James Hepburn – Bufale (scadute) d’America

nutrimentiFarewell America – The plot to kill JFK è stato presentato, in Italia, come una novità con il titolo Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK. Lo è più o meno quanto la scoperta dei dinosauri. Quello che l’editore Nutrimenti ha riproposto, per non dire riciclato, è un libretto uscito semiclandestino non più tardi dell’anno 1968, a firma di un certo James Hepburn, pseudonimo che nascondeva una o più persone sicuramente informate su vicende anche riservate sul Governo e l’amministrazione americana.

Di tanto segreto, tuttavia, come ha chiarito il ricercatore Diego Verdegiglio, non si ravvisa granché:

«… risulta che il volume sia stato in realtà curato da Hervé Lamarre con lo pseudonimo di James Hepburn e che sia un’opera di disinformazione diffusa da agenti del servizio segreto francese, lo SDECE, che lo hanno fatto stampare in maniera quasi clandestina presso fantomatiche case editrici in Liechtenstein e in Belgio nel 1968. Distribuito anche in Canada e tradotto in Italia col titolo di L’America brucia, non è mai stato diffuso negli Stati Uniti. La sua provenienza è così oscura che John L. Hess, sul New York Times del primo gennaio 1969, titola a pagina 12: “Libro su Kennedy descrive un vasto complotto: l’origine del bestseller francese rimane un mistero”». (Diego Verdegiglio, Ecco chi ha ucciso John Kennedy, Mancosu editore 1998, pag. 356)

Verdegiglio, che ha scritto il miglior testo di ricerca mai uscito in Italia sul caso Kennedy, aveva saggiamente liquidato come bufale del tutto prive di riscontri o di circostanze le teorie complottiste della prima ora contenute in quel libro, riportandole alla realtà emersa nei primi trent’anni di ricerche sull’attentato e rispondendo, in quel mentre, alle presunte rivelazioni di Gianni Bisiach, il “kennedologo” italiano che nel suo volume sull’omicidio di Dallas era si diceva certo che quel volumetto anonimo fosse opera dell’entourage stesso di Kennedy.

Bene. Passano quasi cinquant’anni ed ecco rispuntare Hepburn. Sotto un titolo italiano: si chiama Il complotto, l’editore è Nutrimenti di Roma e il sottotitolo promette molto: La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK. Mi è davvero difficile leggere l’introduzione, a cura della giornalista e scrittrice Stefania Limiti, e sopire considerazioni severe giacché, nella prima pagina, la curatrice dà il benvenuto al lettore con affermazioni lapidarie: il mondo conosce “una verità addomesticata ufficiale” sull’assassinio, il libro di Hepburn è “un immenso lavoro di ricostruzione che infrange in modo dirompente tutte le certezze della pallida ricostruzione ufficiale dei fatti”, la famiglia Kennedy “non credeva alla verità ufficiale sull’attentato” e via discorrendo, con una sicumera che, mi spiace dire, risulta grottesca agli occhi di chi ha studiato il caso con un minimo di serietà.

Sarebbe interessante sapere su quali dati di fatto, evidenze scientifiche e prove documentali si possa giungere a bollare tutte le ricostruzioni dell’attentato non complottiste come fandonie. Se il tenore delle prove di cui si dispone è simile alla presunta rivelazione (puntualmente citata) dell’opinione di Jackie Kennedy sull’assassinio del marito, c’è poca sostanza su cui discutere: il giornale scandalistico Daily Mail scrisse, nell’estate 2011, che nei nastri in possesso della rete televisiva ABC la vedova Kennedy incolpava dell’omicidio addirittura il successore del marito alla Casa Bianca, Lyndon Johnson; molti siti e giornali ripresero il falso scoop e la ABC, a stretto giro, fu costretta a smentire. Non era vero. La rivelazione del Mail evaporò nel mese di settembre dello stesso anno, quando la ABC mandò in onda il documento audio della signora Kennedy e mise in vendita un libro con Dvd dedicati alle conversazioni della First lady con Arthur M. Schlesinger jr.. Si scoprì che Jacqueline non si era mai azzardata a calunniare nessuno: semplicemente, aveva rivelato che suo marito le aveva confessato di temere una presidenza Johnson (“Oddio, puoi anche solo immaginarti cosa succederebbe al nostro Paese se Lyndon fosse il presidente?” ). Se nell’agosto 2011 la falsità della notizia del Mail aveva fatto il giro del mondo, a settembre nessuno si premurò di informare il pubblico del fatto che quello scoop fosse totalmente inventato.

Proseguendo nell’introduzione: non è veritiera nemmeno la circostanza secondo cui la HSCA, la seconda commissione incaricata di investigare sull’omicidio, avesse concluso che “un gruppo di uomini legati alla Cia e alla mafia avevano complottato” per fare sì che Oswald sparasse a Kennedy. Questo non è mai stato scritto né sostenuto: la HSCA si limitò a non escludere (dopo aver escluso esplicitamente il coinvolgimento della criminalità organizzata, degli apparati statali e dei potentati economici) che qualche singolo elemento potesse essersi mosso autonomamente per uccidere il presidente. Del resto, la forzata asserzione di un complotto likely, cioè “probabile”, fu figlia di un clamoroso abbaglio dell’ultimo minuto (1) da parte di due periti acustici che vennero pubblicamente sbugiardati e, da quel giorno, fuggirono ogni tentativo di confronto.

Forse per rendere omaggio al tenore del libro, che come tutta la letteratura protocomplottista di quei primi anni parla molto di scenari e poco o nulla di fatti, anche nell’introduzione mancano riferimenti a evidenze che possano autorizzare a ritenere che anche in questo caso “la verità ufficiale, quella stabilita da una commissione, da un giudice o da qualsiasi altra autorità chiamata a stabilirla, non coincide con la verità dei fatti”. Ci piacerebbe sapere i motivi di tanta beata sicurezza, ma non ci è dato conoscerli.

Saverino Tutino (1923-2011)
Saverino Tutino (1923-2011)

Si cita anche lo storico inviato dell’UnitàSaverio Tutino, che fin dagli anni Settanta fu un convinto sostenitore – come la quasi totalità dei giornalisti di sinistra, peraltro – di un complotto ‘di destra’ (petrolieri, militari, servizi deviati) per assassinare il presidente Kennedy. Mi spiace dover scrivere queste cose, sia perché l’Unità è stato il mio giornale per tanti anni, sia perché Tutino – scomparso nel 2011 – non si può più più difendere. Ma le sue prese di posizione potevano avere una loro giustificazione quarant’anni fa, prima della… scoperta della ruota. Oggi, certe ipotesi campate per aria e prive del benché minimo appoggio alla scienza forense sono pericolosamente affini al ridicolo.

Ecco, il punto di questa edizione italiana di Farewell America è proprio questo. Prendere un libro non superato, ma ormai eclissato dai progressi delle ricerche sull’assassinio del presidente Kennedy e ripubblicarlo dopo quasi 45 anni dalla sua prima edizione ha un suo significato. Anzi, consiglio agli appassionati di procurarselo: tuttavia, per conto mio, l’operazione avrebbe esaurito più utilmente la sua ragion d’essere se si fosse limitata a rievocare la vicenda di un libro effettivamente un po’ misterioso: a pochi anni dai fatti venne diffuso in maniera frammentaria, sottotraccia, da parte di uno o più autori in qualche modo capaci di consultare anche fonti riservate e informati su fatti ai tempi non di pubblico dominio. In Italia, poi, fu tradotto e smerciato in quantità minime e pure l’editore italiano rimase occulto; Tutino ipotizzò, senza riuscire a trovare tracce di questa sua deduzione astratta, si trattasse di un membro della famiglia Agnelli.

Se invece, come sembra accada in questa introduzione, si tenta di riesumare e avvalorare un’ipotesi strampalata e soprattutto, ormai, sbugiardata da decenni di acquisizioni da parte di tutta la comunità di ricercatori sul caso, beh, allora si rischia a dir poco l’anacronismo. Spiace dirlo, ma presso i ricercatori del caso Kennedy e il pubblico più informato si corre il pericolo di essere visti come indovini muniti di versi di Nostradamus che, nel 2012, cercano uditorio in un consesso internazionale sul big bang e i buchi neri.

Tralascio il resto dell’introduzione (che, nella miglior tradizione complottista della prima maniera, quella del “non perdo tempo a dirvi come gli hanno sparato o altri dettagli di poco conto, io vi spiego il panorama, vi racconto il perché” coinvolge ogni tipo di cospirazione possibile, pure la morte di Enrico Mattei), vi affido pure la lettura dei capitoli che ricamano sul perché e il percome del complotto. Mi limito a osservare che Farewell America è, più che altro, un pamphlet che intende attaccare la società statunitense nella sua interezza, criticando aspramente il suo sistema sociale, individuando addirittura una casta segreta di miliardari sudisti, fascisti e assassini, capace di piegare il Paese alle sue losche esigenze e, in definitiva, di agire come un autentico governo-ombra. Questa tesi ideologica (Hepburn chiama i cospiratori il Comitato) era tipica della sinistra europea di quel periodo storico, fatto che avvalora ancor più l’ipotesi che si sia trattato di un’opera di disinformazione da parte di agenti francesi dal marcato retroterra politico. Del resto il libro è costellato di asserzioni, frasi che cioè vorrebbero contenere in sé la prova della loro validità: sostenere che il costo stimato dell’assassinio andasse dai 5 ai 10 milioni di dollari, con un centinaio di finanziatori che contribuirono con quote dai 10.000 ai 500.000 euro, potrà anche impressionare un lettore ingenuo.

Ma dal punto di vista della validità storica, senza circostanze che possano suggerire la veridicità di una notizia tanto sensazionale, siamo al piano zero. Di autentiche ricostruzioni del fatto di reato non c’è traccia, in Hepburn. Pare troppo occupato, l’autore, a raccontare i massimi sistemi. D’altro canto, è vero che i capitoli di contorno dell’assassinio non sono solo in maggioranza ma risultano anche i più avvincenti, dal punto di vista puramente narrativo. Qui mi concentro unicamente sul nucleo della questione, che è il cosa e come. Lo smilzo (non a caso, a questo punto) capitolo denominato L’assassinio liquida alla svelta la dinamica della sparatoria e asserisce che:

– Il percorso del corteo fu dolosamente mutato per portare Kennedy sotto il tiro del Comitato di assassini.
– L’azione attribuita a Oswald era impossibile per chiunque tranne per un campione mondiale di tiro che usasse un fucile semiautomatico ad alta precisione montato su un cavalletto ed equipaggiato di un correttore automatico.
– Ci furono quattro tiratori. Due dietro lo steccato della collinetta erbosa, uno dal sesto piano del deposito, uno dal Dal-Tex building.
– Le ferite: prima Kennedy è ferito alla gola, poi alla spalla; dopodiché Connally è colpito alla schiena, infine JFK è attinto alla testa.
– Il filmato di Zapdruder fu manipolato in due fotogrammi per far sembrare che il presidente fosse stato colpito da dietro.

Non c’è molto di più. Del resto, vale la pena ricordare che dobbiamo tornare al 1968, anno in cui non si aveva la più pallida idea degli studi balistici, forensi, criminologici che sarebbero arrivati nei decenni successivi. Per replicare a Hepburn è sufficiente richiamare le acquisizioni basilari sulla balistica terminale del caso Kennedy.

a) Sulle presunte modifiche del corteo: è stata sufficiente una ricognizione dei giornali dell’epoca per chiarire che fu una montatura. Se c’era, peraltro, un uomo preoccupato della pericolosità del corteo, quello era il governatore John Connally e non JFK che fu irremovibile, come documenta la HSCA (volume XI, appendice del Rapporto, nella parte denominata Politics and Presidential Protection: The Motorcade).

2) La sequenza degli spari, seppur permangano zone d’ombra, è ormai pacifica. La manipolazione del filmato di Zapruder, oltreché mai dimostrata, sarebbe stata del tutto inutile: solo una ricerca rudimentale e artigianale degli anni Sessanta poteva presumere che Kennedy si fosse mosso indietro e a sinistra perché colpito da davanti (una supposizione ingenua e sprovvista di fondamenti scientifici, basata forse sulla presunzione che essere perforati da una pallottola sia come essere colpiti da un pugno): come si spiega qui, per esempio, e come emerge da tutta la documentazione disponibile, le prove raccolte sulla scena del crimine portano a un’unica fonte degli spari (il sesto piano del deposito libri) e a un’unica arma (il Carcano di Oswald).

Il filmato di Orville Nix, controcampo del celeberrimo film di Abraham Zapruder
Il filmato di Orville Nix, controcampo del celeberrimo film di Abraham Zapruder

Nessuno, poi, è mai riuscito a produrre né prove né indizi sul fatto che fossero presenti frammenti di proiettile provenienti da altre armisegni di spari incompatibili con la posizione di tiro di Oswaldferite che non collimassero con i tempi e gli angoli di impatto calcolati, né tracce della presenza di altri cecchini in Dealey Plaza. Al contrario, tutte le ultime ricostruzioni con modelli in 3D e manichini balistici (da The Kennedy Assassination – Beyond Conspiracy fino all’accuratissimo JFK – Inside the target car, solo per citarne due tra i più noti) hanno convalidato la tesi dell’assassino da dietro munito di Carcano, escludendo postazioni di tiro alternative. Hepburn no, anzi: decide di piazzare non uno, ma addirittura due tiratori sul poggio erboso. Senza tuttavia poter dire altro: la letteratura dei cecchini indeterminati sulla collinetta si sarebbe arricchita, negli anni, con le bufale sul Badgeman, l’uomo con una spilla appuntata al petto che faceva fuoco dalla collinetta, o sulla rivisitazione creativa del filmato di Orville Nix, che inquadrerebbe (ma solo secondo chi vuol vedere quello che non c’è) un tizio che spara accanto a un’automobile, ovviamente comparsa e ricomparsa senza che nessuno la notasse, né lui né l’attentatore.

3) Le ferite di Kennedy e Connally sono compatibili con due soli proiettili sparati da dietro. Di più: sono incompatibili con colpi sparati dal lato destro, da davanti o da qualsivoglia altra posizione. Le condizioni del cranio di Kennedy escludono uno sparo frontale (tempia intatta – altro che colpo dal poggio erboso! – sciame di frammenti metallici che ricostruisce il tramite del proiettile come entrante nella regione occipitale con esito nella regione fronto-parietale destra, diametro ridotto del foro in entrata, apertura a rosa delle ossa della teca cranica, tipico del colpo in uscita), la posizione di Connally e la natura delle sue ferite non possono che ricondurre al colpo che attraversò la gola di Kennedy prima di attingerlo. Non solo non c’è alcuna prova del preteso uso di proiettili a frammentazione: al contrario, le prove escludono proprio che possa essere stato usato quel tipo di pallottola nella sparatoria. Un proiettile di quel genere non avrebbe trapassato due corpi lasciando poche tracce di sé e, nel caso del colpo alla testa proveniente dalla destra di Kennedy, avrebbe provocato una ferita completamente diversa da quella osservata in sede autoptica. Del resto è noto che i frammenti di proiettile rinvenuti furono comparati balisticamente e risultarono combaciare con i proiettili del Carcano di Oswald a esclusione di qualunque altra arma (2).

4) Sulle capacità di tiro di Oswald, sulla difficoltà degli spari e sulle caratteristiche dell’arma ci siamo già dilungati altrove.

Ci sono, poi, una miriade di imprecisioni. Una su tutte: si sostiene che quel giorno furono sparati quattro colpi ma due sovrapposti e due ravvicinati, per cui la gente sentì un’eco e pensò di averne uditi solo due. La verità è che quasi l’80% dei testimoni dichiarò di aver sentito tre colpi. Ne udì due (o tre, erano indecisi) appena il 4,1%. Uno o due il 10.5%.

E si parla anche di Clay Shaw: nell’introduzione si avvalorano le tesi di Garrison, si cita (come in JFK di Oliver Stone) la dichiarazione di Richard Helms che parlò di Shaw come membro della CIA (non è così, ovviamente: Helms ammise solo che Shaw, come migliaia di uomini d’affari di quegli anni, era un informatore per le attività economiche all’estero per mezzo del Domestic Contact Division, ma negò risolutamente che fosse mai stato un agente). Come avrete capito, però, non vale neanche la pena di correggere, rettificare, contraddire. Se lo si vuole leggere come un bel giallo, questo libro ben tradotto da Nutrimenti, va bene. L’importante è non scordare le avvertenze: come materiale di ricerca è scaduto da tempo immemore. Resta un godibile testo romanzesco.

NOTE

(1) Il quarto colpo dell’HSCA. Dopo aver individuato la piena responsabilità del solo Oswald, l’HSCA improvvisamente introdusse, nelle sue conclusioni, un fantomatico secondo sparatore e, di conseguenza, la configurazione di un complotto. Negli anni a venire si chiarì la clamorosa svista: nel dicembre del 1978 l’HSCA aveva praticamente concluso un lavoro sterminato, aveva riesaminato tutti i documenti, le fotografie, i filmati, le testimonianze, giungendo a una conclusione chiara, e cioè che Lee Oswald fosse l’unico assassino. Ma il 28 dicembre di quell’anno il membro e professore di legge G. Robert Blakey, personalmente convinto dell’esistenza di una cospirazione di matrice mafiosa, invitò due periti acustici a riesaminare un tracciato audio dell’assassinio. Si tratta di un nastro registrato dall’agente di polizia H. B. McClain, un motociclista della scorta presidenziale che aveva inavvertitamente lasciato acceso il segnale della sua motocicletta. I due esperti, Mark Weiss ed Ernest Ashkenazy, consegnarono così uno studio supplementare proprio mentre i lavori della commissione si stavano chiudendo. Essi affermavano che, al 95%, quel nastro indicasse l’esplosione di non tre ma quattro colpi, e questo nonostante già nel 1964 l’FBI avesse esaminato quella registrazione senza trovarvi niente. L’HSCA si trovò in gravi difficoltà: da una parte una messe di solide prove solo ed esclusivamente contro Oswald; dall’altra un nastro audio che indicava uno sparo in più. L’HSCA decise, quindi, di ascoltare entrambe le campane, scontentando in realtà tutti: creò una fantomatica figura di un secondo killer – di cui non aveva però niente in mano, se non uno sparo – posto sulla collinetta erbosa e che mancò il bersaglio. Il fatto è che questo sparatore non c’era anche perché il quarto sparo non c’era mai stato: quell’improvvido parere tecnico sul nastro audio inficiò irrimediabilmente la credibilità dell’HSCA. La perizia di Weiss e Ashkenazy, infatti, era allace. Il primo ad accorgersene

Il disco acquistato nel 1979 da Steve Barber, in allegato alla rivista Gallery.
Il disco acquistato nel 1979 da Steve Barber, in allegato alla rivista Gallery.

fu un appassionato del caso Kennedy, Steve Barber, che nel 1979 acquistò il disco in allegato alla rivista Gallery, disco che riproduceva la “colonna sonora dell’attentato” registrata involontariamente da McLain. Barber si accorse, amplificando la traccia, della presenza di una voce: “Hold everything secure”, diceva. L’FBI riprese in mano il nastro: la voce isolata era quella dello sceriffo Decker, che dava istruzioni ai suoi agenti (un minuto dopo gli spari), e soprattutto gli esperti consultati smentirono l’HSCA poiché i picchi di rumore risultarono non essere spari ma semplici fruscii. Non basta: l’Accademia delle Scienze, due anni dopo, riesaminò ulteriormente il nastro: anche per l’Accademia non si trattava di spari, così come non si trattava di spari per il Comitato nazionale delle Ricerche, che condusse un’indagine autonoma. Ma il colpo di grazia alla fallace “scoperta” dei due periti dell’HSCA giunse quando si esaminarono con cura i filmati secondari dell’assassinio Kennedy, quelli di Mary Muchmore e di Robert Hughes. In essi si può notare che l’agente McLain, come egli stesso provò a spiegare – non creduto dall’HSCA a suo tempo – si trovava in una posizione ben diversa da quella che gli esperti dell’HSCA avevano ipotizzato: Weiss e Ashkenazy dissero che McLain doveva essere all’angolo tra Houston Street ed Elm Street al momento del primo sparo, mentre egli si trovava ancora all’angolo tra Main Street ed Houston Street.

(2) Dal Rapporto Warren edizione italiana Rizzoli del 1964, pagg 86-87: “Sia Frazier che Nicol (i periti incaricati) dopo averli esaminati separatamente stabilirono con certezza che il proiettile quasi intero della barella e i due frammenti più grossi ritrovati nella limousine del Presidente erano stati sparati dal fucile Mannlicher Carcano trovato nel Depository, con esclusione di ogni altra arma. Esaminati i tre bossoli vuoti trovati al sesto piano del Depository, Frazier e Nicol giunsero alla conclusione che erano stati sparati dal fucile Mannlicher Carcano C2766 con esclusione di ogni altra arma. Altri due esperti del Federal Bureau of Investigation, che esaminarono separatamente il proiettile quasi intero, i frammenti di proiettile e i bossoli vuoti, giunsero a identiche conclusioni”. Giova anche ricordare che un proiettile intero, rinvenuto inesploso nella camera di scoppio del fucile trovato al sesto piano, aveva lo stesso tipo e marca di bossolo e di palla rinvenuti nel deposito, sulla barella, nell’auto e (almeno per la composizione dei frammenti metallici identificabili) nel corpo del Presidente.

Un pensiero riguardo “James Hepburn – Bufale (scadute) d’America

  • 15 Marzo 2015 in 2:34
    Permalink

    Mi spiace a livello umano per la memoria di Tutino, ma io lo criticai aspramente alle pagine 308-309 nel mio libro del 1998, quando era ancora vivo. Le sue teorie (ci sentimmo telefonicamente) erano così astruse – e uso un eufemismo per carità di patria – che mi meravigliai della superficialità con cui il ben noto giornalista le aveva propalate. Ricordo perfettamente due cose che mi disse: una era che il primo corrispondente da Dallas dell’Unità non era affatto certo che ci fosse stato un complotto. La direzione del quotidiano gli tolse subito l’incarico, affidandolo invece a Tutino, convinto cospirazionista “a priori”. La seconda cosa che mi disse fu che egli capì subito trattarsi di un complotto dal tono dei vari telex di agenzia che giungevano sulla telescrivente del giornale. Una capacità divinatoria e un fiuto professionale assolutamente inarrivabili e mai eguagliati.

    Ora Tutino è morto e non voglio né posso infierire, ma lo ritenni subito (e lo ritengo ancora) del tutto non credibile. P.S. Stefania Limiti non ha mai risposto ai miei messaggi sul libro-bufala di Hepburn

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Widgets powered by AB-WebLog.com.

Vai alla barra degli strumenti