Le confessioni di James Files: credetemi, sono stato io

files_mugJames Earl Files è un criminale statunitense nato nel 1942, che si è accusato di aver ucciso il presidente Kennedy a Dallas. Files, già condannato in gioventù per omicidio, è in galera dal 1991 a Crest Hills, nell’Illinois, per aver tentato di uccidere un agente di polizia e dichiara pervicacemente, ormai da una ventina di anni, di essere il vero assassino di JFK. Nelle sue confessioni, ha sostenuto che Oswald fosse presente nel deposito libri ma che non sparò, e che a fare fuoco insieme a lui fu un sodale mafioso, Charles Nicoletti.

Una versione del complotto, quella di Files, di piccolo cabotaggio: criminali di secondo piano impiegati nel lavoro, al più qualche copertura dei Servizi, nessuna cospirazione globale in grande stile. Kennedy ucciso dai mafiosi è un cliché tra i più frequentati fin dagli anni Sessanta. Non solo: autoaccuse e autocalunnie sono un classico della letteratura carceraria. Per i motivi più disparati, la storia è ricca di detenuti che si sono affermati responsabili di stragi, attentati e omicidi, invariabilmente eccellenti. Kennedy, poi, ha scatenato la fantasia di molti individui bizzarri, disperati o alla ricerca di notorietà: il ricercatore italiano Diego Verdegiglio, nel suo libro Ecco chi ha ucciso John Kennedy, ne ha contati parecchi:

Loran Hall “rivela”, cinque anni dopo l’attentato, di aver ricevuto il 17 ottobre 1963, da un gruppo di estrema destra legato agli anticastristi e alla CIA, cinquantamila dollari per uccidere JFK (settimanale “L’Europeo”, 28 nov. 1968, p. 70; pagina 82 e nota 144 del mio libro). Roscoe White, ex poliziotto di Dallas e sedicente killer dalla collinetta (“rivelazione” dopo la sua morte da parte di sua moglie e di suo figlio); Luis Angel Castillo, sedicente sicario di Castro, arrestato a Manila nel marzo 1967 e reo confesso; nel 1988 Antoine Guerini e Christian David, mandanti della mafia corso-marsigliese (notizia sui principali quotidiani italiani del 26 ott. 1988; pag. 184 del mio libro); Robert Easterling e Manuel Rivera, sedicenti killer anticastristi pagati dalla CIA e “collegati” ad Oswald, “scoperti” da Henry Hurt nel 1985 (su Hurt: “Tante dita sul grilletto”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 nov. 1988, p. 11, ADN Kronos); Charles Rogers, indicato nel 1992 dagli autori John R. Craig e Philip A. Rogers come “l’uomo che sparò dalla collinetta” (“The Man On The Grassy Knoll”, New York, Avon Books, 1992); Charles Harrelson, padre dell’attore Woody Harrelson, “confessa” di aver sparato a JFK dal poggio erboso con la complicità di tale Chauncey Holt (“Chagra Says Harrelson Told Him He Also Killed JFK”, su “Fort Worth Star Telegram” del 2 nov. 1992); sempre nel 1992, un libro-scoop porta alla luce un altro partecipante al delitto, tale Robert D. Morrow (“Firsthand Knowledge How I Participated In The CIA-Mafia Murder of President Kennedy”, New York, SPI Books, 1992); nel suo volume “Appointment in Dallas”, Hugh McDonald “scopre” chi ha sparato dall’edificio nei pressi del magazzino di Oswald, il Texas Records Building: il suo nome di battaglia è Saul ed è legato alla CIA. Il ricercatore texano David Perry ha raccolto le testimonianze di ventotto uomini rei confessi o individuati come il secondo, il terzo o il quarto sparatore in Dealey Plaza (pagina 185 del mio libro).

Come mai, insomma, la confessione più che tardiva di James Files, così poco originale e anacronistica, anticipata da decine di altre analoghe uscite, ha ottenuto un certo risalto?

Il Remington XP-100 Fireball, l'arma che Files sostiene di aver usato per sparare a Kennedy
Il Remington XP-100 Fireball, l’arma che Files sostiene di aver usato per sparare a Kennedy

La risposta è da ricercare innanzitutto in Joe West, un investigatore privato di Houston che venne a sapere della confessione di Files da un ex agente dell’FBI, Zack Shelton. West intervistò Files nel 1992 e iniziò (a quanto pare, bisogna fidarsi delle parole di Files) a confidargli di essere stato parte del complotto. West, però, morì nel 1993, a 60 anni, per complicazioni dopo un infarto: James Files, a tal proposito, si dice tuttora certo che West sia stato ucciso perché aveva intentato un’azione legale per far esumare il corpo di Kennedy, alla ricerca di tracce di mercurio (avendo James Files confessato a West di aver sparato al presidente con proiettili al mercurio). Dopo la morte di West, fu l’amico Bob Vernon, un produttore televisivo, a “ereditare” la storia di James Files e a cercare di diffonderla. O meglio, di venderla: nel 1996, infatti, uscì una raccolta delle dichiarazioni di Files in una videocassetta, che tuttavia non ebbe il successo sperato. Files e Vernon, ovviamente, attribuirono il flop del loro lavoro alla volontà delle autorità di insabbiare il caso: il dubbio che ci si fosse accorti che si trattasse di una bufala grottesca, né originale né interessante, non li sfiorò mai. Oltretutto, è utile ricordare che negli anni Novanta, quando cioè Files si è deciso a raccontare la sua storia, la stragrande maggioranza del pubblico americano era già convinta dell’esistenza di un complotto, motivo per cui una confessione del genere non avrebbe certo sconvolto l’opinione pubblica, già certa – in massima parte – della presenza di più sparatori in Dealey Plaza, e dell’innocenza di Oswald.

Tra l’altro, i maggiori network televisivi (interessati all’audience e ai profitti) non hanno lesinato spazi e approfondimenti per lavori di matrice complottista, in questi decenni: sostenere che Files sia stato boicottato, peraltro proprio nei mesi in cui Oliver Stone invadeva cinema e tv in tutto il globo con la sua versione del “supercomplotto”, è francamente assurdo. Tra i network nazionali, la NBC si interessò seriamente a comprare l’intervista di Files. Finì per scartarla, dopo un’indagine sui contenuti delle dichiarazioni di Files, perché venne giudicata paccottiglia già smentita dai fatti, che avrebbe solo messo in ridicolo chiunque si fosse azzardato a presentare quel detenuto come l’uomo che aveva ucciso il presidente Kennedy.

Le dichiarazioni di James Files, in sostanza, sono queste: dopo il servizio militare, egli sarebbe stato ingaggiato dalla CIA; aveva conosciuto Lee Harvey Oswald prima della sparatoria; egli sarebbe il tiratore dalla collinetta erbosa, incaricato dall’amico mafioso Charles Nicoletti, appostato nel Dal-Tex Building, di mirare alla tempia destra del presidente. In quella piazza, secondo Files, era presente anche Jack Ruby.

Il problema è che le affermazioni di Files, se sviscerate, sono o prive di riscontri, per cui bisogna fidarsi tout court della sua parola non verificabile, oppure oggettivamente smentite dai fatti. Per esempio: la frequentazione con Oswald nel 1961, di cui Files parla, è impossibile: Oswald, in quei mesi, era ancora in Unione Sovietica, a Minsk. Jack Ruby, mentre Kennedy veniva assassinato, era nella redazione del Dallas Morning News a dettare un’inserzione per il suo club di striptease, visto da più testimoni, non in Dealey Plaza come Files sostiene. Ruby parlò a lungo con un più di un giornalista, conversò con le segretarie; quando arrivò la notizia degli spari, pochi minuti dopo aver concluso il lavoro sull’inserzione, Ruby fu visto seduto a leggere il giornale. Files, poi, racconta di un incontro tra Ruby e il mafioso John Roselli la mattina del 22 novembre; i due (abbiamo già visto che Ruby era altrove, ma ammettiamo per un momento che avesse il dono dell’ubiquità) avrebbero discusso del cambio del percorso del corteo messo in opera all’ultimo momento, per portare JFK sotto il fuoco degli attentatori. Ma la storia della modifica del corteo è falsa, la svolta il Elm Street era prevista e motivata.

La credibilità del detenuto pluripregiudicato Files, condannato a uscire dal carcere – se ancora vivo – da ottuagenario, sarebbe insomma da considerarsi più che discutibile già solo per questi aspetti. Stupisce che quegli stessi critici della tesi dell’assassinio solitario, pronti a spaccare il capello in quattro se colgono minime aporìe o dubbi nella ricostruzione dei fatti, facciano invece professione di fede nei confronti di un soggetto dal passato indecente e criminale, peraltro smentito, come abbiamo appena visto, in parecchie sue affermazioni che vorrebbero corroborare la sua confessione. Chi ha voluto credere alle sue storie, invece, ha proprio sottolineato la cura dei particolari, peculiarità che renderebbe Files attendibile al contrario della messe di paranoici e mitomani che si sono attribuiti i delitti più celebri della storia.

La verità, però, è che i particolari che dovrebbero accreditare Files come reo confesso sincero finiscono per essere controproducenti: come il suo racconto del poliziotto che lascia la motocicletta al lato della strada e corre su verso la collinetta erbosa, dopo gli spari. Files, difatti, sostiene che l’agente fosse stato fermato e convinto a ridiscendere da due falsi agenti dei Servizi segreti, sistemati lì per coprire la sua fuga. Ebbene, è una bugia. Prima di tutto gli agenti erano due, Bobby Hargis (noto anche perché si ritrovò la visiera del casco sporca di materiale cerebrale del presidente) e Clyde Haygood. Haygood, come Hargis, testimoniò su quanto fatto e la sua ricostruzione è totalmente differente: arrivò eccome in cima alla collina, perlustrò l’area con Hargis (una fotografia, peraltro, ritrae l’agente in cima all’ultima porzione del poggio, adiacente al sottopassaggio a tre corsie). Di tutte le persone presenti sulla collinetta durante e dopo gli spari, nessuna vide agenti intenti a respingere poliziotti o testimoni, alcuni dei quali peraltro erano a pochi metri dal luogo in cui Files afferma di avere sparato (e usando un Fireball, arma rumorosissima, non avrebbero potuto non avvertire il fragore del colpo).

points to head 3Proprio il cuore della sua autoaccusa, la sparatoria, è la ulteriore dimostrazione della non veridicità della versione dei fatti offerta. James Files racconta di aver sparato con un Remington XP-100 “Fireball”, un’arma prototipo, e di aver colpito Kennedy alla tempia destra. Eppure, tutte le fotografie dell’autopsia a Kennedy mostrano la tempia destra del presidente invariabilmente intatta (attenzione, sono immagini molto crude). Le moderne tecniche di pulizia digitale hanno poi offerto un dettaglio crudo e nitido del cranio di Kennedy dopo il fotogramma 313 del filmato di Abraham Zapruder, quello in cui JFK viene colpito alla testa. La tempia è intatta. Così come è intatta nei raggi X del cranio del presidente. L’unica possibilità, per Files, è quella di far “saltare il tavolo”: sostenere, cioè, che tutte le prove documentali della sparatoria sono contraffatte. Riscontri, fatti, testimoni, circostanze lo smentiscono. Nessuno ha visto né sentito un uomo far fuoco con un Fireball dalla collinetta; i filmati, le fotografie, le radiografie, il reperto autoptico smentiscono categoricamente uno sparo frontale o laterale. Eppure Files pretende di essere creduto.

Non è un caso, del resto, che quasi tutti gli autori sostenitori di una cospirazione contro Kennedy considerino James Files un testimone bugiardo e totalmente inattendibile. Perché lo è.

12 pensieri riguardo “Le confessioni di James Files: credetemi, sono stato io

  • 28 Febbraio 2017 in 20:36
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    Site: http://www.manuscriptservice.com/WBP-Resolution/
    Professor Herbert Leon MacDonell provided a formal report (available in full here), in which he stated: The four basic rules I follow in cases where there is a question of homicide vs. suicide in a gunshot wound to the head are:
    1) Location of the wound The choice of suicide gunshot wounds is most often the temporal region; right side for right-handed and left side for left-handed individuals.
    2) Discharge distance for suicides is most often contact Charring around Commander Pitzer’s entrance wound, the absence of powder residue, and the apparent muzzle imprint (at 10:00 which is explained in 4 below) characterize this as a contact wound…
    3) Trajectory of suicide gunshots is most often upward and backward That is the case with the Pitzer gunshot wound…
    4) Rotational attitude of the muzzle to the temporal area …In this case that angle can be established from the apparent front sight imprint. I have attached an enlargement of Autopsy Photograph #9 to show how the rotational attitude is established. It is a 26-degree angle (see here), which is in the middle of the range of what is called the “comfort angle” for holding the revolver when committing suicide.

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  • 27 Febbraio 2017 in 11:12
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    A proposito di James Tague: non fu mai sicuro di quale sparo avesse colpito il marciapiede vicino a lui e non si accorse nemmeno subito di essere stato ferito di striscio ad una guancia, fu un poliziotto a fargli notare il sangue sul viso dopo la sparatoria.

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  • 26 Febbraio 2017 in 17:39
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    Creda pure che io non abbia argomenti per controbattere, creda quello che vuole, ma le sciocchezze di Files e Hunt (che poco prima di morire vendette le sue confessioni per aiutare economicamente la sua famiglia) non hanno il minimo riscontro. Non esiste nessuna prova CONCRETA né una testimonianza ATTENDIBILE che Nicoletti fosse a Dallas quel giorno, e l’HSCA non trovò testimoni su questo. Nessuno vide estranei nel magazzino librario dal quale Oswald sparò quel giorno, a parte le forze dell’ordine entratevi subito dopo l’attentato. Se Lei ha prove di testimoni che affermano di aver visto estranei in quell’edificio prima delle 12,32 del 22/11, attendo che cortesemente me le fornisca. Le chiedo inoltre di dirmi – se lo sa – quanto tempo prima del 22/11 sarebbe stato organizzato l’attentato di Files a JFK. Figuriamoci poi se la mafia (che fu trovata come organizzazione del tutto estranea all’attentato dalle indagini dell’HSCA) si sarebbe mai affidata ad un Mannlicher Carcano residuato bellico da 12 dollari, perché (è ormai AMPIAMENTE assodato) solo da quell’arma arrivarono i proiettili che colpirono JFK e Connally, AD ESCLUSIONE DI QUALUNQUE ALTRA ARMA. Il referto autoptico è chiarissimo su questo punto. Quindi la cavolata di Files che spara dalla staccionata è una solenne bufala. Noti che Files cita solo gente scomparsa a sostegno della sua tesi, nessuno ancora vivo che possa smentirlo. Ma vedo che mi sto facendo prendere la mano per smontare quanto Lei crede. Pessima idea. Il complotto è una Fede e la Fede non si discute né si smonta. Per cui continui pure a baloccarsi con le cospirazioni. Buon pro Le faccia.

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  • 23 Febbraio 2017 in 1:22
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    Prendere sul serio Files è come credere agli alieni di Roswell custoditi nell’Area 51

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  • 20 Febbraio 2017 in 21:32
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    Salve , ho scoperto da poco questo sito che trovo interessante per l’ argomento trattato . Unica pecca mi pare l’ eccessiva enfasi in alcuni commenti e relative risposte . Sarebbe molto piu’ costruttivo confrontarsi serenamente evitando gli insulti , cosa in cui cade ogni tanto anche lei signor Ferrero . Mi scusi l’ appunto e , buon lavoro .

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