezz’aria tra un corpo e l’altro e compiendo giravolte inconcepibili. Tutte queste obiezioni sembrano ragionevoli ma non reggono alla prova dei fatti.
Un solo colpo per sette ferite? Il fucile Mannlicher Carcano e i colpi corazzati Western calibro 6,5 possono trapassare più corpi prima di esaurire la loro energia cinetica. Nel caso del colpo sparato in Dealey Plaza le uniche due ossa che toccò furono una costola e il radio di Connally: il primo osso non era sufficientemente resistente per fermarne la corsa ma solo per deviarne il percorso; il secondo lo fu (tant’è che, leso l’osso del braccio, il proiettile ebbe solo la forza di infilarsi sotto la pelle della coscia sinistra del governatore) ma ormai la velocità era troppo bassa per spezzarsi. Furono sparati colpi di confronto con lo stesso fucile di Oswald e proiettili di quel tipo, che viaggiano a più di 650 metri al secondo, hanno forato spessi strati di legno.
Non poteva restare integro. Il proiettile 399, full metal jacket (cioè con camiciatura rinforzata, concepita appositamente per non disperdersi nei corpi e non provocare quindi ferite devastanti) viaggiava ad alta velocità e non ha incontrato masse sufficientemente consistenti per frammentarsi. Nel caso del successivo colpo alla testa una palla identica si è frammentata perché ha colpito in entrata spessi strati di ossa craniche. I proiettili corazzati Western Cartridges, come quello sparato da Oswald col Mannlicher Carcano, possono trapassare più corpi senza subire danni evidenti: se poi hanno perduto parte della velocità nel tragitto, come accadde in quel caso, le possibilità che si frammentino diminuiscono ulteriormente.
Tuttavia il rilievo più importante è che quel proiettile non era integro. Aveva perso in piccola parte la sua materia, presentava ai lati le tipiche rigature da attraversamento della canna di fucile e si era deformato. Spesso sono stati presentati proiettili di confronto, che avevano causato una sola ferita e si erano deformati in maniera decisamente maggiore rispetto a questo, “autore” di sette ferite. Chi ha condotto questi esperimenti, però, ha ignorato la scienza forense. Sparare una fucilata a bruciapelo contro un osso produce spesso la distruzione della palla, che trova un ostacolo al massimo della sua velocità; sparare un colpo da decine di metri, colpo che perde nel tragitto parte della velocità trapassando tessuti molli, può dare come risultato un proiettile molto meno lesionato. L’HSCA, per mano del professor Vincent P. Guinn, riesaminò i frammenti trovati nel polso del governatore Connally. Con una probabilità del 97% corrispondevano a quelli del famoso proiettile reperto 399 del Rapporto Warren. Sul fatto che quel colpo sia finito nell’auto di Kennedy e che sia stato sparato da quell’arma non ci sono dubbi.
Un proiettile non può zigzagare. Questo è vero. Il fatto è che il reperto 399 non andò a zig-zag. Se si prendono per validi i disegni di alcuni ricercatori complottisti si dovrebbe infatti concludere che mai un proiettile avrebbe potuto colpire, dopo Kennedy, anche il governatore Connally. Però non è mai stato spiegato che Connally non era seduto come si racconta: era più in dentro nell’automobile e più in basso rispetto a Kennedy ed è sufficiente osservare questa immagine della limousine presidenziale per rendersene conto. Inoltre, al momento del secondo sparo, si stava girando verso destra e quindi non sedeva frontalmente rispetto a JFK.

In alto: la traiettoria della presunta pallottola magica. In basso: la traiettoria reale del secondo colpo, con le esatte posizioni di Kennedy e Connally
L’angolo di penetrazione di questo colpo (20 gradi rispetto al collo di JFK) conduce a una conclusione: quella palla è stata sparata dalla finestra del sesto piano del deposito dei libri. Il patologo Robert Artwohl studiò a lungo la posizione dell’automobile e l’angolazione di entrata del proiettile, concludendo che quel colpo fosse stato sparato dal sesto piano. Ricercatori di orientamento cospiratorio hanno evidenziato che, sullo schema che accompagnava il rapporto dell’autopsia del corpo del Presidente, era stato indicato un punto di entrata del colpo nella schiena di Kennedy più basso rispetto a quello situato alla base del collo. Il disegno del comandante e medico J. Thornton Boswell, che effettuò l’esame sul cadavere, poneva in effetti il foro di entrata troppo in basso per collimare con la ferita in uscita sotto il pomo d’Adamo. Tuttavia la esatta posizione della ferita è stata descritta nell’autopsia stessa (si parla di 14 centimetri e mezzo sotto il processo trasverso destro): va infatti sottolineato che gli schemi delle autopsie non vogliono mai rappresentare disegni in scala di precisione. Servono per visualizzare il quadro patologico di insieme, senza pretesa di precisione assoluta (i fori vengono disegnati da medici con dei cerchietti nella zona interessata). L’autopsia stabilì che il foro nella schiena di Kennedy e quello alla gola erano legati a un unico proiettile.
Tale assunto è stato messo in dubbio da chi ha sottolineato che i periti settori non furono in grado di seguire con lo specillo (un apposito strumento medico) il tramite della ferita e quindi ipotizzano uno sparo che si fermò nella schiena del presidente. Questa ipotesi, però, è smentita sia dalla considerazione che la postura di un corpo esaminato da supino, ma ferito da seduto, muta necessariamente, e con essa la posizione reciproca di certe masse muscolari; dal fatto che l’autopsia parla chiaramente dei segni lasciati da questa palla (“Il proiettile ha attraversato i tessuti soffici soprascapolari e la porzione sopraclavicolare della base della parte destra del collo. Il proiettile ha prodotto la contusione della parte apicale destra della pleura e la lesione del della porzione apicale del lobo superiore destro del polmone. La pallottola ha contuso i muscoli del collo, danneggiando la trachea e uscendo dalla parte anteriore dello stesso”). E soprattutto dal fatto che le radiografie non evidenziano alcun proiettile rimasto nel corpo del presidente.
Il comportamento del proiettile è non solo lineare e spiegabile ma, per certi versi, obbligato: uscendo dalla gola del presidente inizia a capovolgersi (è il cosiddetto effetto tumbling) e prosegue la sua corsa finché trova la spalla di Connally. La ferita di entrata nel corpo del governatore misura 3,2 centimetri, ossia tanto quanto il proiettile, e presenta margini frastagliati, il che dimostra che entrò nel corpo di Connally verticalmente. Spezzata la quinta vertebra destra esce, leggermente deviato verso sinistra dall’urto con la costola, e frattura il radio (anche qui con foro d’entrata frastagliato), lasciando dei frammenti che verranno identificati, grazie all’attivazione neutronica, come provenienti proprio da quella palla. Ormai “spento”, il proiettile si infila appena sotto la pelle della coscia sinistra di Connally.
Il cappello di Connally. Si è sostenuto che un uomo col polso fratturato non possa reggere in mano un cappello. Non è vero. E la prova più lampante arriva proprio dal governatore Connally, che non solo continuò a reggere il cappello ben dopo che il colpo lo aveva raggiunto (come si vede nel fotogramma 266) ma addirittura serrava ancora la presa quando arrivò al Parkland Memorial Hospital e fu trasferito sulla lettiga. Connally stesso non sapeva di essere stato colpito anche al polso e solo il giorno dopo fu informato sulla natura delle sue ferite. La reazione al ferimento non si può condensare in una formula e le tantissime testimonianze di vittime di sparatorie o esplosioni riportano le circostanze più disparate: persone che non si rendono conto di essere ferite, o che sentono male a una mano quando magari la mano non c’è più.
Passiamo ai tempi di reazione del governatore. In passato la questione era posta in questi termini: Connally reagisce con evidenza tra i fotogrammi 231 e 235, mentre il colpo è stato sparato attorno al fotogramma 224. C’è quindi un lasso di tempo di tre quarti di secondo in cui il governatore è colpito ma non batte ciglio: ciò sarebbe impossibile. La casistica in materia non indica parametri statistici entro i quali un ferito debba presentare reazioni. Né esiste una rigorosa descrizione delle reazioni di espressione, di voce o di altra natura che il corpo umano ha se colpito da un proiettile. Dipende dal tipo di pallottola, dal tipo di ferite ricevute, dalle condizioni del soggetto, da una miriade di altre variabili. Tuttavia la questione del “ritardo” pareva risolta allorché si notò che già al fotogramma 224 il bavero della giacca di Connally si alza, come se qualcosa fosse passato tra il suo corpo e l’indumento. A questo punto alcuni ricercatori hanno sollevato una seconda obiezione: se ciò è vero, allora è Kennedy a reagire troppo presto, perché quando emerge dal cartello stradale porta già le mani alla gola. Osservando con attenzione il film di Zaprduder, tuttavia, si può notare come Kennedy, prima di scomparire dietro il cartello stradale, stesse iniziando ad abbassare il braccio destro con cui salutava la folla, e che la posizione delle due braccia sia compatibile con la postura assunta prima di “scomparire”. Si nota anche che, poco prima di sparire dalla vista di Zapruder, Kennedy stava salutando la gente alla sua destra (fotogramma 193). Ancor prima di finire dietro il cartello si nota ancora il suo braccio levato (fotogramma 204). Analizzando lo scorrimento del film è palese che il presidente avesse salutato e che stesse a poco a poco abbassando la mano. Quando si rivedono le sue mani, al fotogramma 224, non si scorge nulla di sospetto. La prima reazione di Kennedy allo sparo, con tutta probabilità, è invece il far cadere in giù la mano destra e far scattare in alto il gomito destro, come si nota chiaramente dai successivi fotogrammi 225 e 226. Può essere stata una reazione neuromuscolare. Può essere una postura dovuta a un danno della spina vertebrale (la cosiddetta posizione di Thorburn). Questo non si può accertare. Nel famoso fotogramma 228 si vede Kennedy nella drammatica postura appena accennata: i critici meno affidabili (e tra questi c’è Oliver Stone, regista del film JFK – Un caso ancora aperto, hanno parlato di “mani serrate alla gola” da parte di un uomo “colpito da davanti”. In realtà Kennedy tiene i pugni stretti sotto il mento con i gomiti all’infuori, in una posa del tutto innaturale dovuta al colpo che lo ha appena trapassato. È ridicolo supporre che le mani si muovano verso la ferita perché il foro di entrata è sul davanti: un proiettile non è una puntura d’ape. Non si ha l’istinto di mettere le mani sul punto di entrata, così come Kennedy non si mise la mano sulla schiena per il colpo da dietro.
Il terzo sparo arriva al fotogramma 313: su questo non ci sono dubbi di sorta. A poco più di 80 metri, Oswald spara e centra la testa del Presidente in pieno. Zapruder riprende la scena in tutta la sua tragicità. La palla provoca un piccolo foro d’entrata nella parte posteriore della testa, con un angolo di impatto di 15° e una dimensione ellittica di 15×6 millimetri, e fuoriesce nella zona fronto-parietale destra. Sul fatto che quello posteriore sia un foro di entrata non vi è dubbio alcuno, trattandosi di una soluzione di continuo ovalare con orletto escoriativo. La vastità della ferita in uscita, che misurava 13 centimetri nel diametro, è stata invece spesso equivocata. Si è parlato di “tempia esplosa”, di un colpo sicuramente sparato dal poggio. In realtà, entrando nella teca cranica il proiettile fa esplodere la calotta e crea un “effetto jet” che spinge la testa di Kennedy dapprima, quasi impercettibilmente, in avanti, e poi violentemente indietro e a sinistra, compiendo un movimento che assomiglia molto a quello di chi emerge dall’acqua e ruota la testa all’indietro per non far ricadere i capelli in faccia. Chi sostiene comunque l’esistenza di un killer dal poggio non sa spiegare né come costui possa aver ferito Kennedy da destra provocandogli una ferita sulla parte destra del cranio (con le ossa che si aprono in fuori) senza alcuna entrata, né sa spiegare la presenza di un foro di entrata posteriore se non parlando di due spari contemporanei, uno da dietro e uno da destra, senza però riuscire a mostrare gli effetti dello sparo laterale.
Ecco perché la materia cerebrale di Kennedy si distribuisce a 180 gradi rispetto alla posizione della ferita: lo spruzzo di sangue e di materia endocranica investe l’autista e l’agente seduto al suo fianco, Connally, la moglie e il motociclista sulla sinistra dell’automobile, Bobby Hargis. L’ipotesi di uno sparo alla tempia è smentita dallo stesso filmato di Zapruder, che mostra nei fotogrammi successivi al 313 la tempia destra di Kennedy intatta dopo il colpo. Le radiografie e le fotografie del corpo di Kennedy indicano chiaramente che le ossa craniche di Kennedy si sono aperte verso l’esterno “a rosa”. La radiografia del cranio di Kennedy, esaminata dagli esperti della commissione Warren prima e dell’HSCA poi, ha condotto auna risoluzione chiara: lo sciame metallico lasciato dal proiettile frammentato ha una ben definita direzione, unicamente compatibile con uno sparo proveniente da dietro. Al contrario non esiste alcuna evidenza (autoptica, fotografica, documentale, testimoniale) di alcun cecchino posto sulla destra dell’automobile presidenziale né in alcuna altra posizione se non al sesto piano del Texas School Book Depository. E se mai quel cecchino fosse esisito non si può affermare che abbia fatto alcunché, a meno di non dover ammettere che tutto il materiale a disposizione (filmati, fotografie, documenti) sia stato creato ad arte. Una falsa asserzione che ha convinto moltissime persone è quella per cui un uomo colpito alla tempia destra si muove obbligatoriamente nella direzione opposta. Come dice la seconda legge di Newton: un oggetto colpito in una sua parte si muove nel verso opposto. Tale assunto è però in contrasto con le conoscenze scientifiche in merito di balistica e patologia forense. Nel caso dell’omicidio Kennedy la vittima si muove indietro e a sinistra proprio perché colpita da dietro e proprio perché l’esplosione del cranio con violenta fuoriuscita di tessuto e liquidi provoca un brusco scatto in direzione opposta a quella dello scoppio.
Questa è una ricostruzione in 3D che adotta la visuale di Lee Harvey Oswald appostato al sesto piano del deposito dei libri con il suo Mannlicher Carcano. I tempi, i movimenti dell’automobile e dei corpi, il primo colpo andato a vuoto: tutto torna.
La tragica impresa di Lee Oswald fu questa. Sui tempi della sparatoria, sulle qualità del fucile e sui movimenti di Oswald potete leggere qui.
Qui potete trovare, invece, ulteriori considerazioni sul primo colpo, quello andato a vuoto.
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