Gianni Bisiach e lo spettro della mafia
Posted on | novembre 26, 2009 | No Comments
Gianni Bisiach, decano della Rai, è stao considerato a lungo il maggior “kennedologo” italiano. Sua è la paternità di un voluminoso libro sulla vita e sulla morte di Kennedy: Il Presidente – La lunga storia di una breve vita, pubblicato nel 1990 (e in seconda edizione nel 1993) da Newton Compton. Sono centinaia le interviste e i programmi televisivi in cui Bisiach ha parlato dell’assassinio. Così come Bisiach ha curato il film-documentario I due Kennedy, uscito (per la verità in sordina) nel 1969, nel quale si ipotizza il coinvolgimento della mafia nella morte del Presidente.
Rispetto alla gran maggioranza dei ricercatori, Bisiach ha avuto la possibilità di conoscere in prima persona alcuni testimoni del caso Kennedy e il merito di condurre personalmente alcune indagini a Dallas. Peccato, però, che non abbia sfruttato questo vantaggio. La sua tesi, in sostanza, è che il presidente sia stato ucciso per conto della mafia da Carlos Marcello, Santo Trafficante e Jimmy Hoffa, che si servirono di una squadra di cecchini. Afferma anche che decine di testimoni chiave siano curiosamente morti in breve tempo dopo l’attentato (molti dei quali, si legge nel suo volume, sarebbero stati peraltro “vittime di colpi di karate”), che Cosa Nostra avrebbe organizzato il complotto e la copertura dello stesso. Negli anni che hanno seguito la morte di Kennedy le ipotesi sul suo assassinio sono andate ben al di là di quelle formulate da Gianni Bisiach, ma negli anni ’60 il grande pubblico non aveva ancora avuto a che fare con il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, con la quantità di ricerche e libri che hanno trattato il caso né, soprattutto, aveva fatto i conti con il regista Oliver Stone: a suo modo, insomma, Bisiach fu un precursore. Le teorie sostenute da Bisiach, col passare del tempo, sono mutate radicalmente quanto a numero di cecchini e colpi sparati. Bisiach, inoltre, racconta spesso episodi e circostanze che si è verificato non essere veritieri: del resto la sua versione sulla dinamica della sparatoria è addirittura precedente, quanto a prove ed elementi di fatto presentati, a quelle emerse dopo che il filmato di Zapruder fu di dominio pubblico. Ormai anche i più incalliti teorici della cospirazione hanno abbandonato alcuni loro vetusti cavalli di battaglia. Il ‘senatore’ dei giornalisti mostra però, purtroppo, di non conoscere molte ricerche né le verità ormai assodate dal progresso della scienza criminale al servizio del caso Kennedy. Tra le inesattezze, più o meno gravi, contenute nel suo lavoro ci sono questi passaggi. Alcune delle risposte alle affermazioni di Bisiach sono complesse: purtroppo è inevitabile la dovizia di particolari per mostrare quanto certe affermazioni siano o meno attendibili.
“I periti hanno definito il moschetto ’91 un’arma precisa. Gli italiani sanno bene che non è vero!”
Il fucile di Oswald non era un moschetto (cioé un’arma a canna accorciata in dotazione alle antiche cavallerie) ma una carabina. L’opinione di Bisiach sul Mannlicher Carcano di Oswald è, a parte questa inesattezza, del tutto infondata: pare quasi che, secondo lui, aver perso la guerra significhi che il fucile in dotazione agli italiani fosse un giocattolo . Sulle caratteristiche tecniche e sulla grande precisione, soprattutto a medio-breve distanza, del Carcano esiste peraltro una sovrabbondanza di fonti: su johnkennedy.it potete trovare gli approfondimenti che seguono.
- Con quale arma fu ucciso Kennedy?
- Il Carcano poteva uccidere Kennedy?
“Non ci può essere stato un solo assassino”.
Bisiach cita spesso colleghi che si sono occupati dell’assassinio Kennedy e si cura del fatto che le loro parole siano perentorie. Per un lettore non smaliziato il seguente passo (citato a pag. 301) è un condensato di ragionevolezza:
Da L’Europeo, 8 settembre 1966: Ruggero Orlando, “Non ci può essere stato un solo assassino”. L’uccisione di Kennedy è stata filmata da un dilettante, Abraham Zapruder. Con le pellicole c’è poco da barare. La velocità di 18 fotogrammi al secondo è gli spari hanno impressionato 89 fotogrammi, il delitto si è svolto in 4 secondi e 8 decimi. In quattro secondi e otto decimi non si spara con un fucile Mannlicher-Carcano residuato di guerra non automatico. Non si spara per ben tre volte, ricaricando e riprendendo ogni volta la mira, a quasi 300 metri. Senza tener conto che il mirino telescopico è risultato fallace (spostava in alto e a destra), che Oswald era un tiratore mediocre e fuori allenamento… È assolutamente impossibile, insomma, che un uomo solo abbia potuto uccidere Kennedy e ferire Connally”.
La citazione scelta da Bisiach è importante per due motivi. Il primo è che si può comprendere come si sia formata l’opinione di milioni di persone sul caso Kennedy: Orlando era una prestigiosa firma del giornalismo italiano che si occupò sporadicamente (e, purtroppo, troppo superficialmente) del caso. Chi lo lesse prese per buone le sue parole e si convinse dell’impossibilità dell’unico assassino. Il secondo motivo è che Bisiach scrive e cita brani verosimili e autorevoli. Eppure, in quelle poche righe di Orlando, alloggiano una quantità abnorme di errori:
- La sparatoria durò molto di più, poiché iniziò circa al fotogramma 160 e finì al fotogramma 313: si tratta di circa otto secondi.
- La distanza tra l’auto e la finestra da cui partirono gli spari non era di 300 metri ma tra i sessanta e gli ottanta, considerato il movimento della Lincoln presidenziale.
- Il telescopio non era fallace. Era leggermente disassato ma funzionava benissimo, tanto che molti esperti di tiro hanno spiegato che, allenandosi con quell’arma, era sufficiente collimare leggermente per rendere lo sparo preciso.
- Oswald era tutt’altro che un tiratore mediocre: era un tiratore scelto dei Marines.
- Oswald era tutt’altro che fuori allenamento: si allenava regolarmente e, anche a casa, girava con l’arma in mano, allenandosi per velocizzare la manovra di caricamento.
- La carabina di Oswald, che si vuol far passare come un ferrovecchio, era in realtà perfettamente funzionante, ben mantenuta e in grado di centrare gli obiettivi da quella distanza (che per una carabina è ben poca cosa) senza difficoltà alcuna.
“Tre barboni vennero trovati nascosti in un vagone ferroviario. Il secondo barbone della fila fu poi riconosciuto come Earl Ray, il killer che poi uccise Martin Luther King”.
Questa è una vicenda interessante non solo ai fini dell’analisi del lavoro di Bisiach, ma anche delle tante “notizie” che, incontrollate, circolano sull’assassinio di Kennedy. Nella gran maggioranza dei casi chi ne ha parlato non si è preoccupato di verificarne l’attendibilità: è anche così che nasce un’opinione (sbagliata) condivisa ormai da milioni e milioni di persone, come quella sull’esistenza di un complotto per uccidere JFK. Una delle innumerevoli leggende metropolitane sul caso Kennedy è quella che riguarda l’esistenza di tre barboni (noti negli Usa come i “Three Tramps”), tre vagabondi che furono arrestati in Dealey Plaza subito dopo gli spari al presidente. Per molti, questi tre erano implicati nella cospirazione.

I tre barboni arrestati dopo l'assassinio
La questione dei tre balordi ebbe inizio quando, davanti alla commissione Warren, il sergente Harkness disse che quel giorno erano state arrestate alcune persone in prossimità dello scambio ferroviario, a poca distanza da Elm Street. Harkness disse che in particolare c’erano alcuni barboni, che furono arrestati e interrogati. L’attenzione si spostò su tre di questi perché furono fatti sfilare in Dealey Plaza (non per esigenze sceniche, ma perché dovevano raggiungere l’ufficio dello sceriffo) e furono visti da molte persone.
Una normale procedura di identificazione (normale se si tiene conto della mostruosità della situazione: una sparatoria sul corteo presidenziale) divenne un pretesto per creare una questione “sospetta” da parte dei critici a priori della commisisone Warren; il tutto perché i documenti riguardanti l’arresto dei tre andarono perduti. Non solo: tutti gli autori e i ricercatori del caso si misero a esaminare le foto notando che l’ultimo di loro, il vecchio, assomigliava molto a Howard Hunt (agente della CIA); il primo vagabondo fu presto identificato come Frank Sturgis Fiorini, un agente del governo cubano, mentre il secondo fu identificato come Daniel Carswell (o ancora come Frank Sturgis, a seconda dei casi, o Earl Ray). Gianni Bisiach cavalca anche questa “notizia” e così commenta l’immagine: “Tre barboni vengono trovati nascosti in un vagone ferroviario. Questa foto è stata scattata da William Allen dell’agenzia Black Star. Il secondo barbone della fila fu poi riconosciuto come Earl Ray, il killer che poi uccise Martin Luther King con un fucile a cannocchiale simile a quello di Dallas. Dopo l’affare Watergate Allen riconobbe, nel primo e nel terzo uomo, Frank Sturgis Fiorini, il killer Earl Ray e l’agente J. Howard Hunt”. Bisiach aggiunge al mistero un collegamento sinistro: l’omicidio di Kennedy e quello di Martin Luther King sarebbero stati compiuti dallo stesso uomo. La commissione HSCA cercò di usare un metodo più scientifico per identificare i tre: fece lavorare degli antropologi forensi fornendo loro le foto dei tre vagabondi e le foto di cinque dei personaggi più citati come gli uomini riconosciuti in Dealey Plaza (Hunt, Sturgis, Carswell e poi Thomas Vallee e Fred Chrisman; la posizione di Ray fu stralciata perché si dimostrò subito che il killer era in tutt’altro posto quel giorno). Questi esperti lavorarono usando la loro scienza (ovvero confrontare l’antropometria dei volti e dei corpi) e furono gli stessi che usarono questo metodo per accertare che l’uomo di cui fu fatta l’autopsia a Bethesda era proprio Kennedy e, soprattutto, per smentire il mito del “doppio Oswald” creato da chi mostrava foto di Oswald asserendo che Lee fosse stato impersonato.
Il risultato del loro lavoro fu chiaro: Hunt, Sturgis, Carswell e Vallee furono esclusi categoricamente. Non fu escluso Fred Chrisman e fu detto che Chrisman assomigliava molto al terzo uomo, quello vecchio. Tuttavia la questione di Chrisman fu presto risolta: il vero Fred Chrisman, il 22 novembre 1963, stava tenendo una lezione nella sua scuola nell’Oregon. La circostanza fu confermata dal corpo insegnante di quella scuola. Esaurita la fonte delle identificazioni, se ne aprì un’altra. Si iniziò a dire che i tre erano vestiti troppo bene, che erano falsi barboni. In effetti, mentre il secondo e il terzo erano mal sistemati, il primo barbone sembrava abbligliato con un minimo di cura. I suoi vestiti (sono parole dell’HSCA) erano semplicemente della sua taglia (diversamente da quelli degli altri due) ma comunque vecchi e consumati.
La bufala dei tre finti barboni finì nel 1989 quando il Dallas City Council decise di rendere pubblici tutti i documenti della città che avessero a che fare con l’assassinio di Kennedy. Tra le castaste di fogli spuntarono i verbali di arresto dei tre uomini. Il primo si chiamava Harold Doyle (questo il suo verbale d’arresto), il secondo era tale John Forrester Gedney (ecco il verbale d’arresto di Gedney) mentre il terzo, il vecchio, si chiamava Gus W. Abrams (ecco il verbale d’arresto di Abrams). Scattò la ricerca ai tre. Doyle fu trovato piuttosto in fretta: abitava a Klamath Falls, nell’Oregon. Ricordava bene il giorno dell’arresto. Fu trovato anche Gedney, che abitava in Florida, a Melbourne. Lavorava come agente municipale e aveva nascosto ai suoi concittadini (come non capirlo) il suo passato di clochard. Riguardo al fatto che i loro vestiti non fossero poi così consumati, risposero che avevano passato la sera precedente in una centro di accoglienza che aveva fornito loro un abbigliamento decente e la possibilità di lavarsi e di rasarsi. Il terzo, il vecchio Abrams, era ormai morto. Però fu trovata sua sorella, con cui Abrams visse negli ultimi suoi 15 anni, che confermò che suo fratello era un ubriacone e che quando lo vide fotografato sul giornale le prese un colpo. L’unico motivo per cui la leggenda dei barboni-attentatori nacque ed ebbe lunga vita è che i tre non si presentarono in tv o in qualche redazione per raccontare la loro storia, lasciando briglia sciolta alla fantasia dei complottisti. Sarebbe stata sufficiente una scrupolosa inchiesta per risolvere il ‘giallo’ ben prima del 1989. Bisiach ha mostrato di non conoscere questa storia o, forse, ha scelto di non raccontarla.
“Dalla collinetta spararono due killer professionisti della mafia”.
Da una notizia falsa nasce una sentenza errata. Abbiamo appena verificato l’attendibilità della storia dei tre vagabondi e come abbia fatto Bisiach a “vedere” Brading e Ray sulla collinetta. Difficile capire come Ray potesse essere contemporaneamente sulla collinetta e nei vagoni di quel treno dove furono trovati i tre clochard. Nel suo film I due Kennedy Bisiach usa l’immagine di una macchia bianca vicino alla staccionata (un fotogramma del filmato di Orville Nix) per “dimostrare” la presenza di un killer. Eppure numerosi studi (come quello condotto anni fa dalla Itek Corporation) hanno verificato che quella macchia è troppo generica per poter essere attribuita a qualcosa oppure, secondo altri, che non ha a che fare con una sagoma umana perché di un colore non compatibile con la pigmentazione umana. Da un alone biancastro, tuttavia, Bisiach si dice sicuro che si trattasse di un killer. In quella zona, poi,vi erano molti spettatori del corteo: nessuno di loro ha visto un killer, o un’arma, né sentito spari.
“Quando andai a Dallas per la prima volta avevo già la convinzione che dietro la congiura non poteva che esserci la mafia”
Se è vero quello che Bisiach scrive, non pare questa la maniera migliore per portare avanti un’inchiesta. Un conto è indagare per scoprire una pista, altro è cercare riscontri a una propria ipotesi preconcetta. Purtroppo sembra che i viaggi negli States di Bisiach siano serviti, invece, proprio per scovare inesistenti ”legami mafiosi” tra supposti partecipanti alla congiura e non per analizzare la messe di prove raccolte dagli inquirenti.
“Lee Bowers vide gli assassini dalla staccionata”.
“Lee Bowers, che aveva dichiarato di aver visto un uomo con qualcosa in mano, prima e dopo l’attentato, dietro il Depository, morì il 6 agosto 1966 al volante della sua macchina che viaggiava a velocità moderata quando andò a sfasciarsi contro un muro”. (pag. 16). “Lee Bowers, un ferroviere di Dallas, è il testimone che aveva visto uomini sulla sommità del poggio erboso e nuvole di fumo sotto gli alberi durante gli spari contro Kennedy” (pag. 302).
Bisiach, vuole indurre il lettore a credere che il testimone oculare dell’assassinio Lee Bowers vide, in pratica, i killer dalla collinetta, e che poi fu eliminato perché considerato un personaggio “scomodo”. Eppure, a rileggere la documentazione, la realtà dei fatti pare differente. Davanti alla Commissione Warren, infatti, Lee Bowers raccontò:
Bowers: “Ho sentito tre colpi. Uno, poi una breve pausa, poi due ravvicinati. E ho sentito anche l’eco degli spari”.
Ball: “E si è fatto, dal rumore, un’idea sulla provenienza degli spari?”
Bowers: “Il rumore arrivava o dal Deposito dei libri o dall’imbocco del triplo sottopasso”.
Ball: “E riuscì a stabilire da quale dei due luoghi arrivassero?”
Bowers: “No”.
[...]
Bowers: “Davanti a me, in direzione del sottopasso, c’erano due uomini. Uno più vecchio, con maglia bianca e pantaloni più scuri. Un altro era sui 25 anni”.
Ball: “Erano insieme?”
Bowers: “Erano a qualche metro l’uno dall’altro, non mi diedero l’impressione di essere insieme”.
Ball: “In che direzione guardavano?”
Bowers: “Guardavano verso la Main e la Houston, seguivano il corteo con gli occhi”.
Ball: “Vide nessuno dal triplo sottopasso?”
Bowers: “Sì, c’erano due poliziotti [...]“.
Ball: “E vide questa gente prima dell’arrivo del presidente?”
Bowers: “Prima e dopo”.
[...]
Ball: “Quando udì gli spari cosa stava guardando?”
Bowers: “Al momento del primo colpo guardavo davanti a me ma l’auto era coperta alla mia vista da un muretto”.
Ball: “E durante il secondo e terzo sparo riuscì a vedere la macchina?”
Bowers: “No, al momento degli spari non ero in grado di vederla. Riuscii a vederla appena dopo la fine degli spari”.
Ball: “Dopo l’ultimo colpo notò attività nella Elm, davanti a lei?”
Bowers: “Al momento degli spari sembrò esserci confusione e subito dopo un poliziotto si lanciò verso la cima della collinetta”.
[...]
Ball: “E c’erano ancora i due uomini?”
Bowers: “Uno sì, l’altro non saprei dire”.
Ball: “Lei ha parlato di confusione, può spiegarsi meglio?”
Bowers: “Non riesco a spiegarlo, se non dicendo che era qualcosa fuori dall’ordinario, dell’agitazione lì intorno, che ha attratto il mio occhio per un momento”.
Ball: “Può spiegarlo meglio?”
Bowers: “No, niente che potrei definire come qualcosa che sia accaduto“.
Questo è il contributo offerto all’inchiesta da Lee Bowers Jr. Che qualcosa dall’ordinario fosse accaduto è vero: sulla strada davanti a lui era appena stato ucciso il presidente degli Stati Uniti. Bowers spiegò anche di aver visto tre automobili nel parcheggio prima degli spari: una Oldsmobile del 1959, una Ford nera del 1957 (“con alla guida un uomo che teneva qualcosa alla bocca, forse un microfono o un telefono”) e una Chevrolet Impala bianca.
Ball: “A che ora vide arrivare la prima auto? ”
Bowers: “Non ricordo esattamente, ma più o meno intorno alle 12.10″
Ball: “E quando la vide, dov’era l’auto?”
Bowers: “L’auto proveniva dalla strada di fronte al deposito. Girò intorno all’area di fronte alla torre e ad ovest della torre, come se stesse cercando una via d’uscita, o come se stesse ispezionando la zona, e quindi tornò indietro attraverso l’unica via possibile, cioè quella dalla quale era arrivata”.
Ball: “Dove Elm è un vicolo cieco?”
Bowers: “Esatto. Era l’unico modo per andar fuori. Dopo di che uscì dalla mia visuale”.
Ball: “Vide un’altra auto?”
Bowers: “Sì, circa 15 minuti dopo, suppongo intorno alle 12.20, vidi un’altra auto, una Ford nera, con a bordo un uomo che sembrava avere un microfono o un telefono o qualcosa che dava l’impressione di esserlo”.
Ball: “Come può dirlo?”
Bowers: “Egli stava tenendo qualcosa sulla bocca con una mano, e stava guidando con l’altra, e diede quell’impressione. Era molto vicino alla torre e lo vidi mentre procedeva intorno alla zona”.
Ball: “Da che parte arrivò?”
Bowers: “Arrivò dalla strada cieca di fronte al deposito”.
Ball: “La vide andar via?”
Bowers: “Sì, dopo aver circolato 3 o 4 minuti intorno all’area tornò indietro dalla stessa strada. Sondò la zona un po’ di tempo in più rispetto alla prima auto”.
Ball: “Vide un’altra auto?”
Bowers: “La terza auto entrò nell’area 7 o 8 minuti prima della sparatoria. Credo fosse un Chevrolet, un Impala a quattro porte, bianca. Era infangata fino ai finestrini e alla guida c’era un uomo bianco”.
Ball: “Cosa fece?”
Bowers: “Rimase un po’ di più nella zona. Girò intorno all’area e sondò una zona a destra della torre. Lentamente tornò indietro attraverso la solita strada”.
Ball: “Fu allora che uscì?”
Bowers: “L’ultima volta che la vidi era ferma proprio sopra il luogo dell’assassinio”.
Ball: “Il parcheggio delle auto, o più avanti o cosa osservò?”
Bowers: “Se proseguì proprio in quel momento o se si fermò solo a una breve distanza, non posso dirlo. Ero occupato”.
Insomma: nonostante nell’interrogatorio, più e più volte, l’avvocato della commissione Ball avesse provato a tirar fuori dalla bocca di Bowers una spiegazione di quello che vide, questo fu quanto Bowers raccontò. Poi, nel 1966, l’autore complottista Mark Lane intervistò Lee Bowers.
Per la prima volta, dopo tre anni dai fatti Bowers sostiene di aver visto un “lampo… un fumo… o qualcosa… non saprei descriverlo” e fu indotto da Lane (tesi, questa, ripresa nel libro di Bisiach) ad affermare che la commissione Warren lo interruppe proprio mentre stava per spiegarlo (la lettura integrale della sua testimonianza, si è visto, indica invece che, nonostante le continue insistenze di Ball, Bowers non riuscì a dire altro che le parole “qualcosa di fuori dall’ordinario”, concetto che peraltro ha ripetuto a Lane). Non c’è bisogno di scomodare l’onestà di Lee Bowers, che può aver avuto la sua legittima opinione sull’attentato (a Lane, infatti, Bowers disse, con un sorriso ironico: “Quando davanti alla Commissione dissi che secondo me il secondo e il terzo sparo erano troppo ravvicinati per provenire dallo stesso fucile, loro mi risposero che non ero un esperto di armi e che non potevo saperlo”). È piuttosto chiaro, insomma, che per Bowers le cose non andarono come il rapporto Warren ha dimostrato. Non per questo Bowers è un mendace: dice di aver visto un qualcosa che non sa spiegarsi. Non ha visto l’auto, non ha visto Kennedy, non ha visto armi. A Lane raccontra di aver visto un lampo e/o un fumo, ma è veramente impossibile capire cosa può aver visto, siccome egli stesso non sa citare una sola entità materiale (una canna, del sangue, la testa del presidente, qualsiasi cosa). Bowers non è né disonesto né falso né condizionato da Lane. È che non ha visto alcunché. Per Bisiach, invece, è un testimone a favore della cospirazione. Sulla morte del povero Bowers, infine, c’è poco da dire: aveva da anni detto tutto quanto sapeva (cioè ben poco) sulla sparatoria e, il suo fu un incidente stradale. Ovviamente la sua morte sollevò un polverone di polemiche: il corpo fu riesumato alla ricerca di tracce di droghe (c’è chi suppose fosse stato drogato per provocare un incidente stradale). Bowers, poi, dice di aver sentito tre colpi (non cinque, sei, sette, dieci come capitò a Bisiach di sostenere). Racconta che, a suo parere, gli spari erano provenienti da due armi diverse perché gli pareva che il suono degli spari non fosse lo stesso. Una testimonianza legittima che, però, non è stata corroborata da altri elementi.
Per uno studio esauriente del lavoro di Bisiach il rimando è all’opera Ecco chi ha ucciso John Kennedy di Diego Verdegiglio.
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