uno studio sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Falsi miti su Lee Oswald

Posted on | agosto 29, 2009 | 1 Comment

Una celebre speculazione, ripresa dal film di Oliver Stone JFK – Un caso ancora aperto, racconta che Lee Oswald fosse un tiratore scarso, che il fucile Mannlicher Carcano fosse un’arma giocattolo, che l’assassinio fosse impossibile da compiere dal sesto piano, che Oswald non fosse nemmeno in possesso di quell’arma. Cerchiamo di fare chiarezza.

  • Lee Harvey Oswald aveva imparato a sparare nei Marines. Non è vero che fosse “una schiappa”, come un suo commilitone (Nelson Delgado) ebbe a dire nel corso di un’intervista televisiva concessa a Mark Lane (le parole del soldato, unico peraltro tra tutti gli interpellati a sostenere ciò, furono per di più tolte dal contesto. Delgado disse che Oswald aveva “a very poor shot”, cioé una mira molto scarsa. In realtà Delgado si stava riferendo, nella sua intervista, unicamente all’ultima parte del corso di addestramento di Oswald e, in seguito, spiegò dettagliatamente che non intendeva dire che Oswald non sapesse sparare, ma solo che si presentava, verso la fine delle prove, al poligono decisamente svogliato). Comunque vi sono pesanti evidenze sulle capacità di Oswald come tiratore. Oswald fu addestrato, come tutti i suoi
    Lee Oswald si allena nei Marines

    Lee Oswald si allena nei Marines

    commilitoni, e fu anche sottoposto a qualche esame. Nel dicembre del 1956 ottenne (con 212 punti) la qualifica di tiratore sceltissimo. Nel maggio di tre anni dopo Oswald fece un altro esame e si peggiorò, totalizzando 191 punti, che equivalgono alla categoria di tiratore scelto. Davanti alla commissione Warren il colonnello Folsom giudicò le due prove di Oswald rispettivamente come “abbastanza discreta” e “piuttosto mediocre”, cosa che ha fatto gridare allo scandalo alcuni sostenitori del complotto. In realtà, a proseguire con le testimonianze, il maggiore della Marina Eugene Anderson spiegò: “Io direi che, raffrontato con altri Marines con pari preparazione, Oswald era un buon tiratore, al di sopra o pari a… meglio della media, diciamo”. Quello che, nella circostanza, si dimentica di ricordare è che la prestazione di Oswald fu tutt’altro che da campionato mondiale di tiro al bersaglio: Oswald sparò tre colpi in circa otto secondi, uno andò a vuoto, un altro colpì Kennedy alla schiena, il terzo alla testa. Il tutto da una distanza talmente ravvicinata (ben inferiore ai cento metri) da rendere il tiro facile per chiunque abbia una minima dimestichezza con il Mannlicher Carcano. Non solo. Esaminando lo scout delle prestazioni di Oswald durante il servizio militare, il cosiddetto scorebook dei Marines si evince che, nelle prove di sparo in posizione seduta, con una carabina simile al Carcano, da una distanza di 200 yarde (più del doppio di quella necessaria per colpire Kennedy) Oswald totalizzava punteggi di 48-49 su un massimo di 50. In altre parole: era un ottimo tiratore. Lee Harvey Oswald sapeva usare un fucile e parecchi testimoni hanno raccontato che si teneva in allenamento con una certa regolarità: la moglie Marina raccontò che spesso il marito girava per casa con il fucile in mano, ripetendo la manovra di caricamento per velocizzarla.

 

  • Sul Mannlicher Carcano, il fucile usato da Oswald per compiere l’attentato, si sono diffuse molteplici inesattezze. C’è chi l’ha definita un’arma umanitaria (senza sapere che, in linguaggio militare, significa semplicemente che alcuni proiettili per questa arma erano stati fabbricati con intenti umanitari, cioé con una camiciatura che facesse in modo che il proiettile non si “aprisse” una volta entrato nel corpo). Si è poi detto che si trattasse di un ferrovecchio, di una baracca, di un arnese da quattro soldi, quasi il fatto che fosse tecnicamente vetusto ed economico non lo rendesse più in grado di uccidere. La carabina di Oswald era vecchia, sì, ma restava ed è tuttora un’arma di precisione. Sulla storia e sulle qualità dell’arma usata per l’attentato potete leggere questa scheda.

 

  • Fece scalpore la scena del film di Oliver Stone in cui viene appoggiata la mano del defunto Lee Oswald sul calcio del fucile per “appiccicare” fraudolentemente un’impronta. È un falso clamoroso, tuttavia. Lee Oswald morì domenica 24 novembre a Dallas e fu sepolto il giorno dopo, lunedì 25 novembre. Il fucile, invece, fu spedito a Washington la sera del 22 novembre e tornò in Texas, dopo che l’FBI lo ebbe analizzato, a dicembre inoltrato. Il test dei nitrati a carico di Oswald, giudicato curiosamente “illeggibile” dalla commissione Warren (accusata, per molti altri versi, di aver mentito per coprire un complotto) è invece un pesante indizio. Si tratta di un test che stabilisce se, sulle mani e sulle guance di chi si pensa abbia usato un fucile, sono rimasti composti chimici derivanti dallo scoppio di un’arma da fuoco. Il test risultò positivo sulla mano e negativo sulla guancia. Oswald, quindi, aveva sicuramente impugnato un’arma, quel giorno, e con essa aveva sparato. Non si potè stabilire con rigore scientifico che avesse usato un fucile proprio perché mancavano riscontri sulla guancia. Tuttavia ciò non dimostra l’opposto: chi spara con un fucile risulta, infatti, tendenzialmente positivo anche al test effettuato sulla guancia. Può succedere, tuttavia, che il test risulti negativo. Non ci sono dubbi, tuttavia, sul fatto che Lee Oswald quel giorno usò un’arma da fuoco.

 

  • Riguardo alle impronte sul fucile: il luogotenente della polizia di Dallas J. C. Day le rilevò, prima di passarle all’FBI, sia sul legno sia sul metallo dell’arma (Day, morto nel 2008 a 94 anni, fu accusato di protagonismo per aver mostrato ai reporter il fucile di Oswald come un trofeo: in realtà il timido agente spiegò per tutta la vita che il suo atteggiamento, a prima vista inappropriato, era dettato dalla volontà di preservare le prove sull’arma). Le impronte rilevate erano parziali e deboli, tant’è che l’FBI non riuscì a
    Carl Day mostra il fucile di Lee Oswald

    Carl Day mostra il fucile di Lee Oswald

    ricondurle con certezza probatoria a Lee Oswald. Alcuni critici del Rapporto Warren hanno supposto che le impronte trovate fossero un falso, poiché il fucile sarebbe rimasto quattro giorni nelle mani della polizia senza che fosse trovata alcuna impronta. Questo non risponde al vero. Il tenente Day, infatti, prese in mano il fucile appena trovato e si convinse del fatto che il legno fosse troppo poroso per aver conservato delle impronte. In seguito spolverò le parti metalliche del fucile in cerca di altre impronte e ne trovò due, parziali. Lo stesso 22 novembre, a tarda sera, il fucile fu consegnato all’FBI e portato a Washington, dove fu esaminato dal professor Sebastian F. Latona, che lavorava per conto dell’FBI proprio nel ramo dell’identificazione delle impronte. Latona affermò che le impronte sul metallo erano troppo deboli per essere identificate. Il 22 novembre il luogotenente Day aveva anche “sollevato” un’impronta che aveva trovato nella parte inferiore del fucile, sul legno. Scollandola con del materiale adesivo la tenne in laboratorio, compiendo una grave leggerezza che gli sarebbe stata rinfacciata per anni. Day, ingenuamente, ritenne  fosse sufficiente affidare il fucile all’FBI con le parti in metallo avvolte nel cellophane per identificare le impronte di Oswald.
    Quando, poi, il 26 novembre l’FBI avocò a sé l’inchiesta e, con essa, tutto il materiale raccolto dalla polizia, Day infilò tra le varie cose il foglio con quell’impronta “scollata” dal legno del fucile. Per avere la certezza sull’origine dell’impronta “scollata”, l’FBI esaminò il foglio adesivo che l’aveva raccolta e notò che aveva la stessa trama del legno poroso del Carcano: era stata prelevata proprio da quel fucile. A quel punto, fu sottoposta a Latona, il quale certificò che si trattava dell’impronta di Lee Harvey Oswald. La conferma di ciò avvenne anche per opera di Arthur Mandella, consulente del dipartimento di polizia di New York. Ma anche le due impronte parziali sul metallo ebbero miglior sorte negli anni a venire: l’ufficiale di polizia R. W. Livingstone, infatti, aveva provveduto a fotografarle subito dopo il ritrovamento, ancora fresche: per una svista o per dimenticanza, però, queste foto rimasero in un cassetto per decenni, finché Gary Savage e il perito del laboratorio criminale della polizia di Dallas, Vincent Scalise, non le ritrovarono. A quel punto, cosa che fino a quel momento non si era potuta fare, si procedette all’identificazione: anche quelle erano le impronte di Lee Harvey Oswald.

  • Lee Oswald ha avuto tempo sufficiente per sparare tre colpi contro il corteo presidenziale. Il primo, fuori bersaglio, arriva tra i fotogrammi 160 e 166 del film di Zapruder. Il secondo arriva ai fotogrammi 223-224. Il terzo arriva al fotogramma 313. Tenendo conto che la cinepresa di Zapruder impressiona circa 18,3 fotogrammi al secondo possiamo quindi stimare, con relativa precisione, il tempo di Oswald in 8,3 secondi. Possiamo sbagliarci di qualche decimo, ma non si va mai sotto gli otto secondi: non sono certo i 5 concessi dal regista Oliver Stone nella sua ricostruzione hollywoodiana. Oswald ha avuto il tempo per nascondere il fucile sotto una pila di scatole dall’altra parte del sesto piano e per scendere cinque piani del deposito dei libri entro un minuto e mezzo, come risulta dall’inchiesta Warren. Ecco come andarono le cose. Posato il fucile (2) Oswald scese nella sala da pranzo, al secondo piano, usando le scale. Al momento del primo colpo il poliziotto motociclista Marrion L. Baker stava svoltando a sinistra da Main Street a Houston Street. Riconosciuta subito la detonazione come quella di un’arma da fuoco guardò in su e vide il deposito dei libri; convintosi che il colpo fosse partito da lì o dal palazzo vicino, e uditi altri due colpi piuttosto ravvicinati, diede gas alla manetta dell’acceleratore, si portò sull’angolo tra la Houston e la Elm e parcheggiò “a circa dieci piedi” (ovvero circa tre metri) dal semaforo. Sceso, e certo che la fonte dei colpi fosse il deposito nei suoi piani alti, entrò (percorrendo a piedi circa 45 piedi, ovvero 13,7 metri dal semaforo al portone di entrata) e si fece fare strada da Roy Truly, il direttore. Non riuscendo a chiamare i due ascensori, fermi ad altri piani, i due si diressero su per le scale. Giunti al secondo piano fecero per chiamare nuovamente gli ascensori ma Baker aprì la porta del vestibolo usato come sala da pranzo, in cui era presente anche un distributore di bibite. Baker si fermò e disse: “Lei, venga qui!”. L’uomo si voltò: era a mani vuote e non disse niente. Truly non si era accorto che Baker si era fermato al secondo piano e stava già salendo le scale per arrivare al terzo ma, voltatosi e accortosi di non essere seguito, tornò indietro. Vide Baker e Oswald. L’agente gli chiese: “Conosce quest’uomo? Lavora qui?” Truly rispose: “Sì”. A quel punto i due se ne andarono su per le scale.
    L’uomo trovato davanti al distributore era Lee Oswald. La commissione Warren fece rifare più volte il percorso ai due uomini: il tempo riscontrato va da un minimo di un minuto e quindici secondi a un massimo di un minuto e mezzo. Non solo: l’agente del servizio segreto John Howlett rifece precisamente il cammino di Oswald dal momento del terzo sparo all’incontro con l’agente di polizia: camminando normalmente impiegò un minuto e diciotto secondi. Affrettando il passo (“una camminata veloce”) impiegò un minuto e quattordici secondi. Baker, si disse peraltro certo di “averci impiegato un po’ di più di quanto impiegai nella ricostruzione” perché c’era un sacco di gente all’entrata del deposito e perché, prima di entrare, si soffermò un momento a guardare l’area circostante, per capire cosa fosse successo (Baker disse, per esempio, di aver visto una donna disperata nei pressi del palazzo e di averle sentito urlare: “Gli hanno sparato, gli hanno sparato!”).
    Dopo l’incontro Oswald tenta di darsi un contegno: compra una Coca Cola dal distributore e, senza andare a recuperare la sua giacca né chiedendo permessi, esce dalla porta principale in maglietta, benché fosse fine novembre, forse pensando di farla franca nascondendosi tra la folla in subbuglio. Gli va bene: avesse usato le uscite secondarie lo avrebbero bloccato due suoi colleghi, George Rackley e James Romack, che si erano offerti di piantonarle.

(1) L’arma fu ritrovata sotto un cumulo di scatoloni e si è ipotizzato che Oswald non avrebbe avuto il tempo, dopo gli spari, per accatastarli in modo da nascondere il Carcano. In realtà furono trovate impronte fresche di Oswald su quegli scatoloni e, quindi, è lecito pensare che li avesse già accomodati lasciando un pertugio per infilare il fucile.
(2) Warren Commission Report. pag. 149 e seg.

Comments

One Response to “Falsi miti su Lee Oswald”

  1. Copia carbone: l’inchiesta Plumley :
    luglio 1st, 2010 @ 15:09

    [...] – Oswald incapace di tirare, Carcano arma innocua. Qui Plumley utilizza, come tutti i cospirazionisti del resto, una battuta di un commilitone di Oswlad, Nelson Delgado, che disse davanti alla tv: “Per quello che ricordo, sparava molto male”. Eppure l’abilità di Oswald al tiro è comprovata, così come è assodato il fatto che i tre colpi sparati a Kennedy fossero facili e non, come fu ripetuto per decenni al pubblico, “tre tiri da record del mondo”. Plumley, poi, azzarda che il Carcano, il fucile di Oswald, fosse un’arma “innocua, umanitaria”. Un equivoco incredibile che, tuttavia, è circolato indisturbato per decenni, così come quello dell’arma di Oswald definita ”fucile giocattolo”. Il Mannlicher Carcano è un’arma della seconda guerra mondiale, un’arma vera, capace di uccidere a chilometri di distanza, ben più dei sessanta-cento metri della sparatoria Kennedy. Umanitarie, in tragicamente ironico senso militare, erano le pallottole full metal jacket, rivestite in modo da trapassare e non creare le ferite devastanti che una palla frammentata causa nel passaggio attraverso un corpo. Per informarvi sulla questione delle capacità di Oswald e sulle caratteristiche del fucile di Oswald potete leggere qui. [...]

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