uno studio sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Perché johnkennedy.it

La prima pagina del Chicago Daily News del 23 novembre

La prima pagina del Chicago Daily News del 23 novembre

L’idea di johnkennedy.it nasce col proposito di offrire un’informazione corretta su un ‘giallo’ che ha appassionato l’opinione pubblica dagli anni Sessanta a oggi: l’assassinio del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Al caso Kennedy ho dedicato attenzione dai primi anni Novanta, condizionato da una mentalità che il travolgente successo del film di Oliver Stone JFK – Un caso ancora aperto aveva tramutato in certezza: JFK era stato ucciso da un gruppo di cospiratori. Riuscii a fotocopiare dalla biblioteca giuridica dell’Università di Torino le quasi 900 pagine del Rapporto Warren e  ampliando la conoscenza sulle circostanze del delitto arrivai a conclusioni nette: JFK era stato colpito da dietro e da davanti; Kennedy e il governatore Connally non erano stati colpiti dallo stesso proiettile; la commissione Warren aveva condotto l’inchiesta in maniera disonesta; Lee Harvey Oswald era un capro espiatorio; la teoria della ‘pallottola magica’ era assurda; Jack Ruby uccise Oswald su commissione e a sua volta fu ridotto al silenzio da qualcuno; il governo americano coprì il complotto e, forse, prese parte all’organizzazione dello stesso.

I primi dubbi arrivarono, però. Inizialmente nel leggere un saggio (“A physicist examines the Kennedy assassination film” American Journal of Physics, settembre 1976) del premio Nobel 1968 per la fisica Luis Walter Alvarez, che studiò il filmato dell’assassinio girato da Abraham Zapruder. Alvarez spiegò che la reazione di Kennedy al colpo alla testa era compatibile con uno sparo da dietro. Era il jet effect. Da dietro? Ma come, e il colpo alla fronte? E la tempia destra che esplode? Quello fu solo l’inizio dello sgretolarsi del castello di sabbia. Approfondendo quello specifico argomento mi accorsi che non solo il colpo frontale alla testa non era provato ma che, al contrario, era più ragionevole si trattasse di uno sparo da dietro. Restava l’impossibilità della pallottola magica, quella che colpisce Kennedy e Connally e rimane intera, zigzagando nell’aria per due secondi e più (così veniva detto dai critici dei rapporti ufficiali). Anche quella parte del castello era destinata a crollare, però, non appena venni a sapere che la natura della ferita alla schiena, la posizione dei due corpi rispetto alla finestra del sesto piano del Deposito e le reazioni dei due feriti erano del tutto compatibili con la tesi di un unico colpo da dietro. Chiesi conferme, allora, a esperti di armi e al mio (allora) professore di medicina legale all’Università: con grande sorpresa tutti confermarono che era possibile, anzi, probabile che un unico tiratore con quel fucile avesse ucciso Kennedy e ferito Connally con tre colpi sparati in quel lasso di tempo. Di tanto in tanto (siamo alla fine degli anni ‘90) riguardavo il capolavoro di Oliver Stone per tirare una boccata d’aria ‘complottista’. Ma la magia si era spezzata. Fermandomi sui singoli particolari della trama, di per sé convincenti, ebbi la dolorosa conferma: quello di Stone era un film, solo un film, non un documentario. E così il testimone X non era morto per chissà quale motivo, ma per un banale incidente stradale, anni dopo i fatti; e il testimone Y non aveva affatto detto quanto gli si faceva dire. Le fotografie di Oswald col fucile in mano non erano contraffatte, anzi, gli erano state fatte dalla moglie con tanto di dedica sul retro e riproducevano un difetto che le ‘marchiava’ come foto provenienti dalla macchina degli Oswald. Restavano singoli elementi che mi facevano dubitare: in fondo non volevo credere che Oswald avesse davvero fatto tutto da sé.

Oggi fatico a comprendere con quanta leggerezza avessi potuto prendere per buono tutto ciò che venne ’lanciato’ in tv e sui giornali a riguardo dell’assassinio: esperti improvvisati, giornalisti ancora oggi in cerca di scoop, ricercatori che raccontano di scempi sui cadaveri per deviare l’autopsia, di dottori minacciati, di fotografie manipolate, di colonne sonore dell’assassinio registrate, di macchie nei filmati che corrispondevano ad altrettanti cecchini. La messe di prove raccolte a carico di Lee Harvey Oswald, con esclusione di ogni altro individuo presente quel 22 novembre del 1963 in Dealey Plaza, era già allora a prova di bomba. Eppure mai avevo considerato a sufficienza che difficilmente, per partito preso, delle versioni ufficiali dei fatti ci si vuole fidare. Avevo la consapevolezza di essermi sbagliato e sapevo che tanti altri, come me, erano caduti nell’affascinante trappola del complotto ‘globale’, che tanti più elementi coinvolge tanto più attira. Sentivo tuttavia il bisogno di mettere a disposizione degli altri le informazioni che avevo raccolto.
Così per la prima volta un sito, in Italia, racconta l’assassinio Kennedy senza trame fantasiose o approcci ‘da mistero’. Sono conscio che che la reazione di molti sarà la stessa: il rifiuto. John Fitzgerald Kennedy, però, non è stato ucciso da un gruppo di cospiratori e i fatti lo mostrano con chiarezza, così come mostrano tutti gli errori, le mancanze e le debolezze di una società evoluta che deve reggere l’impatto di un evento catastrofico: le informazioni si smentiscono, gli interessi si accavallano, la fretta, la paura, il dolore fanno sospettare di tutto e di tutti e creano situazioni nelle quali chi vuole credere a priori alla malafede e alla cospirazione troverà sempre terreno fertile. Del resto le trame ‘pulite’, lineari, perfettamente scorrevoli e logiche appartengono alle sceneggiature dei film, non alla vita.

Il processo Shaw nel film di Oliver Stone 'JFK, un caso ancora aperto'
Il processo Shaw nel film di Oliver Stone ‘JFK, un caso ancora aperto’

I fatti dimostrano anche che Oliver Stone, il suo film e le centinaia di autori che hanno inculcato l’idea della cospirazione nel caso Kennedy, Jim Garrison in testa, hanno costruito un castello di bugie (magari in buona fede) che, con grande probabilità, non crollerà mai. Siccome, tuttavia, la verità sull’assassinio di JFK esiste – ed è provata – ho pensato di fornire qualche elemento a chi è interessato a sapere come andarono le cose in quel tragico 22 novembre del 1963. Senza secondi fini: non mi interessa la politica, né provare a negare gli omicidi di Stato. Non mi interessa difendere un governo, una classe politica, un’ideologia. Per chi fa del complottismo una religione so che sarà difficile da credere, eppure non sono di destra. Non sono pagato dalla Cia. Non ho mai negato l’esistenza della categoria degli omicidi politici e non prendo per buono tutto ciò che mi viene propinato. Non fonderò un partito degli scettici né ho sposato il Cicap. Non sono un debunker, solo un giornalista che ha ricercato per suo conto elementi su un crimine tra i più celebri della storia moderna, spinto dalla curiosità di vederci chiaro. Nel caso Kennedy, per quanti abbiano esultato alla sua morte, non ci fu complotto e la vicenda, chiusa da decenni, rimane aperta ufficiosamente solo per speculare, scrivere e vendere libri, costruire trasmissioni per la tv sulla morte ‘misteriosa’ di un presidente o per dare voce a istanze ideologiche che non dovrebbero guidare le indagini su un crimine, per quanto eminentemente politico. Esistono siti che si sono specializzati in un approccio ingenuamente ideologico e revisionista alla storia (su tutti, in Italia, il coacervo di ipotesi raccolte su www.luogocomune.net). Per chi la pensa così, e per fortuna non sono ancora troppi, tutti gli avvenimenti storici vanno rivisitati in chiave “dietrologica”. Nessun aereo cade per incidente, se a bordo c’è da un sindaco di paese in su. Nessuno può morire di infarto, se è un parlamentare: l’ombra dell’omicidio incombe. Ayrton Senna? Joerg Haider? Incidenti stradali “sospetti”. I Papi morti? Uccisi, è chiaro. Poi c’è, e per fortuna è una minoranza, chi si spinge a negare l’Olocausto e le camere a gas, chi a invocare l’esistenza di un sosia impostore di Paul McCartney: ognuno declina il complotto adattandolo alle proprie passioni, più o meno sane. Il meccanismo è dogmatico, settario: nulla avviene per caso e nulla di ciò che è divulgato ufficialmente è vero. Quindi non è vero che siamo andati sulla Luna, non è vero che il cancro si cura con la chemioterapia, non è vero che gli alieni non ci hanno mai fatto vista. E, ovviamente, non è vero che John Kennedy, suo fratello, suo figlio sono morti nella maniera che è stata acclarata. Accecati dal fervore contro l’autorità costituita, chi non annusa complotti dappertutto è additato come schiavo del potere. Inutile dire che, così procedendo, si giunge a prese di posizione grottesche. Purtroppo nei decenni scorsi c’è chi (come anche il mio giornale, l’Unità) ha cavalcato teorie cospiratorie sul caso Kennedy per motivi politici: Kennedy ‘comunista’ ucciso dai fascisti e dai militari era una bandiera per la sinistra. Allo stesso modo, da destra, se la sono presa con i russi, Castro e il comunista Oswald. Entrambi hanno sbagliato di grosso anche se, ormai, a sostenere teorie strampalate sono rimasti solo gli appassionati di ‘complottite‘. Un passatempo divertente, finché rimane tale e non è preso sul serio.

 L’avventura di questo sito è iniziata nel 1997. Grazie all’interesse comune per questa tristemente celebre vicenda ho avuto l’opportunità di conoscere molte persone che, in questi anni, mi hanno aiutato e incoraggiato a tenere in vita il sito. A dispetto delle opinioni, a volte divergenti. In particolare, oltre a Diego Verdegiglio, autore del volume Ecco chi ha ucciso John Kennedy, desidero ringraziare per l’appoggio e per l’aiuto materiale Mario Bentivoglio, Andrea Bisio, Lorenzo Carcano (discendente dell’inventore dell’arma usata per uccidere il Presidente), Luigi Ermirio, Stefano Fattori, John McAdams, Dale Myers, Massimo Polidoro, Biagio Privitera, Carmelo Pugliatti, Ralph Schuster e Giorgio Vendramin.

Federico Ferrero lavora per Eurosport, Tennis Magazine, l’Unità, il Riformista.

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