Jack Ruby, l’assassino di Oswald

Posted on | settembre 3, 2008 | No Comments

Jack Ruby con alcune spogliarelliste del suo club

Jack Ruby è l’uomo che il 24 novembre del 1963 sparò a Lee Harvey Oswald, uccidendolo, due giorni dopo che questi era stato arrestato con l’accusa di aver assassinato il Presidente Kennedy. Jacob Rubenstein (cambiò il nome in Jack Ruby nel 1947) nasce il 25 marzo 1911 da una famiglia ebrea tutt’altro che benestante. Il padre, Joseph Rubenstein, è un emigrato polacco nato a Sokolov nel 1871, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1903 come carpentiere; la madre, Fanny, era nata a Varsavia nel 1875 e sino al 1904 rimane in patria con i due primi figli nati dal matrimonio, Hyman e Ann.

Cresciuto dalla strada e trasferito presto in una casa di tutela minorile, Jacob abbandona la città natale in gioventù per girovagare nelle metropoli di Los Angeles e di San Francisco, in cerca di fortuna. Fortuna che non trova mai: si arrangia con lavoretti precari, organizza bische clandestine (specialità che lo vedeva eccellere anche durante il servizio militare), si dedica al bagarinaggio nei pressi di manifestazioni sportive, si distingue come ragazzo iracondo e tendente a risolvere le questioni con le mani. Alla fine del secondo conflitto mondiale Jack ha più di trent’anni ma non ha trovato un mestiere: si aggrappa quindi alla sorella Eva, che apre un locale notturno a Dallas. L’attività di Ruby vivacchia: il suo locale, il Carousel Club, è frequentato da gente malfamata e da numerosi poliziotti di città, cui Jack offre ingressi, tavolini, bottiglie di alcolici e spettacoli gratuiti. Con una continua spola tra gli uffici della polizia e le redazioni dei giornali locali, Ruby spera di crearsi una rete di conoscenze influenti, convinto com’è di essere un grande imprenditore.

La vita di Ruby prende una piega inaspettata nel tragico weekend di Dallas di fine novembre 1963. Ruby è nella redazione del Dallas Morning News, sta dettando una pubblicità per il suo locale quando Kennedy, alle 12 e 29 minuti del 22 novembre 1963, viene ucciso e la notizia piomba come un masso nella stanza. Jack è sconvolto: chiama la sorella, decide di non aprire il locale quella sera e (anche se non vi è certezza su questo aspetto) si precipita al Parkland Hospital per capire cos’è successo o, come molti suoi conoscenti in seguito racconteranno, perché non sapeva stare lontano dall’azione, dai luoghi in cui capitava qualcosa. Due sorelle di Ruby hanno spesso ricordato la sua angoscia per l’uccisione di JFK: Ruby straparla, piange, maledice Oswald e glorifica il presidente e la povera moglie Jacqueline; ricorda l’annuncio letto sul quotidiano Dallas Morning News – che insultava pesantemente JFK – e teme che la colpa dell’omicidio venga fatta ricadere sugli ebrei. Va quindi alla stazione di polizia, si intrufola tra i giornalisti, dà consigli ai reporter e li rifocilla con una sporta di panini, racconta a tutti il suo strazio per quanto è successo e per le conseguenze che, secondo lui, il gesto di Oswald avrà sulla comunità ebrea. Durante un’intervista al giudice Henry Wade, che aveva appena incriminato Lee Harvey Oswald, interviene brevemente, senza alcun titolo, per correggere il nome del comitato pro-Castro cui apparteneva Oswald. Non ha alcuna ragione per stare lì, tra reporter e cameramen, ma tutti i poliziotti lo conoscevano bene e il caos in Centrale era giunto a livelli inimmaginabili. Ruby è libero di girovagare per gli uffici senza essere fermato, come decine di altre persone.

La domenica mattina Ruby si sveglia, esce di casa verso le undici con la sua cagnetta Sheba e si reca in un ufficio della Western Union: aveva infatti ricevuto, mezz’ora prima, la telefonata di una sua spogliarellista, Karen “Little Lynn” Bennet, che aveva bisogno di 25 dollari per pagare l’affitto. Ruby lascia l’adorato animale nell’automobile, parcheggiata davanti all’ufficio, entra e manda il vaglia. L’orario stampigliato sul documento reca il timbro delle 11 e 17 minuti. Appena uscito dall’edificio Ruby guarda in fondo al viale e vede una piccola folla davanti alla Centrale di polizia. Lee Oswald doveva essere trasferito nel carcere della Contea già verso le dieci, ma un ritardo nelle pratiche e la volontà di Oswald di farsi riportare un maglione prima di uscire avevano ritardato la sua traduzione nella prigione. Incuriosito, Ruby si avvicina ed entra nel sotterraneo. Si trova davanti un assembramento di cameraman, reporter e cronisti: Oswald sta per essere portato fuori. Oswald gli passa proprio davanti, alle 11 e 21 minuti. Ruby tira fuori la pistola, che portava spesso con sé, e gli spara un solo colpo all’addome, fatale, dicendogli: “Hai ucciso il mio Presidente, topo di fogna!”.

Immediatamente fermato e incarcerato, si dice sicuro di essere prosciolto: parla con gli agenti dicendo di essere felice, di aver dimostrato di essere un ebreo coraggioso, sicuro che la polizia lo avrebbe capito per il gesto compiuto, se non addirittura elogiato. Il processo, però, non va per il verso giusto dal suo punto di vista: dall’imputazione per omicidio non premeditato si arriva a una sentenza di condanna a morte perché il suo avvocato tenta di farlo passare per un pazzo, avallando così involontariamente la tesi del gesto non spontaneo e improvviso ma calcolato. La condanna viene poi tramutata in ergastolo e Ruby trascorre squallidamente gli ultimi tre anni di vita.

I motivi del suo gesto non si conosceranno mai esattamente: forse quella frase delirante, pronunciata a caldo (“Non volevo che la signora Kennedy tornasse qui per il processo rivivendo la tragedia per colpa di quel figlio di puttana, le ho risparmiato un dolore inutile”) è indicativa dello stato emotivo di un uomo che agisce senza lucidità, schiavo dei propri demoni e di una vita mai all’altezza delle aspettative. Il 3 gennaio 1967 Jack Ruby muore per un’iniezione che gli causa un embolo fatale; qualche settimana prima gli era stato diagnosticato un adenocarcinoma primitivo del polmone in stato avanzato, una diagnosi che non lascia scampo: non sarebbe mai arrivato vivo alla fine dell’anno. Si disse, da parte di qualche cronista in cerca di scoop, che il dottore del carcere gli avesse iniettato delle cellule tumorali per provocargli la morte: un nonsense scientifico (non si può ‘infettare’ un uomo provocandogli un tumore) e una delle tante leggende che circolano attorno a quel tragico evento della storia americana.

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