Complotti da Rebus

Ho trovato su YouTube una puntata di Rebus – Questioni di conoscenza, una trasmissione del 2009 di Odeon dedicata al caso Kennedy. Titolo, peraltro a dir poco suggestivo del contenuto, è “JFK, la cospirazione”. Evidentemente il programma aveva preso posizione preliminarmente. Ho messo giù qualche appunto su quanto ho ascoltato.

“L’unica verità ufficiale che esiste, quella scritta dalla commissione Warren, appare sempre meno soddisfacente”. Decollanz apre la puntata con questa affermazione di principio. Errata: altre inchieste ufficiali si sono susseguite come, quella dell’HSCA alla fine degli anni ’70, il panel di Ramsey Clark, o la recente ARRB. Che non vengono citate, nonostante le loro conclusioni non collimassero con tutte le risultanze del rapporto Warren. Né consta che il disappunto per la versione ufficiale sia tuttora crescente nell’opinione pubblica: eppure, per Decollanz, pare un dato di fatto.

“Sarebbe ovvio auspicare che le indagini venissero riaperte specie sulla base delle moderne e sofisticate tecniche di indagine”.

O che venissero esaminate. Qui Decollanz, infatti, mostra di non conoscere proprio quelle “moderne e sofisticate tecniche di immagine” che evoca e che hanno specificamente escluso la presenza di quei presunti sparatori, indicati da alcuni ricercatori della prima generazione forzando le interpretazioni ‘rustiche’ dei filmati di Nix e Zapruder. Tecniche che hanno anche dato conto della traiettoria dei proiettili e della natura delle ferite, compatibili con un unico assassino da dietro. Comunque la si pensi un dato è inconfutabile: la tecnologia applicata ai filmati del caso Kennedy (cito a memoria le ultime e più accreditate analisi: le ricerche di Discovery Channel nella serie Unsolved History, il documentario Beyond Conspiracy della BBC, le ricerche in CAD di Dale Myers) ha contraddetto le prime elaborazioni che orientavano verso la cospirazione e ha, anzi, dato una spinta decisiva a inchiodare Oswald alle sue responsabilità. Tanto che, ormai, sono praticamente scomparsi, anche tra i ricercatori complottisti, coloro che negano reponsabilità e il ruolo di Lee Oswald.

Decollanz presenta gli ospiti in studio: Marcello Foa, che scrive per il Giornale, e il professor Vittorio Di Cesare, docente di Intelligence (viene presentato così, credo non sia una disciplina accedemica ma un tirocinio) all’Università dell’Aquila. nonché direttore di una rivista, Cronos. Parte un servizio.

“Alle 12 e 25 il corteo passa davanti al palazzo della Texas School book depository (sic) e svolta in Dealey Plaza”.

Non voglio passare per pignolo. Ma chiunque abbia una minima dimestichezza col caso Kennedy sa che l’ora non era quella, che il corteo svoltò a destra da Main Street in Houston Street, e poi a sinistra in Elm Street, passando sotto il deposito. Edificio che, peraltro, qui viene chiamato in modo tale da far sembrare che il nome dello stesso sia di una fantomatica società “Texas School book depository”. La pronuncia adottata dallo speaker della Dealey Plaza, poi, è quella della parola “delay”, ritardo. Tutto questo fa pensare che non la si sia sentita nominare molte volte, a parte le difficoltà che si possono incontrare con l’inglese. Intanto scorre un sottopancia ben poco imparziale: “Numerose indagini indipendenti sostengono ormai l’ipotesi di un complotto. Ma ancora oggi c’è qualcuno che ostacola la verità. Perché?” Non sarebbe stato male spiegare quali siano queste indagini, o cosa dicano, o anche solo chi e perché ostacoli la verità. Il servizio si chiude attingendo a piene mani dalle immagini del film di Oliver Stone JFK – un caso ancora aperto. Si parla di Abraham Zapruder ma si mostrano immagini del vicesceriffo Roger Craig. Si parla della “collinetta grassy knoll” (pronunciata con la ‘k’!): anche qui, come se grassy knoll fosse il nome di quella collinetta erbosa (grassy knoll, in inglese, significa collina erbosa). Presi uno per uno sono dettagli, i nomi, l’ora, le pronunce. Ma danno la sensazione che chi ha trattato la materia nel servizio non ne avesse familiarità.

Si rientra in studio e Decollanz (anche per lui la piazza dell’attentato è “Delay Plaza”) attacca: “Per quale motivo la verità della commissione Warren ci sta così stretta?” Gli risponde Di Cesare.

“C’è tutta una serie di menzogne che andrebbero smontate una a uno (sic). Se facessimo un’analisi della scena del crimine a posteriori  si capirebbe che i colpi non possono essere stati sparati dalla stessa persona e dalla stessa posizione. E quindi rivedendo anche i filmati ci si convince sempre di più che è un complotto nonostante la parola faccia paura”.

Una posizione, questa del Di Cesare, legittima ma del tutto arbitraria, cui Decollanz non ritiene di dover replicare. Anche solo per rappresentare, a Di Cesare e al pubblico, che fior di studi sostengono l’esatto opposto. Posizione, oltretutto, che poggia su un solo dato, una sola circostanza, una sola evidenza, pare essere un’intima certezza. Convinzioni a parte, però, le analisi citate in precedenza mostrano, semmai, uno scenario opposto a quello che Di Cesare si figura. Decollanz domanda ancora sugli spari.

“Perché attendere che la macchina arrivasse qui in corrispondenza della collinetta?” Qui Decollanz, senza altre spiegazioni né avvertimenti, introduce il discorso di una supposta “triangolazione di fuoco incrociata” ai danni di Kennedy, teoria affascinante e mai verificata che sicuramente non è stata inventata da lui nel 2009. Per decenni si sono ipotizzate squadre di due, tre, quattro, anche cinque tiratori (appostati nel Dal-Tex Building, nel deposito a un piano più basso rispetto a Oswald, dalla collinetta, da vari punti della staccionata, dal fondo del cavalcavia a tre corsie, anche dai tombini di Elm Street). Oliver Stone lanciò la famosa ‘triangolazione’ mettendola in bocca a David Ferrie. Ma quali evidenze porta, il conduttore, per appoggiare la presenza di tre cecchini? Nessuna. Oltretutto non è vero che Oswald aspettò che Kennedy arrivasse in corrispondenza della collinetta: l’ultimo colpo arrivò più o meno in quella zona, gli altri due erano stati sparati prima.

“Perché a nessuno tra i vari cronisti è mai venuto in mente che sparare lì fosse per creare una triangolazione di fuoco?” Arriva comunque la risposta di Foa alla domanda che dà per certo il triangolo di fuoco, del quale serve solo una spiegazione ‘sociologica’ a posteriori: “Perché il giornalista tende a chiedere verità certificate. Se il governo ti dice che l’assassino è Oswald, mettere in dubbio la verità ufficiale richiede una forza professionale e quasi nessuno – la storia americana lo dimostra – ha questa forza, se ce l’ha rischia di essere accusato di antipatriottismo”.

Mi stupisco davvero che un esperto di politica internazionale come Foa possa dimenticare tutti i casi in cui proprio la stampa statunitense, che in questo fa scuola, ha scoperto scandali e vicende seriamente imbarazzanti per la politica, dal Watergate in giù. Per un giornalista statunitense lo scoop della vita è quanto di più si possa chiedere al proprio lavoro: se coinvolge uomini potenti, tanto meglio. Foa, peraltro, ignora il fuoco di fila che il governo subì proprio all’indomani della pubblicazione del rapporto Warren: giornalisti e pubblicisti, professori, ricercatori, avvocati, medici… furono centinaia gli oppositori ufficiali dell’inchiesta, e si aggiunsero periti, fisici, matematici, centri di ricerca, associazioni spontanee. Guidati dal celebre Mark Lane, i vari Robert Groden, Penn Jones, Josiah Thompson, Harold Weisberg sono tutti complottisti della prima ora. Come dimenticare, poi, che i più convinti sostenitori del complotto siano stati proprio i giornalisti italiani Gianni Bisiach, Guido Gerosa e Ruggero Orlando che hanno dato voce alle opinioni dissenzienti dei critici della commissione Warren dalla metà degli anni Sessanta. Semmai è vero il contrario: ogni volta che chiunque, dall’ultimo dei visionari al più credibile degli esperti, suggeriva una mezza supposizione di complotto sul caso Kennedy, la stampa si è precipitata a impaginare e pubblicare l’ennesimo “mistero”. A decenni dall’omicidio, continua a succedere.

Si riprende con Decollanz che cita un episodio buttato lì, quello delle “ore e ore di interrogatori di Oswald” mai verbalizzati, come fosse un punto focale dell’assassinio. Ripete, poi, quello che Di Cesare ha appena ricordato sulla pagina listata a lutto e disgustosamente dedicata a Kennedy, pubblicata da un giornale locale di Dallas proprio nel giorno dell’assassinio. “Farneticazioni?”, chiede Decollanz, sui possibili collegamenti con l’omicidio.

Parte un altro servizio. Della sparatoria non si è ancora parlato (né si parlerà in tutta la puntata!) e già si introduce l’argomento dell’autopsia. La voce del servizio parla di “tessuti celebrali” (sic!) di Kennedy, e del cervello sparito dagli Archivi Nazionali.

“Continuiamo a raccogliere indizi di cospirazione”, afferma rientrando in studio Decollanz.  “Il cervello di Kennedy che sparisce, come è possibile?”, rincara la dose. E l’autopsia, sostiene il conduttore, “deviata, diciamo così, dagli apparati militari presenti, un’anomalia assoluta, sono tutti indizi”. In realtà non si ha notizia della procedura per lo svolgimento di un’autopsia in una base navale sul corpo di un presidente assassinato nel territorio degli Stati Uniti. Non si conoscono altri presidenti statunitensi assassinati e portati in una base navale per esaminare il loro cadavere: la presunta anomalia assoluta di cui parla Decollaz, insomma, semplicemente non c’è. Così come non sussiste, se non in minima parte, la vicenda del cervello sparito, che viene trascurata ormai da quasi tutti i ricercatori proprio perché non è avvenuta come la si vuol vendere: il cervello di Kennedy, conservato nella formalina, fu consegnato prima al medico di Kennedy, il dottor Burkley, e nel 1965 fu trasferito agli Archivi Nazionali, dove rimase per altri due anni senza che nessuno sentisse l’esigenza di esaminarlo, nemmeno  l’esercito dei critici della versione ufficiale. Nel 1967, in effetti, se ne persero le tracce: erano passati quattro anni dall’omicidio. In ogni caso è un peccato, sì, che questa prova ulteriore non ci sia più, perché avrebbe confermato ciò che le radiografie del cranio di Kennedy – che ci sono ancora, e tutte, ma in studio non venngono citate – indicano chiaramente: e cioè che lo sciame di frammenti metallici e l’apertura delle ossa della teca cranica del presidente suggeriscono un proiettile che penetra posteriormente ed esce anteriormente. Non a caso i complottisti, in massima parte, affermano genericamente che quei raggi X sono contraffatti, perché ciò che si vede è inequivocabile.

Di Cesare, poi passa per qualche secondo a parlare dell’arma di Oswald (che lui chiama curiosamente “Osvuald”). “Era stato colpito da un proiettile di Carcano, un fucile tipicamente italiano… costruito praticamente in Italia e spedito a Oswald dall’Italia“. Sfugge il significato, che probabilmente per Di Cesare è spregiativo, del termine “tipicamente italiano” (il Carcano aveva una meccanica equivalente se non superiore al modello Mauser, ai tempi della fabbricazione: era un’arma di alto livello, non una baracca). Comunque è di dominio comune la circostanza che Oswald comprò per posta quel fucile da un rivenditore di Chicago. Altro particolare che fa propendere per una scarsa preparazione del professore sulla vicenda Kennedy: difficile, infatti, essersi occupati del caso senza conoscere la storia dell’annuncio sul giornale, delle perizie sul modulo d’ordine della Klein’s Sporting Goods compilato da Oswald, sulla sua casella postale a nome fittizio (Alex Hidell) cui l’arma fu spedita. Dal fucile, il professore passa alle pallottole: “Si sa ancora oggi che quando  quando colpisce un corpo, un hard body, non si scheggia, è un proiettile così potente che passa da parte a parte e quindi al limite anche quando colpisce il cervello del presidente avrebbe dovuto arrivare con un abbrivio di 45 chili, quindi immaginiamo un corpo che arriva sulla testa del presidente con 45 chili di potenza, di peso, e quindi non fermarsi, non frantumarsi e passare oltre e quindi il cervello in quel modo aveva dei frammenti che sono scomparsi”.

Il calcolo del Di Cesare sulla potenza (equiparata al peso) non è circostanziato. Né risulta provenire da un esperto in balistica. Né viene citata una fonte in appoggio a questa affermazione. Sarebbe interessante, per esempio, sapere da quale calcolo esca questo dato dei 45 chili. Ma soprattutto è  errato ciò che Di Cesare sostiene sulla balistica terminale, cioè sull’effetto del proiettile (che non è uno solo, peraltro, quello utilizzabile con il Carcano) sul corpo umano. Di Cesare pare non tenere conto di concetti ed esperimenti elementari effettuati, anche con il Carcano, a varie distanze: dai quali emerge che il proiettile calibro 6,5 full metal jacket è sì resistente all’impatto (tanto che ha attraversato tessuti molli di Kennedy e Connally prima di placarsi) ma se incontra corpi duri, come ossa compatte, può eccome frantumarsi, soprattutto a distanze ridotte, quando ancora la velocità della palla è molto alta: e la sparatoria Kennedy, al contrario di quanto si pensa comunemente, avvenne a distanze ridotte, entro i cento metri (il Carcano colpisce con precisione piccoli bersagli anche a due chilometri di distanza). Ci sono prove eseguite da vari dipartimenti universitari di medicina legale che mostrano proiettili di Carcano sparati a bruciapelo attraverso arti umani: i proiettili non solo si scheggiano, ma si deformano palesemente, perdono gran parte della loro materia. Le prove eseguite su sagome balistiche, poi, hanno invariabilmente prodotto la frammentazione del colpo che attinge la testa del manichino. Le prestazioni del Carcano sono di dominio comune, per chi ha a che fare con le armi da fuoco. Di Cesare mostra di non conoscere questi esperimenti.

Viene lanciato un altro servizio: riguarda l’assassinio di Oswald (chiamato curiosamente Lee “Arvuei Uosuold”) per mano di Jack Ruby. Un Ruby che, si dice, “muore per un tumore mai diagnosticato”. Circostanza non veritiera: quando fu scoperto l’adenocarcinoma al polmone di cui Ruby soffriva, questo sì, il cancro era in fase terminale. Purtroppo succede ancora oggi, di scoprire tumori ormai metastatizzati e incurabili. Figuriamoci in un carcere, nel 1967.

“Un assassino, Jack Ruby, che inizia a delirare subito dopo aver ucciso e poi finisce i suoi giorni in carcere in modo anomalo”.

Decollanz, qui, o si è spiegato male o bisogna ritenere che giudichi anomalo il fatto che un assassino condannato in via definitiva sia ancora in carcere quattro anni dopo il reato.

“Abbiamo un uomo che era una vera e propria schiappa nel tiro a segno che mette invece a segno due dei colpi più formidabili della storia del fucile Carcano, abbiamo una pallottola che sale, scende, fa le curve e sembra radio e telecomandata; abbiamo Jacqueline Kennedy che salta sul cofano (sic!) della macchina per andare a recuperare pezzi di materia grigia del marito, lasciandoci chiaramente intendere che il colpo venisse dal davanti, perché altrimenti, come dire, la fisica è quella, non la si può contraddire”.

Qui si fa molta fatica a mettere ordine nell’accozzaglia di errori, luoghi comuni e frasi campate per aria messi insieme da Decollanz. Oswald non era una schiappa. Era un tiratore scelto dei Marines, addestrato e capace di sparare con precisione e costanza (come si può dimostrare con un minimo di volontà di indagine sullo stesso Oswald: la documentazione c’è). I colpi sparati (tre e non due) non furono affatto, come la versione ‘da osteria’ vorrebbe, impossibili. Erano piuttosto semplici, a distanza ravvicinata (il telescopio poteva anche essere di troppo, per la vicinanza di Kennedy al fucile di Oswald), con la visuale quasi completamente libera, contro un bersaglio che si muoveva molto lentamente e in traiettoria quasi rettilinea. La pallottola che sale e scende è un’antica invenzione ormai stata smentita da tutte le ricerche serie sull’attentato che, tra l’altro, hanno evidenziato la disonestà degli autori complottisti nel ricostruire traiettorie, tempi e posizioni della sparatoria. La faccenda del cofano (tale è definita da Decollanz la parte posteriore della Lincoln), invece, è una ‘prima’ assoluta: Decollanz annette “la fisica” come fosse dalla sua parte, eppure non esiste fisico che abbia mai argomentato sulla provenienza del colpo alla testa citando il comportamento di Jacqueline (anzi, è esattamente l’opposto: il premio Nobel per la fisica Luiz W. Alvarez studiò l’effetto-jet nel caso Kennedy per mostrare che lo sparo arrivò da dietro!).  Così come non si capisce quali sarebbero le leggi della fisica che dimostrino il colpo frontale con la direzione degli schizzi di materia cerebrale di Kennedy. Decollanz mostra di non sapere che quegli spruzzi finirono dappertutto: davanti, a sinistra verso il poliziotto Bobby Hargis, indietro, a destra, su tutti gli interni della Limousine. Tutti gli studi sul colpo alla testa  sono inequivocabili nello smentire la vecchia teoria – ormai vetusta e abbandonata – del colpo “che arriva da davanti perché la testa del presidente va all’indietro, come un pugno sulla tempia destra”.

Decollanz commenta ancora: “Eppure ancora oggi noi assistiamo a giornalisti (sic) che si chiamano tali (sic) che si fronteggiano, quelli che sostengono la ineludibile veridicità della commissione Warren e dell’altra parte chi invece dice: non mi sta bene, vorrei qualcosa di più”. Qui, a parte la sintassi e il significato parzialmente oscuri della frase, si pone un confronto in realtà inesistente. Ormai si ha di tutto e di più, sul caso Kennedy. Sono migliaia i lavori di studio del caso pubblicati dalle case editrici di tutto il mondo. E proprio i giornalisti hanno creato il maggori numero di sfumature e di scenari possibili nel caso Kennedy. Da Oswald unico assassino al secondo cecchino ignaro di Oswald alle squadre coordinate, all’uomo con l’ombrello, al Badge Man… Chi conosce il caso Kennedy sa bene che la dicotomia di cui parla Decollanz non ha riscontri nella realtà: i giornali hanno ‘lanciato’ i mandanti e gli esecutori più disparati, dalla Mafia a Castro, dalla Cia a Johnson, dai militari ai petrolieri, i fascisti, i comunisti, Allen Dulles, Hoover, i banchieri… E la domanda di verità è arrivata o meno a seconda della serietà e della preparazione del giornalista, non della sua inclinazione a credere o meno a un complotto.

Un successivo servizio mostra immagini sparse della commissione Warren e dei lavori dell’HSCA, ma vengono presentate come immagini della commissione Warren. Si parla (stranamente al femminile) della “magic bullet”. Il proiettile, si dice, rimasto “intatto”. E si chiosa con un interrogativo: “per quale motivo documenti fondamentali sono stati distrutti?”

Si torna in studio con Decollanz: “…è possibile sì, è sfuggito, questo è un dato di fatto, non un giornalista si è levato per mettere in discussione la verità ufficiale ma un procuratore, Jim Garrison. Credo valga la pena ascoltare le parole della requisitoria finale”.

A parte la rinnovata ipotesi della stampa asservita al potere (che, come già spiegato, è destituita di fondamento) riascolto sempre con piacere spezzoni del film di Stone: mi affascina vedere come un attore, la voce suadente di un doppiatore, un regista geniale e dialoghi magistrali rendano verosimili anche le cose più false. Solo che – Decollanz avrebbe fatto bene a documentarsi – non solo quell’arringa il procuratore distrettuale Jim Garrison non la fece mai ma soprattutto Garrison non era il personaggio che emerse dal film. Cambiò più e più volte le ipotesi sui mandanti, incarcerò innocenti che la giustizia, per fortuna, provvide a scagionare. Ma rovinò vite e reputazioni (lo sfortunatissimo Clay Shaw, su tutti, che Stone presentò come un sordido criminale dal colletto bianco e che, in realtà, non aveva il minimo legame con l’assassinio e morì di tumore poco tempo dopo l’assoluzione, un po’ come il povero Enzo Tortora) senza mai riuscire a provare alcunché.

Ma Decollanz commenta l’arringa inventata da Oliver Stone così: “Accidenti, accipicchia, che coraggio”. Decollanz mostra poi un dollaro gigante: “Dietro quello che è successo a Kennedy potrebbe esserci anche questo il biglietto verde americano e le differenze che intercorrono in un determinato periodo, quello della presidenza Kennedy, e quello che succede dopo”. Altra frase, diciamo così, sibillina, poco dopo ripresa: il conduttore parla della “teoria cospirazionista che ci viene naturale partorire dopo aver esaminato molti degli aspetti più importanti della vicenda” (quest’affermazione è davvero curiosa, giacché nel programma si sono invece trascurate con cura tutte le principali questioni del caso Kennedy, quale che sia la posizione: le prove fotografiche, i filmati, le prove testimoniali, le perizie, le questioni balistiche e medico-legali, quelle criminologiche legate alla condotta di Oswald). Si citano nuovamente episodi secondari (e in realtà per nulla sospetti) come la vicenda del famoso il telex sparito (che qui viene chiarita), i tre barboni rilasciati subito dopo (un falso mistero che in Italia fu rilanciato da Bisiach, ma senza successo). Si parla del test del nitrato effettuato su Oswald che “venne tenuto segreto per dieci mesi forse perché provava che Oswald non aveva sparato con un fucile”. E della “prima relazione dell’autopsia che fu bruciata nel caminetto” (Il medico che si sbarazzò degli appunti dell’autopsia, inutili una volta compilato il rapporto, spiegò serenamente che quegli appunti erano macchiati del sangue di Kennedy e, una volta ricopiati nel rapporto, decise di bruciarli per evitare che diventassero un macabro souvenir).

Dopo aver lambito un possibile movente, in realtà molto fumoso, che fa capo ai cosiddetti spin doctors si cita anche la teoria di James Files, il galeotto che da anni si autoaccusa di essere l’autore del colpo fatale a Kennedy ma che non ha mai portato un frammento di riscontro alle sue affermazioni. Si parla, mentre contraddittoriamente gli schermi in studio mostrano le ricostruzioni in 3D della BBC che smentirono le teorie di spari multipli e di cecchini sul poggio erboso (!), di una fantomatica “pallottola modificata al mercurio” che Files avrebbe sparato a Kennedy. Decollanz, poi insiste sui dollari emessi senza copertura aurea, la silver certification, come altro possibile movente. Ma non viene, nonostante l’enfasi delle banconote sventolate, spalleggiato dagli ospiti: Di Cesare chiude buttando nella mischia anche la Mafia, che ce l’aveva con un presidente che “stava diventando estremamente handicappante (sic!) per queste attività”. Foa, per conto suo, prende un po’ le distanze: parla di “poca gente, due cecchini, tre, e un po’ di corruzione, qualche agente di supporto. Può darsi che chi ha voluto la morte siano due persone che hanno reclutato altre dieci… Parlare di lobby delle banche può essere fuorviante”.

La puntata finisce qui. Devo ammettere, e mi spiace farlo, che raramente (soprattutto negli ultimi anni, in cui la contezza offerta dalle scienze forensi ha dato un grande aiuto a chi in televisione ha trattato – indipendentemente dalle opinioni espresse – la vicenda Kennedy) ho assistito a programmi tanto confusionari, inconcludenti, prevenuti, giornalisticamente discutibili, zeppi di imprecisioni ed errori come questo Rebus dedicato a Kennedy. Una raccolta disordinata di ipotesi azzardate, illazioni prive di riscontri, di dettagli presentati come punti chiave dell’assassinio e di sbalorditiva assenza di documentazione su tutte le questioni basilati che mi hanno lasciato molto perplesso.

Il blog della trasmissione presenta questa puntata sostenendo aprioristicamente che “il complotto è oggi una delle interpretazioni più verosimili dei fatti”; che Rebus è “l’unico programma che ha il coraggio di affrontare e sgretolare i rebus dei nostri tempi e cercherà di dare una risposta”, che si commenteranno nella puntata “rari documenti video dell’epoca” (invero non se n’è vista traccia),  che il filmato di Abraham Zapruder è “l’unico documento video che riprende integralmente gli ultimi attimi di vita del Presidente Kennedy” (e il filmato di Orville Nix?).

Un pensiero riguardo “Complotti da Rebus

  • 3 Dicembre 2009 in 17:00
    Permalink

    Al di là dei convincimenti personali credo che la tua descrizione di questa puntata sia più che sufficiente per farsi un’idea sulla completezza e sull’affidabilità delle informazioni offerte.

    Grazie
    M.

    Risposta

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