L’arma dell’assassino

Posted on | settembre 3, 2008 | 2 Comments

 

John Kennedy fu ucciso con un fucile a retrocarica usato nel secondo conflitto mondiale, un Mannlicher-Carcano. Il fucile Mannlicher-Carcano nacque dalle felici intuizioni e dalla creatività di Salvatore Carcano, un soldato lombardo nativo di Casbeno, in provincia di Varese che lavorò per lunghi anni alla Regia Manifattura d’Armi di Torino e che proprio in quella sede inventò un nuovo meccanismo di scatto, presto adottato da gran parte dell’artiglieria del Re. Nel 1867 Carcano creò e brevettò il suo fucile, modificando un modello ad avancarica in uno a retrocarica ma il modello che ci interessa è il cosiddetto modello ‘91, il Mannlicher-Carcano. Si tratta del fucile creato per il concorso indetto dalla Commissione delle Armi Portatili di Parma per rinnovare il parco armi italiano, concorso svoltosi appunto nel 1891: tra i tanti progetti presentati vinse quello ideato dai già noti tecnici torinesi, una carabina dotata del sistema d’otturazione creato da Carcano (una semplificazione del sistema Mauser) e un sistema di alimentazione inventato dal tecnico austriaco Mannlicher.

 
Ecco il Mannlicher-Carcano. Con l’Atto ministeriale Nr. 57 del 29 Marzo 1892, a firma del Ministro Luigi Pelloux, il Regno d’Italia adottò ufficialmente il Modello 1891 in sostituzione del Vetterli 1870/87. Nel documento l’arma veniva definita: “Arma portatile da fuoco, a ripetizione ordinaria, per il tiro teso alle brevi distanze contro bersagli animati, verticali allo scoperto”. Il Mannlicher-Carcano fu prodotto su larga scala in vari stabilimenti statali: a Brescia, a Torino, a Terni, a Torre Annunziata, a Brescia, a Roma. Il suo uso durante i conflitti di inizio secolo fu tristemente noto: migliaia e migliaia di uomini caddero sotto i suoi colpi.
Il fucile trovato al sesto piano del Deposito era proprio un Mannlicher Carcano modello 91/38, riportante il numero di serie C2766 e le scritte “Made in Italy”, “1940″ e “Cal. 6,5″. (1)
Sul fucile era montato un telescopio a quattro ingrandimenti, di marca Optics Ordinance Inc. – Hollywood, California, prodotto in Giappone.
Un equivoco piuttosto diffuso dipinge il Carcano come un’arma ‘umanitaria’. Purtroppo la mancata conoscenza dei termini tecnici e la superficialità di alcuni improvvisati ricercatori del caso Kennedy ha prodotto questo paradosso: in realtà la parola ‘umanitario’ non si riferisce al fucile (che può uccidere anche a chilometri di distanza!) ma alle munizioni: nelle intenzioni dei progettisti si cercò di far sparare un proiettile che attingesse il bersaglio e lo trapassasse senza frammentarsi in microschegge, fenomeno che crea devastazioni all’interno dell’organismo umano. Questo è l’assunto alla base della nascita delle munizioni note come full metal jacket.In Italia, a questo proposito, è stata gravemente dannosa un’affermazione nel corso di una puntata della trasmissione televisiva Mixer condotta da Giovanni Minoli e riproposta più volte negli ultimi quindici anni, dalle reti nazionali. Minoli parlò del caso Kennedy proponendo una versione piuttosto ardita di complotto e, in particolare, riprese l’argomento del Carcano come arma non in grado di ledere (2).

Sostenere che il Mannlicher Carcano fosse un’arma imprecisa è arduo. L’arma è dotata di due tacche di mira fissa tarate sulla distanza di 300 e 450 metri e una di mira mobile per la distanza massima di 2.000 metri. Il Carcano, e tanti suoi emuli degli anni ‘40, possono colpire bersagli di minime dimensioni alla distanza di un chilometro, se messi in mano a chi li sa maneggiare. Utile ricordare che, per l’assassinio di Kennedy, al momento del terzo sparo (quindi alla massima distanza tra killer e vittima) la distanza tra il fucile e il bersaglio era inferiore ai cento metri . Non c’è ragione di pensare che, a una simile distanza, l’arma potesse perdere in precisione. Oltretutto l’assassino non si servì del semplice mirino a traguardi ma di un cannocchiale a quattro ingrandimenti.
 

La Commissione Warren (3) appurò che il Carcano di Oswald fu acquistato dallo stesso Lee Oswald dal rivenditore Klein’s Sporting Goods Co. di Chicago. Oswald aveva notato un annuncio sul giornale, che parlava di una carabina italiana in vendita a 21 dollari e 45 centesimi (di cui 12 e 78 centesimi per il fucile, il resto per il telescopio e per le spese di spedizione): il 13 marzo del 1963 se lo fece spedire alla casella postale 2915 di Dallas, intestata al signor A. Hidell (Alek Hidell, uno degli pseudonimi più volte usati da Oswald). L’arma arrivò a Oswald il 20 marzo. Si sono fatte molte supposizioni sui motivi per cui Oswald avesse scelto questo metodo rintracciabile di pagamento: fatto sta che l’assassino di Kennedy lo comprò quando ancora non poteva aver pensato all’attentato, poiché nulla si sapeva dell’arrivo di Kennedy a Dallas a novembre, e pagò usando un nome falso; lo stesso nome che compariva su un documento di identità falsificato intestato ad Alek Hidell e che gli fu trovato addosso al momento dell’arresto. Hidell (storpiatura di Fidel, il nome di Castro) era il nome che Oswald intendeva far circolare il più possibile come presidente del Fair Play for Cuba Committee ed è probabilmente in questa veste che comprò l’arma, per iniziare la sua personale lotta rivoluzionaria al sistema.
Che il fucile fosse di proprietà e ancora in possesso di Oswald nell’autunno non sussistono particolari dubbi nonostante i disperati tentativi di Oswald di negare l’evidenza negli interrogatori con la polizia di Dallas. Egli si fece fotografare più volte con l’arma in mano, si esercitava spesso a vuoto sotto gli occhi della moglie e decise di conservarlo, avvolto in una coperta, nel garage dei signori Paine, che ai tempi ospitavano la moglie Marina.

Sulla capacità di Oswald di sparare tre colpi in sette-otto secondi con il suo Carcano e di attingere il bersaglio si possono richiamare gli studi effettuati dall’FBI, in collaborazione con la Sezione valutazione armi di fanteria dell’esercito, che sparò un centinaio di colpi con il modello C2766 trovato al sesto piano del Deposito. L’arma non si inceppò mai e tutti i tiri andarono a segno. Tre tiratori scelti furono messi in condizione di sparare con quell’arma contro tre sagome, distanziate rispettivamente a 55, 80 e 90 metri. Nella prima serie di colpi i tre cecchini spararono in tempi contenuti tra i 4,6 e gli 8,25 secondi. Nella seconda serie i tempi variarono dai 5,15 ai 7 secondi. Pur non avendo mai imbracciato un’arma dotata di quel sistema di caricamento i tre colpirono sempre il bersaglio più vicino e (cinque volte su sei) quello più lontano. I tiratori riscontrarono, invece, dei problemi con il secondo bersaglio, che spesso mancarono di qualche centimetro. Sulla scorta di quelle risultanze la Commissione non poté che concludere, assecondata dagli esperti, che la prestazione di Oswald era del tutto possibile.

(1) Nota esplicativa a cura di Lucio M. Balbo, esperto di armi e curatore del sito http://www.il91.it/: i modelli 38 nascono infatticome 7,35 x 51 con un interessante espediente (cioè un bossolo identico al 6,5 x 52 ma col colletto più largo): una soluzione che permette di utilizzare tutte le componenti –otturatore compreso- del modello precedente salvo ovviamente la canna. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ci si rese conto che il nuovo calibro pur essendo più lesivo del 6,5 (con un espediente mutuato dalla munizione inglese .303, cioè il nucleo interno con la parte apicale in alluminio) spostava il baricentro del proietto indietro: all’impatto la palla si ribaltava e comincia a ‘frullare’, come si dice in gergo, nelle carni con effetti devastanti come una munizione espansiva (ma senza esserlo) e quindi nel rispetto formale delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja. Lo stesso ‘giochino’ lo applicarono i Sovietici con la palla del kalashnikov. Nacque insomma un grave problema logistico per la coesistenza di armi in due calibri differenti, per cui si tornò al vecchio ma pur sempre validissimo 6,5×52. Quasi tutti i fucili in 7,35 furono dati alla Finlandia come aiuti per la guerra d’Inverno contro Stalin. Quello di Oswald, essendo un 1940, non ebbe la canna sostituita in 6,5 ma canna originale in 6,5.
(2) Mixer (Rai Due, novembre 1993). “Eccolo qui questo fucile da quattro soldi, un modello che aveva la fama di essere un’arma assolutamente innocua, quasi umanitaria tanto era improbabile che riuscisse a fare del male a qualcuno”.
(3) Rapporto Warren sull’assassinio di Kennedy (versione italiana), Rizzoli, 1964, pagg. 112 e seg.

Comments

2 Responses to “L’arma dell’assassino”

  1. massimo d'angelo
    luglio 9th, 2011 @ 20:31

    Non capisco come mai Oswald non uso’ un fucile come ad esempio il garand versione snyper camerato con l’eccellente 308w

  2. Federico Ferrero
    luglio 10th, 2011 @ 07:30

    salve Massimo, la sua domanda è un po’ strana. Oswald era uno squattrinato, e nella primavera del 1963 aveva comprato per posta un fucile da quattro soldi che aveva trovato nella rubrica degli annunci di una rivista (è il secondo fucile nella colonna di sinistra, quello da 12 dollari e 88: http://www.johnkennedy.it/wp-content/uploads/2011/04/AR_DEC62_75.gif).
    grazie
    FF

Leave a Reply