Gianni Bisiach e lo spettro della mafia

Posted on | novembre 26, 2009 | 22 Comments

Gianni Bisiach, decano della Rai, è stato considerato a lungo il più affidabile kennedologo italiano. Sua è la paternità di un voluminoso libro sulla vita e sulla morte di Kennedy: Il Presidente – La lunga storia di una breve vita, pubblicato nel 1990 (e in seconda edizione nel 1993) da Newton&Compton. Sono centinaia le interviste e i programmi televisivi in cui Bisiach ha parlato dell’assassinio. Bisiach ha anche curato il film-documentario I due Kennedy, uscito (per la verità in sordina) nel 1969, un lavoro nel quale si ipotizza il coinvolgimento della mafia nella morte del Presidente.

Rispetto alla gran maggioranza dei ricercatori, Bisiach in effetti ha avuto la possibilità di conoscere in prima persona alcuni testimoni del caso Kennedy e il merito di condurre personalmente alcune indagini a Dallas. Peccato, però, che non abbia sfruttato questo vantaggio. La sua tesi è che il presidente sia stato ucciso per conto della mafia da Carlos Marcello, Santo Trafficante e Jimmy Hoffa, che si servirono di una squadra di cecchini.  Afferma, Bisiach, anche che decine di testimoni chiave sarebbero curiosamente morti in breve tempo dopo l’attentato (un buon numero di costoro, si legge nel suo volume, sarebbero stati peraltro “vittime di colpi di karate”), che Cosa Nostra avrebbe organizzato il complotto e la copertura dello stesso. Negli anni che hanno seguito la morte di Kennedy le ipotesi sul suo assassinio sono andate ben al di là di quelle formulate da Gianni Bisiach, ma negli anni ’60 il grande pubblico non aveva ancora avuto a che fare con il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, con la quantità di ricerche e libri che hanno trattato il caso né, soprattutto, aveva fatto i conti con il regista Oliver Stone: a suo modo, insomma, Bisiach fu un precursore.

Le teorie sostenute da Bisiach, col passare del tempo, sono mutate radicalmente quanto a numero di cecchini e di colpi sparati. Bisiach, inoltre, racconta episodi e circostanze dell’assassinio che si è verificato non essere veritieri: del resto la sua versione sulla dinamica della sparatoria è addirittura precedente, quanto a prove ed elementi di fatto presentati, a quelle emerse dopo che il filmato di Zapruder fu di dominio pubblico. Il ‘senatore’ dei giornalisti Rai mostra, purtroppo, di non conoscere molte ricerche né le verità ormai assodate dal progresso della scienza criminale al servizio del caso Kennedy. Tra le inesattezze, più o meno gravi, contenute nel suo lavoro ecco alcuni passaggi significativi.

I – “I periti hanno definito il moschetto ’91 un’arma precisa. Gli italiani sanno bene che non è vero!”
Il fucile di Oswald, innanzitutto, non era un moschetto (cioé un’arma a canna accorciata in dotazione alle antiche cavallerie) ma una carabina. L’opinione di Bisiach sul Mannlicher Carcano di Oswald è, a parte questa inesattezza, del tutto infondata: pare quasi che, secondo lui, aver perso la guerra significhi che il fucile in dotazione agli italiani fosse un giocattolo. Sulle caratteristiche tecniche e sulla grande precisione, soprattutto a medio-breve distanza, del Carcano esiste peraltro una sovrabbondanza di fonti: su johnkennedy.it potete trovare gli approfondimenti che seguono.

- Con quale arma fu ucciso Kennedy?
- Il Carcano poteva uccidere Kennedy?

II – “Non ci può essere stato un solo assassino”.
Bisiach cita spesso colleghi che si sono occupati dell’assassinio Kennedy e si cura del fatto che le loro parole siano perentorie. Per un lettore non smaliziato il seguente passo (citato a pag. 301 del volume Il Presidente…, Ed. Newton&Compton 1993) potrebbe apparire un condensato di ragionevolezza:

Da L’Europeo, 8 settembre 1966: Ruggero Orlando, “Non ci può essere stato un solo assassino”. L’uccisione di Kennedy è stata filmata da un dilettante, Abraham Zapruder. Con le pellicole c’è poco da barare. La velocità di 18 fotogrammi al secondo è gli spari hanno impressionato 89 fotogrammi, il delitto si è svolto in 4 secondi e 8 decimi. In quattro secondi e otto decimi non si spara con un fucile Mannlicher-Carcano residuato di guerra non automatico. Non si spara per ben tre volte, ricaricando e riprendendo ogni volta la mira, a quasi 300 metri. Senza tener conto che il mirino telescopico è risultato fallace (spostava in alto e a destra), che Oswald era un tiratore mediocre e fuori allenamento… È assolutamente impossibile, insomma, che un uomo solo abbia potuto uccidere Kennedy e ferire Connally”.

La citazione scelta da Bisiach è importante per due motivi. Il primo è che si può comprendere come si sia formata l’opinione di milioni di persone sul caso Kennedy: Ruggero Orlando era una prestigiosa firma del giornalismo italiano che si occupò sporadicamente (e, purtroppo, troppo superficialmente) del caso. Chi lo lesse prese per buone le sue parole e si convinse dell’impossibilità dell’unico assassino. Il secondo motivo è che Bisiach scrive e cita brani verosimili e autorevoli, con uno stile anche accattivante. Eppure, in quelle poche righe di Orlando avallate da Bisiach, alloggia una quantità abnorme di sviste:

- La sparatoria durò molto di più, poiché iniziò circa al fotogramma 160 e finì al fotogramma 313: si tratta di circa otto secondi.

- La distanza tra l’auto e la finestra da cui partirono gli spari non era di 300 metri ma tra i sessanta e gli ottanta, considerato il movimento della Lincoln presidenziale.

- Il telescopio non era fallace. Era leggermente disassato ma funzionava benissimo, tanto che molti esperti di tiro hanno spiegato che, allenandosi con quell’arma, era sufficiente collimare leggermente per rendere lo sparo preciso.

- Oswald era tutt’altro che un tiratore mediocre: era un tiratore scelto dei Marines.

- Oswald era tutt’altro che fuori allenamento: si allenava regolarmente e, anche a casa, girava con l’arma in mano, allenandosi per velocizzare la manovra di caricamento.

- La carabina di Oswald, che si vuol far passare come un ferrovecchio, era in realtà perfettamente funzionante, ben mantenuta e in grado di centrare gli obiettivi da quella distanza (che per una carabina è ben poca cosa) senza difficoltà alcuna.

III – “Tre barboni vennero trovati nascosti in un vagone ferroviario. Il secondo barbone della fila fu poi riconosciuto come Earl Ray, il killer che poi uccise Martin Luther King”.
Questa è una vicenda interessante non solo ai fini dell’analisi del lavoro di Bisiach, ma anche delle tante “notizie” che, incontrollate, circolano sull’assassinio di Kennedy. Nella gran maggioranza dei casi chi ne ha parlato non si è preoccupato di verificarne l’attendibilità: è anche così che nasce un’opinione (sbagliata) condivisa ormai da milioni e milioni di persone, come quella sull’esistenza di un complotto per uccidere JFK. Una delle innumerevoli leggende metropolitane sul caso Kennedy è quella che riguarda l’esistenza di tre barboni (noti negli Usa come i “Three Tramps”), tre vagabondi che furono arrestati in Dealey Plaza subito dopo gli spari al presidente. Per molti, questi tre erano implicati nella cospirazione.

La questione dei tre balordi ebbe inizio quando, davanti alla commissione Warren, il sergente Harkness disse che quel giorno erano state arrestate alcune persone in prossimità dello scambio ferroviario, a poca distanza da Elm Street. Harkness disse che in particolare c’erano alcuni barboni, che furono arrestati e interrogati. L’attenzione si spostò su tre di questi perché furono fatti sfilare in Dealey Plaza (non per esigenze sceniche, ma perché dovevano raggiungere l’ufficio dello sceriffo) e furono visti da molte persone.
Una normale procedura di identificazione (normale se si tiene conto della mostruosità della situazione: una sparatoria sul corteo presidenziale) divenne un pretesto per creare una questione “sospetta” da parte dei critici a priori della commisisone Warren; il tutto perché i documenti riguardanti l’arresto dei tre andarono perduti. Non solo: tutti gli autori e i ricercatori del caso si misero a esaminare le foto notando che l’ultimo di loro, il vecchio, assomigliava molto a Howard Hunt (agente della CIA); il primo vagabondo fu presto identificato come Frank Sturgis Fiorini, un agente del governo cubano, mentre il secondo fu identificato come Daniel Carswell (o ancora come Frank Sturgis, a seconda dei casi, o Earl Ray). Gianni Bisiach cavalca anche questa “notizia” e così commenta l’immagine: “Tre barboni vengono trovati nascosti in un vagone ferroviario. Questa foto è stata scattata da William Allen dell’agenzia Black Star. Il secondo barbone della fila fu poi riconosciuto come Earl Ray, il killer che poi uccise Martin Luther King con un fucile a cannocchiale simile a quello di Dallas. Dopo l’affare Watergate Allen riconobbe, nel primo e nel terzo uomo, Frank Sturgis Fiorini, il killer Earl Ray e l’agente J. Howard Hunt”. Bisiach aggiunge al mistero un collegamento sinistro: l’omicidio di Kennedy e quello di Martin Luther King sarebbero stati compiuti dallo stesso uomo. La commissione HSCA cercò di usare un metodo più scientifico per identificare i tre: fece lavorare degli antropologi forensi fornendo loro le foto dei tre vagabondi e le foto di cinque dei personaggi più citati come gli uomini riconosciuti in Dealey Plaza (Hunt, Sturgis, Carswell e poi Thomas Vallee e Fred Chrisman; la posizione di Ray fu stralciata perché si dimostrò subito che il killer era in tutt’altro posto quel giorno). Questi esperti lavorarono usando la loro scienza (ovvero confrontare l’antropometria dei volti e dei corpi) e furono gli stessi che usarono questo metodo per accertare che l’uomo di cui fu fatta l’autopsia a Bethesda era proprio Kennedy e, soprattutto, per smentire il mito del “doppio Oswald” creato da chi mostrava foto di Oswald asserendo che Lee fosse stato impersonato.
Il risultato del loro lavoro fu chiaro: Hunt, Sturgis, Carswell e Vallee furono esclusi categoricamente. Non fu escluso Fred Chrisman e fu detto che Chrisman assomigliava molto al terzo uomo, quello vecchio. Tuttavia la questione di Chrisman fu presto risolta: il vero Fred Chrisman, il 22 novembre 1963, stava tenendo una lezione nella sua scuola nell’Oregon. La circostanza fu confermata dal corpo insegnante di quella scuola. Esaurita la fonte delle identificazioni, se ne aprì un’altra. Si iniziò a dire che i tre erano vestiti troppo bene, che erano falsi barboni. In effetti, mentre il secondo e il terzo erano mal sistemati, il primo barbone sembrava abbligliato con un minimo di cura. I suoi vestiti (sono parole dell’HSCA) erano semplicemente della sua taglia (diversamente da quelli degli altri due) ma comunque vecchi e consumati.
La bufala dei tre finti barboni finì nel 1989 quando il Dallas City Council decise di rendere pubblici tutti i documenti della città che avessero a che fare con l’assassinio di Kennedy. Tra le castaste di fogli spuntarono i verbali di arresto dei tre uomini. Il primo si chiamava Harold Doyle (questo il suo verbale d’arresto), il secondo era tale John Forrester Gedney (ecco il verbale d’arresto di Gedney) mentre il terzo, il vecchio, si chiamava Gus W. Abrams (ecco il verbale d’arresto di Abrams). Scattò la ricerca ai tre. Doyle fu trovato piuttosto in fretta: abitava a Klamath Falls, nell’Oregon. Ricordava bene il giorno dell’arresto. Fu trovato anche Gedney, che abitava in Florida, a Melbourne. Lavorava come agente municipale e aveva nascosto ai suoi concittadini (come non capirlo) il suo passato di clochard. Riguardo al fatto che i loro vestiti non fossero poi così consumati, risposero che avevano passato la sera precedente in una centro di accoglienza che aveva fornito loro un abbigliamento decente e la possibilità di lavarsi e di rasarsi. Il terzo, il vecchio Abrams, era ormai morto. Però fu trovata sua sorella, con cui Abrams visse negli ultimi suoi 15 anni, che confermò che suo fratello era un ubriacone e che quando lo vide fotografato sul giornale le prese un colpo. L’unico motivo per cui la leggenda dei barboni-attentatori nacque ed ebbe lunga vita è che i tre non si presentarono in tv o in qualche redazione per raccontare la loro storia, lasciando briglia sciolta alla fantasia dei complottisti. Sarebbe stata sufficiente una scrupolosa inchiesta per risolvere il ‘giallo’ ben prima del 1989. Bisiach ha mostrato di non conoscere questa storia o, forse, ha scelto di non raccontarla.

IV – “Dalla collinetta spararono due killer professionisti della mafia”.
Da una notizia falsa nasce una sentenza  errata. Abbiamo appena verificato l’attendibilità della storia dei tre vagabondi e come abbia fatto Bisiach a “vedere” Brading e Ray sulla collinetta. Difficile capire come Ray potesse essere contemporaneamente sulla collinetta e nei vagoni di quel treno dove furono trovati i tre clochard. Nel suo film I due Kennedy Bisiach usa l’immagine di una macchia bianca vicino alla staccionata (un fotogramma del filmato di Orville Nix) per “dimostrare” la presenza di un killer. Eppure numerosi studi (come quello condotto anni fa dalla Itek Corporation) hanno verificato che quella macchia è troppo generica per poter essere attribuita a qualcosa oppure, secondo altri, che non ha a che fare con una sagoma umana perché di un colore non compatibile con la pigmentazione umana. Da un alone biancastro, tuttavia, Bisiach si dice sicuro che si trattasse di un killer. In quella zona, poi,vi erano molti spettatori del corteo: nessuno di loro ha visto un killer, o un’arma, né sentito spari.

“Quando andai a Dallas per la prima volta avevo già la convinzione che dietro la congiura non poteva che esserci la mafia”
Se è vero quello che Bisiach scrive, non pare questa la maniera migliore per portare avanti un’inchiesta. Un conto è indagare per scoprire una pista, altro è cercare riscontri a una propria ipotesi preconcetta. Purtroppo sembra che i viaggi negli States di Bisiach siano serviti, invece, proprio per scovare inesistenti ”legami mafiosi” tra supposti partecipanti alla congiura e non per analizzare la messe di prove raccolte dagli inquirenti.

V – “Lee Bowers vide gli assassini dalla staccionata”.
“Lee Bowers, che aveva dichiarato di aver visto un uomo con qualcosa in mano, prima e dopo l’attentato, dietro il Depository, morì il 6 agosto 1966 al volante della sua macchina che viaggiava a velocità moderata quando andò a sfasciarsi contro un muro”. (pag. 16). “Lee Bowers, un ferroviere di Dallas, è il testimone che aveva visto uomini sulla sommità del poggio erboso e nuvole di fumo sotto gli alberi durante gli spari contro Kennedy” (pag. 302).
Bisiach, vuole indurre il lettore a credere che il testimone oculare dell’assassinio Lee Bowers vide, in pratica, i killer dalla collinetta, e che poi fu eliminato perché considerato un personaggio “scomodo”. Eppure, a rileggere la documentazione, la realtà dei fatti pare differente. Davanti alla Commissione Warren, infatti, Lee Bowers raccontò:

Bowers: “Ho sentito tre colpi. Uno, poi una breve pausa, poi due ravvicinati. E ho sentito anche l’eco degli spari”.
Ball: “E si è fatto, dal rumore, un’idea sulla provenienza degli spari?”
Bowers: “Il rumore arrivava o dal Deposito dei libri o dall’imbocco del triplo sottopasso”.
Ball: “E riuscì a stabilire da quale dei due luoghi arrivassero?”
Bowers: “No”.
[...]
Bowers: “Davanti a me, in direzione del sottopasso, c’erano due uomini. Uno più vecchio, con maglia bianca e pantaloni più scuri. Un altro era sui 25 anni”.
Ball: “Erano insieme?”
Bowers: “Erano a qualche metro l’uno dall’altro, non mi diedero l’impressione di essere insieme”.
Ball: “In che direzione guardavano?”
Bowers: “Guardavano verso la Main e la Houston, seguivano il corteo con gli occhi”.
Ball: “Vide nessuno dal triplo sottopasso?”
Bowers: “Sì, c’erano due poliziotti [...]“.
Ball: “E vide questa gente prima dell’arrivo del presidente?”
Bowers: “Prima e dopo”.
[...]
Ball: “Quando udì gli spari cosa stava guardando?”
Bowers: “Al momento del primo colpo guardavo davanti a me ma l’auto era coperta alla mia vista da un muretto”.
Ball: “E durante il secondo e terzo sparo riuscì a vedere la macchina?”
Bowers: “No, al momento degli spari non ero in grado di vederla. Riuscii a vederla appena dopo la fine degli spari”.
Ball: “Dopo l’ultimo colpo notò attività nella Elm, davanti a lei?”
Bowers: Al momento degli spari sembrò esserci confusione e subito dopo un poliziotto si lanciò verso la cima della collinetta”.
[...]
Ball: “E c’erano ancora i due uomini?”
Bowers: “Uno sì, l’altro non saprei dire”.
Ball: “Lei ha parlato di confusione, può spiegarsi meglio?”
Bowers: “Non riesco a spiegarlo, se non dicendo che era qualcosa fuori dall’ordinario, dell’agitazione lì intorno, che ha attratto il mio occhio per un momento”.
Ball: “Può spiegarlo meglio?”
Bowers: “No, niente che potrei definire come qualcosa che sia accaduto“.

Questo è il contributo offerto all’inchiesta da Lee Bowers Jr.

Che qualcosa dall’ordinario fosse accaduto, del resto, è vero: sulla strada davanti a lui era appena stato ucciso il presidente degli Stati Uniti. Bowers spiegò anche di aver visto tre automobili nel parcheggio prima degli spari: una Oldsmobile del 1959, una Ford nera del 1957 (“con alla guida un uomo che teneva qualcosa alla bocca, forse un microfono o un telefono”) e una Chevrolet Impala bianca.

Ball: “A che ora vide arrivare la prima auto? ”
Bowers: “Non ricordo esattamente, ma più o meno intorno alle 12.10″
Ball: “E quando la vide, dov’era l’auto?”
Bowers: “L’auto proveniva dalla strada di fronte al deposito. Girò intorno all’area di fronte alla torre e ad ovest della torre, come se stesse cercando una via d’uscita, o come se stesse ispezionando la zona, e quindi tornò indietro attraverso l’unica via possibile, cioè quella dalla quale era arrivata”.
Ball: “Dove Elm è un vicolo cieco?”
Bowers: “Esatto. Era l’unico modo per andar fuori. Dopo di che uscì dalla mia visuale”.
Ball: “Vide un’altra auto?”
Bowers: “Sì, circa 15 minuti dopo, suppongo intorno alle 12.20, vidi un’altra auto, una Ford nera, con a bordo un uomo che sembrava avere un microfono o un telefono o qualcosa che dava l’impressione di esserlo”.
Ball: “Come può dirlo?”
Bowers: “Egli stava tenendo qualcosa sulla bocca con una mano, e stava guidando con l’altra, e diede quell’impressione. Era molto vicino alla torre e lo vidi mentre procedeva intorno alla zona”.
Ball: “Da che parte arrivò?”
Bowers: “Arrivò dalla strada cieca di fronte al deposito”.
Ball: “La vide andar via?”
Bowers: “Sì, dopo aver circolato 3 o 4 minuti intorno all’area tornò indietro dalla stessa strada. Sondò la zona un po’ di tempo in più rispetto alla prima auto”.
Ball: “Vide un’altra auto?”
Bowers: “La terza auto entrò nell’area 7 o 8 minuti prima della sparatoria. Credo fosse un Chevrolet, un Impala a quattro porte, bianca. Era infangata fino ai finestrini e alla guida c’era un uomo bianco”.
Ball: “Cosa fece?”
Bowers: “Rimase un po’ di più nella zona. Girò intorno all’area e sondò una zona a destra della torre. Lentamente tornò indietro attraverso la solita strada”.
Ball: “Fu allora che uscì?”
Bowers: “L’ultima volta che la vidi era ferma proprio sopra il luogo dell’assassinio”.
Ball: “Il parcheggio delle auto, o più avanti o cosa osservò?”
Bowers: “Se proseguì proprio in quel momento o se si fermò solo a una breve distanza, non posso dirlo. Ero occupato”.

Insomma: nonostante nell’interrogatorio, più e più volte, l’avvocato della commissione Ball avesse provato a tirar fuori dalla bocca di Bowers una spiegazione di quello che vide, questo fu quanto Bowers raccontò. Poi, nel 1966, l’autore complottista Mark Lane intervistò Lee Bowers.

Per la prima volta, dopo tre anni dai fatti Bowers sostiene di aver visto un “lampo… un fumo… o qualcosa… non saprei descriverlo” e fu indotto da Lane (tesi, questa, ripresa nel libro di Bisiach) ad affermare che la commissione Warren lo interruppe proprio mentre stava per spiegarlo (la lettura integrale della sua testimonianza, si è visto, indica invece che, nonostante le continue insistenze di Ball, Bowers non riuscì a dire altro che le parole “qualcosa di fuori dall’ordinario”, concetto che peraltro ha ripetuto a Lane). Non c’è bisogno di scomodare l’onestà di Lee Bowers, che può aver avuto la sua legittima opinione sull’attentato (a Lane, infatti, Bowers disse, con un sorriso ironico: “Quando davanti alla Commissione dissi che secondo me il secondo e il terzo sparo erano troppo ravvicinati per provenire dallo stesso fucile, loro mi risposero che non ero un esperto di armi e che non potevo saperlo”). È piuttosto chiaro, insomma, che per Bowers le cose non andarono come il rapporto Warren ha dimostrato. Non per questo Bowers è un mendace: dice di aver visto un qualcosa che non sa spiegarsi. Non ha visto l’auto, non ha visto Kennedy, non ha visto armi. A Lane raccontra di aver visto un lampo e/o un fumo, ma è veramente impossibile capire cosa può aver visto, siccome egli stesso non sa citare una sola entità materiale (una canna, del sangue, la testa del presidente, qualsiasi cosa). Bowers non è né disonesto né falso né condizionato da Lane. È che non ha visto alcunché. Per Bisiach, invece, è un testimone a favore della cospirazione. Sulla morte del povero Bowers, infine, c’è poco da dire: aveva da anni detto tutto quanto sapeva (cioè ben poco) sulla sparatoria e, il suo fu un incidente stradale. Ovviamente la sua morte sollevò un polverone di polemiche: il corpo fu riesumato alla ricerca di tracce di droghe (c’è chi suppose fosse stato drogato per provocare un incidente stradale). Bowers, poi, dice di aver sentito tre colpi (non cinque, sei, sette, dieci come capitò a Bisiach di sostenere). Racconta che, a suo parere, gli spari erano provenienti da due armi diverse perché gli pareva che il suono degli spari non fosse lo stesso. Una testimonianza legittima che, però, non è stata corroborata da altri elementi.

Comments

22 Responses to “Gianni Bisiach e lo spettro della mafia”

  1. Andrea Pinna
    febbraio 17th, 2011 @ 22:28

    Salve dott. Ferrero, vorrei chiederle se ha per caso altre informazioni sulle auto osservate da Bowers. La C.W o l’HSCA ha identificato i guidatori delle auto che Bowers vide quel giorno che lei sappia?

  2. Andrea Pinna
    marzo 17th, 2011 @ 19:39

    MI sembra di aver capito, di non essere ritenuto degno di risposta.
    Grazie comunque.

  3. Federico Ferrero
    marzo 17th, 2011 @ 22:04

    non avevo visto la sua domanda. comunque no, non è mai stato identificato il guidatore della Chevrolet Impala di cui Bowers parlò. in tutta onestà, però, soltanto a voler pensare male si può ritenere che un’automobile infangata e un guidatore (che poi, aggiunse Bowers, aveva in mano qualcosa, che poteva anche essere una radiolina) avesse a che fare in qualche modo con l’assassinio: le ricordo chedietro la staccionata nessuno vide sparare (neanche Bowers), nessuno vide armi, nessuno trovò bossoli. e i corpi di Kennedy e Connally non presentavano ferite provenienti dal davanti.

    grazie
    FF

  4. Andrea Pinna
    marzo 21st, 2011 @ 21:15

    Ci possono essere molte spiegazioni al fatto che non fu identificato l’autista, tra le quali anche la possibilità che questo signore abbia deciso di rimanere lontano dai riflettori e dal pubblicizzare la sua presenza probabilmente casuale in quell’area. Ad ogni modo è giusto ammettere che questo mister X con l’auto infangata è parte di quella bassissima percentuale di persone che passando nell’area forse più famosa e discussa degli ultimi mille anni, (in quanto, come sappiamo, i complottisti la ritengono la zona da dove provenne il colpo fatale alla testa di JFK) evitano di fare dichiarazioni anche solo scritte, o di raccontare a qualcuno il fatto , un amico , un parente, un diario, niente, il nostro amico rimuove dalla memoria il fatto e non ci pensa più, mi permetto di azzardare l’idea che sia da escludere che questo tizio un‘ora dopo l’attentato e nei tempi a seguire non abbia capito di essere stato pochi istanti prima, molto vicino al presidente durante il suo assassinio. C’è anche da considerare l’ipotesi che questa persona sia morta poco dopo l’accaduto (per cause naturali) , sarà comunque per sempre un mistero, l’unico dato veramente importante secondo me, in merito alla vicenda dell’Impala è che la C.W e le altre inchieste venute dopo non siano riuscite a scovare questo fantomatico personaggio.

    Grazie comunque della risposta.

  5. Federico Ferrero
    marzo 21st, 2011 @ 21:27

    in verità l’unico dato importante sarebbe stato un qualcosa che rendesse interessante scoprire chi fosse un signore a caso tra le decine di guidatori di automobile che transitarono in quel parcheggio prima, dopo e durante, giacché era ora di pranzo.
    e non c’è.

    i complottisti sostengano pure quello che credono, sarebbe però interessante sapere in virtù di quale fatto si dovrebbe sospettare di un’automobile quando da lì, in 50 anni, non si è cavato un ragno dal buco: nessuno ha visto killer, nessuno ha visto fucili, nessuno ha trovato bossoli. niente.
    e perché un’automobile dovrebbe essere sospetta, se dietro quella staccionata non c’è non dico una prova, ma neanche un indizio di un colpo sparato?

    grazie a lei.

  6. Andrea Pinna
    marzo 22nd, 2011 @ 23:04

    Le prove sono elementi definiti, gli indizi a quanto pare sono interpretabili…alcuni dei testimoni presenti nella Dealey plaza al momento dell’attentato dichiararono di aver visto uno sbuffo di fumo provenire dagli alberi, molti di questi dopo gli spari corsero verso la cima della Grassy Knoll tra cui anche un poliziotto motociclista, però è verissimo che non furono trovati bossoli e a parte Ed Hoffmann il signore sordomuto ritenuto testimone non attendibile che dichiarò di aver visto 2 uomini alla staccionata, non vi sono altre testimonianze e anche qua ammetto che da 250 metri di distanza sia improbabile descrive una scena con i particolari che riportò Hoffmann che tra l’altro fece un po’ troppa confusione tra una dichiarazione e l’altra. Tuttavia ho un opinione diversa sull’importanza dell’autista dell’Impala, perché Bowers descrisse diverse automobili che transitarono nel parcheggio della stazione , ma sull’autista della Chevrolet aggiunse dei particolari riguardanti il guidatore, che sembrava portasse un oggetto alla bocca e sembrava stesse controllando l’area. Questi potrebbero essere particolari insignificanti se stessimo parlando ad esempio del reato di furto d’auto avvenuto in quel parcheggio, ma qua si sta parlando dell’omicidio del presidente degli Stati Uniti d’America e la commissione incaricata delle indagini avrebbe dovuto, se non altro, eliminare ogni dubbio.

    La C.W si preoccupò di riportare il fatto che Lee Oswald al tempo del suo servizio nei Marines prediligeva i giocatori rossi quando giocava al biliardino, ma non di impegnarsi a rintracciare tutti coloro che transitarono in prossimità della scena del crimine.

    E’ comunque sempre stimolante per me, confrontarmi con lei, anche se siamo diametralmente opposti nelle convinzioni su questo caso.

  7. AF
    marzo 24th, 2011 @ 15:49

    A me pare sospetto che Bowers ricordi modello e anno di tre auto viste PRIMA dell’assassinio del presidente. Prima degli spari per Bowers era una giornata normalissima, e avrà guardato quelle macchine con la stessa attenzione con cui io ho guardato le macchine parcheggiate vicino alla mia stamattina, di cui non ricordo non l’hanno, ma nemmeno modello o colore. Potrei capire dopo, ma prima… Mi pare il classico che VUOLE ricordare qualcosa, magari in buona fede, ma quelli troppo precisi sul prima sono sempre molto sospetti. Senza che questi basti a ipotizzare complotti…

  8. Andrea Pinna
    marzo 25th, 2011 @ 13:34

    Bowers si ricordò dell’Impala perchè infangata fino ai finestrini, per quanto riguarda il modello e l’anno è tipico degli americani riferirsi alle auto indicando l’anno , per cui quando descrivono un auto la prima cosa che dicono solitamente è l’anno…Per quanto riguarda la sua memoria riguardo le auto, una persona che sta in una postazione fissa che sta tutto il giorno osservando treni che transitano e ha difronte a se un parcheggio per diverse ore al giorno, alla fine è normale che sviluppi una normale attitudine all’osservazione…se poi si viene chiamati a testimoniare su gli attimi prima dell’assassinio del presidente degli stati uniti è plausibile che ci si sforzi al massimo per ricordare..Il fatto che Bower dichiarò che l’atteggiamento dell’autista sembrava essere come di uno che sta controllando la zona, rimane unicamente una sua opinione, non è su quello che si regge la palese esistenza del complotto.

  9. Federico Ferrero
    marzo 25th, 2011 @ 14:31

    aggiungiamo pure che la “palese esistenza del complotto” si fonda su deduzioni o illazioni del tutto pari a quelle che si possono fare su ciò che Bowers disse di aver visto (cioè, in sostanza, alcunché di minimamente rilevante).

  10. Mr.X
    agosto 7th, 2011 @ 10:56

    Io credo che Bowers abbia detto la verità e che comunque ricordi esattamente ciò che ha visto o sentito, tranne nei momenti in cui ammette chiaramente di non ricordare o avere dei dubbi (d’altronde se avesse avuto fin dall’inizio l’idea del complotto in testa, non avrebbe mai parlato di SOLI 3 spari, non avrebbe neanche messo in dubbio che gli spari provenissero forse anche dal deposito dei libri, come sostiene la versione ufficiale).

    Perciò io vi chiedo: Ma quel tizio che controllava la zona nella Ford Nera non poteva essere effettivamente qualcuno della sicurezza e non un uomo del possibile complotto?

    Interessante la parte in cui Bowers dice: “Al momento degli spari sembrò esserci confusione e subito dopo un poliziotto si lanciò verso la cima della collinetta”.

    Perchè questo poliziotto si lanciò verso la collinetta? Si sa il motivo? E chi era?
    Aveva sentito degli spari da quella direzione o stava fuggendo perchè impaurito?

    Interessante anche come Bowers parli di spari che arrivavano forse dal “Deposito” o forse “dal sottopassaggio”. E se fossero entrambi?

  11. Federico Ferrero
    agosto 7th, 2011 @ 11:47

    Che Bowers abbia detto la verità, o meglio, abbia effettivamente raccontato ciò che ricordava di aver visto e sentito è anche la mia opinione. Ciononostante durante l’intervista con Mark Lane si nota chiaramente una cosa: quando Bowers racconta di aver detto agli inquirenti della commissione Warren di aver sì sentito solo 3 spari, ma che il secondo e il terzo erano troppo ravvicinati per provenire dalla stessa arma, dice che gli inquirenti gli risposero che non era un esperto di armi e non poteva saperlo. Raccontando l’aneddoto gli spunta un sorriso sarcastico quasi a dire: “Beh, del resto cosa potevano dirmi, quei disonesti e corrotti della commissione Warren, se non che mi ero sbagliato visto che erano pagati per insabbiare la verità?” Insomma, Bowers si era eccome (legittimamente, per carità) convinto di tante cose che non aveva potuto vedere né sapere, e cioè che ci fosse stato un complotto per uccidere il presidente. Anche se aveva raccontato di aver sentito tre spari.

    Veniamo al poliziotto. Certo che si conosce il suo nome. Era Bobby W. Hargis, il motociclista che si vede dietro e sulla sinistra rispetto all’auto di Kennedy nel filmato di Zapruder e che fu investito dalla ‘nuvola’ di materia cerebrale e sangue dopo lo sparo alla testa. Nella sua testimonianza (http://mcadams.posc.mu.edu/russ/jfkinfo/hscaharg.htm) si legge il motivo della corsa sulla collinetta dopo aver parcheggiato la motocicletta. Era in corrispondenza della stessa al momento del terzo sparo, e vide confusione. Sulla direzione degli spari Hargis non seppe dare informazioni utili.

  12. Mr.X
    agosto 7th, 2011 @ 18:29

    Il fatto è che se comunque Bowers ha davvero sentito 2 spari ravvicinati (o ne è convinto), è anche possibile che quell’atteggiamento degli inquirenti lo abbia infastidito e portato a pensar male.
    Io penso che avrei reagito come lui, se fossi convinto di quello che ho sentito (senza pensare a complotti o altro).
    Forse era più un suo risentimento personale nei confronti di quei signori… O no?
    Io Bowers non lo conosco bene, ma lui si è convinto (se ne era convinto all’epoca) del complotto dopo aver parlato con gli inquirenti o già prima? Che tu sappia aveva rilasciato dichiarazioni antecedenti, a favore o contro la versione ufficiale?
    Negli anni successivi ha cambiato versione o aggiunto particolari? E alla fine che ne pensò di quello che era successo a Dallas?

    Per il poliziotto, ora ho capito qual’è.
    Quindi lui è andato verso la collinetta solo perchè ha visto confusione?
    E’ riuscito poi a parlare con qualcuno dei presenti o raccogliere dichiarazioni sul motivo “di quella confusione”?

    Grazie.

  13. Federico Ferrero
    agosto 8th, 2011 @ 09:26

    quando Bowers rilasciò l’intervista filmata a Mark Lane si era già convinto dell’esistenza di un complotto, perché già di complotto si parlava: erano passati tre anni dall’attentato.
    le discrepanze (piuttosto lievi, non gravissime) tra la testimonianza di Bowers alla commissione Warren e le parole dell’intervista con Lane sono evidenziate in questo articolo.
    Bowers morì in un incidente stradale nell’agosto del 1966.

    Hargis non parlò con il pubblico sulla collinetta erbosa. Fece un giro e poi, non vedendo niente di interessante per la scena del crimine, ripartì per controllare se qualcuno stesse fuggendo più avanti, oltre il sottopassaggio, o di lato. Hargis andò verso la collinetta perché si trovava in corrispondenza di quella al momento del terzo sparo; vedendo gente agitarsi, scappare, buttarsi a terra (come del resto capitava anche sull’altro lato di Elm Street) gli venne istintivo correre su per capire cosa stesse succedendo: si era appena reso conto che avevano sparato a Kennedy ma nessuno aveva capito da dove fossero arrivati i colpi, la gente temeva a sua volta di venire ferita.

  14. Mr.X
    agosto 8th, 2011 @ 13:28

    No, aspetta, non intendevo quando rilasciò l’intervista filmata a Mark Lane (3 anni dopo l’assassinio di JFK con le prime teorie di complotto), ma quando venne sentito dagli inquirenti.

    Comunque ora ho controllato e le affermazioni che fece alla commissione Warren il 2 Aprile 1964, sono le stesse riportate poi a Mark Lane anni dopo.

    Perciò a questo punto dovremmo sapere se prima del 1964 (quindi pochi mesi dopo l’omicio di Kennedy) si parlasse già di complotto o qualcuno lo pensasse “seriamente” (come successe negli anni successivi, in seguito alle viceda di Garrison).

    Cioè, bisognerebbe capire con quale atteggiamento e mentalità si presentò 6 mesi dopo l’assassinio di Kennedy il signor Bowers.

    Se all’epoca non si parlava seriamente di complotti, il test ha decisamente un altra attendibilità (per quanto in testa può avere una certa idea fin dal momento del 22 novembre 1963).

    La mia idea è che probabilmente lui si presentò alla commissione Warren decisamente sereno, salvo rendersi conto che lo stavano trattando come un ignorante/rimbambito.
    Magari con il passare degli anni e l’aumentare delle voci di complotto (perciò più a favore di teorie alternative) lui si è messo quasi a ridere quando ha rilasciato l’intervista a Mark Lane (sentendosi FINALMENTE in qualche modo più sicuro e convinto, grazie ai nuovi “particolari” sviluppi sull’omicidio Kennedy che facevano propendere per un possibile complotto).

    Per Hargis, ok, non sapevo esattamente cosa avesse fatto.
    Visto che ci sono ti chiedo: Le testimonianze relative ai colpi d’arma da fuoco, direzioni, ecc… dei cittadini presenti sulla collineta e dintorni, vennero prese subito dopo il fatto o quando ci fu la commissione Warren (cioè 6 mesi dopo)?

  15. Mr.X
    agosto 8th, 2011 @ 13:32

    Ah, mi raccomando, appena puoi rispondimi anche alle 11-12 domande che ti avevo fatto (se non sbaglio mi hai detto che volevi farlo nella sezione posta), sono abbastanza importanti secondo me.

  16. Mr.X
    agosto 8th, 2011 @ 13:36

    Ah, ti avevo chiesto questa cosa qualche giorno fa, vedi se hai più info di me:

    “Bowers parla di un tizio in una Ford Nera che portava ogni tanto qualcosa alla bocca, come se stesse parlando ad una radio o simil: Ma quel tizio che controllava la zona nella Ford Nera non poteva essere effettivamente qualcuno della sicurezza e non un uomo del possibile complotto?

  17. Federico Ferrero
    agosto 9th, 2011 @ 08:56

    Caro Mr.X,
    purtroppo non ho tutto il tempo che vorrei per rispondere quindi temo che, per le 12 domande, dovrai avere un po’ di pazienza :-)

    a) Le testimonianze degli spettatori del corteo in Elm Street vennero prese sia nell’immediatezza dei fatti, in maniera incompleta, sia in sede di deposizione dagli inquirenti della commissione Warren.

    b) Di complotto si parlò già il lunedì 25 novembre 1963, dopo la morte di Oswald. I giornali americani manifestavano dubbi sul fatto che Oswald avesse fatto tutto per conto proprio e che Ruby avesse ucciso l’assassino di Kennedy unicamente per ragioni personali. Alcuni dei testimoni che sfilarono davanti alla commissione (Tague, Nix per citare i più importanti) si erano già fatti un’opinione chiara sull’attentato: secondo loro non era stato il solo Oswald a uccidere, o addirittura Oswald non c’entrava proprio (Gayle Nix, nipote dell’autore del filmato in controcampo rispetto al film di Zapruder, disse che suo nonno uscì dall’ufficio in cui aveva testimoniato furibondo, sostenendo che avessero appena cercato di farlo passare per citrullo).

    c) La Ford nera di Bowers. Atteso che – a mio parere – Bowers non è un teste chiave, perché di fatto non ha visto niente di importante (è solo suggestivo per chi VUOLE a tutti i costi piazzare dei cospiratori dietro la staccionata e nel parcheggio), di quella Ford non si ha notizia se non nelle sue parole. Certo che è ben strano che Bowers ricordasse, delle tre automobili, tutto (targa, colore, allestimenti, glia desivi appiccicati sui vetri, stazza e razza di chi era alla guida, radioline in mano, orari e spostamenti dei veicoli in questione) senza, invece, saper dire niente sulla sparatoria. Le uniche parole che disse al riguardo furono “Non saprei descriverlo: fu qualcosa di inusuale che attirò il mio sguardo per qualche motivo che ignoro”. Gli fu chiesto di spiegarsi meglio, e Bowers replicò: “Niente che io possa definire con precisione come realmente accaduto”. Manco a dirlo, invece, l’avvocato Lane aiutò Bowers ad aggiungere dettagli alla sua intervista del 1966 (Bowers iniziò a parlare di “lampi” e di “fumo”, arrivò a dire che la commissione Warren in pratica gli tappò la bocca quando per ben due volte l’avvocato Ball gli aveva chiesto di spiegare meglio cosa vide e per tre volte Bowers rispose, in sostanza, che non aveva visto niente).

  18. Mr.X
    agosto 9th, 2011 @ 09:35

    a) Per caso sai dove si possono trovare le testimonianze immediatamente successive all’evento?

    b) Interessante, non sapevo che già i giornali parlassero di possibile complotto.
    Per la seconda parte, perchè Zapruder uscì incavolato dall’ufficio in cui aveva testimoniato? Cos’è che a lui non ritornava rispetto alla versione ufficiale? Ovviamente parliamo della testimonianza di Zapruder immediatamente successiva all’evento, giusto?

    c) Quindi, diciamo, che il signor Lane ha un pò calcato la mano per cercare di fare lo scoop… magari spingendo Bowers ha raccontare cose di cui non era sicuro?

  19. Mr.X
    agosto 12th, 2011 @ 10:34

    Federico, mi raccomando A, B e C! :D

  20. Federico Ferrero
    agosto 13th, 2011 @ 13:55

    appena torno dall’estero, sicuro!

  21. Mr.X
    agosto 18th, 2011 @ 15:13

    Ah, sei in vacanza!
    Bhè, allora buona vacanza… :D

  22. Mr.X
    settembre 15th, 2011 @ 17:54

    Ciao Federico, sei tornato dalle vacanze? Ricordati i punti A, B e C.

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