Ecco chi ha ucciso John Kennedy
Posted on | agosto 31, 2008 | 10 Comments

Diego Verdegiglio consegna il suo lavoro a Oliver Stone
Diego Verdegiglio, scrittore e regista romano, è riconosciuto come uno dei massimi esperti nello studio del caso Kennedy. Nel 1998 diede alle stampe il suo saggio-inchiesta Ecco chi ha ucciso John Kennedy (Mancosu editore, Roma). A tutt’oggi è il lavoro più completo e documentato mai pubblicato in Italia sulla vicenda di Dallas, nonostante la tesi appaia in controtendenza rispetto alla quasi totalità degli studiosi del caso. Il presidente, questa è la conclusione dell’analisi delle prove e delle circostanze, fu ucciso dal solo Lee Harvey Oswald. Documentazioni dettagliate e approfondite, uno stile chiaro, argomentazioni scientifiche, una messe di prove circostanziate e ben ordinate, pareri dei massimi esperti di criminologia, scienze forensi, medici e periti. Il lavoro di Verdegiglio, frutto di richerche negli Stati Uniti e in Italia, separa le notizie dalle rivelazioni non documentate, dagli scoop giornalistici, dalle rivelazioni sensazionali e dalle tante speculazioni scandalistiche spacciate per prove. Quali che siano le opinioni che ciascuno si è fatto sul casoquesto volume resta un riferimento di prim’ordine per informarsi correttamente sulla tragedia di Dallas. Di seguito la scheda ufficiale del libro.
Per la prima volta un ricercatore italiano, Diego Verdegiglio, condensa nelle seicento pagine di un suo saggio da poco pubblicato “Ecco chi ha ucciso John Kennedy” tutte le inchieste ufficiali e private finora realizzate sul delitto del secolo. Il volume, presentato al Salone del Libro di Torino e da Massimo Teodori ed Erich B. Kusch alla Stampa Estera di Roma, si annuncia clamoroso ogni oltre previsione. L’autore, supportato da un’enorme mole di documenti, ha impiegato tre anni di ricerche negli Stati Uniti e in Italia per ritrovare il bandolo di una matassa intricata da trentacinque anni di indagini e investigazioni spesso fantasiose e del tutto prive di credibilità, ma dal forte impatto sull’opinione pubblica. Verdegiglio (che nel 1997 ha incontrato a Boston il senatore Ted Kennedy) non si è accontentato di scavare nella miriade di carte prodotte da cinque commissioni ufficiali, ma ha voluto sperimentare di persona l’angolo di mira dalla famosa finestra del Texas School Book Depository a Dallas, ha compiuto per intero il percorso in auto del corteo presidenziale, ha fatto sopralluoghi al Parkland Hospital e alla Centrale di polizia di Dallas, al Bethesda Naval Hospital del Maryland, a Hyannis Port (residenza dei Kennedy sulla costa atlantica), a Boston, a New Orleans, a Las Vegas, a Miami. Grazie alla collaborazione del dottor Martino Farneti, direttore della Sezione Balistica della Polizia Scientifica-Criminalpol di Roma, ha potuto personalmente sparare in otto secondi su tre bersagli con un’arma del tipo di quella impiegata a DalIas. Ha inoltre intervistato noti periti balistici quali Marco Morin, Francesco Compagnini, Ugo Potortì, Romano Schiavi e Antonio Ugolini (questi ultimi due consultati anche nel corso delle indagini sul delitto Marta Russo all’Università di Roma); famosi medici legali come Angelo Fiori, Silvio Merli, Giancarlo Umani Ronchi, Antonio Fornari, Pierluigi Baima Bollone e Ugo Di Tondo per chiedere pareri sulle ferite e sulI’autopsia del Presidente; celebri criminologi come Francesco Bruno, Vincenzo Mastronardi, Carlo Semerari, Aldo Carotenuto. Il suo scrupolo si è spinto al punto da chiedere opinioni a un chimico nucleare dell’ENEA, il dottor Antioco Franco Sedda (per verificare le analisi di attivazione neutronica sui resti dei proiettili recuperati a Dallas) e al dottor Pier Giorgio Natoli, oncologo del “Regina Elena” di Roma (sulla leggenda che l’assassino di Oswald, Jack Ruby, sia stato ucciso in carcere con iniezioni di cellule tumorali).
Questa premessa era necessaria affinché l’opera di Verdegiglio non fosse confusa con una delle tante fantasiose ricostruzioni che negli ultimi decenni sono state pubblicate sull’argomento: non a torto Furio Colombo ha scritto sulla “Repubblica” che l’autore “ha dimostrato in seicento pagine… che la storia del delitto di Dallas comincia e finisce nello stesso luogo e nello stesso istante”. E’ infatti con un continuo e inconfutabile riscontro di prove che Verdegiglio dimostra l’assurdità e l’infondatezza degli argomenti che più di altro hanno affascinato il pubblico: il proiettile a zig-zag, il secondo attentatore dalla collinetta, la testa del Presidente spinta indietro da un colpo anteriore, i testimoni uccisi durante le indagini, il cervello fatto sparire, l’autopsia falsata, la strana uccisione di Oswald da parte di Jack Ruby; i sospetti su Mafia, CIA, Johnson, FBI, Castro e chi più ne ha più ne metta. Verdegiglio riporta alle reali dimensioni (del tutto deludenti per un pubblico abituato ormai alle “gratificanti favole” di Jim Garrison, di Mark Lane o di Oliver Stone) un fatto sì straordinariamente complesso e pervaso da sconcertanti coincidenze, ma completamente privo di quella grandiosa costruzione dietrologico-cospirativa che la nostra logica vorrebbe legare in ogni caso all’assassinio di un grande personaggio come il Presidente americano. La mitologia della congiura nata dopo il delitto di Dallas trova in questo libro una demolizione puntigliosa, suffragata da settecento note ognuna delle quali costituisce di per sé un vasto repertorio bibliografico: lo stile ironico dell’Autore smonta una ad una le tesi più assurde e nello stesso tempo più accreditate dalla stampa meno seria, sia negli Stati Uniti che in Italia.
“Mi sono accorto – dice Verdegiglio – che la gente rimane incredula e scontenta di fronte al fatto che non sia mai venuta fuori la minima prova di un complotto, almeno un complotto nel senso classico del termine. Non c’è peggior incredulo di chi si nutre di pregiudizi: lo so perché per oltre vent’anni anch’io sono stato un ferreo complottista… Noi non accettiamo che il Caso abbia un ruolo non solo nella nostra esistenza, ma anche in quella di personaggi importanti come JFK”.

John, Bob e Ted Kennedy
Il primo capitolo è dedicato a una minuziosa cronologia della vita e della presidenza di John Kennedy. Il secondo capitolo esamina il costante “senso di morte incombente” che accompagnò il Presidente fino alle sue ultime ore (quella fatidica mattina del 22 novembre 1963 disse a sua moglie Jacqueline: “Ieri sera avrebbero potuto benissimo spararmi mentre ero in mezzo alla folla… L’attentatore avrebbe potuto facilmente dileguarsi”). I presagi di morte violenta furono innumerevoli nella vita di JFK, ma egli, con grande fatalismo, non se ne curava molto. Le minacce alla sua incolumità e i tentativi di assassinio furono centinaia fin dalla sua candidatura alla presidenza nel 1960. La protezione totale del Capo di un Paese democratico, che trae dal contatto diretto con la gente il supporto al suo potere, è di fatto impossibile. Agli uomini del Servizio Segreto, durante quel tragico viaggio in Texas, fu espressamente proibito da Kennedy di circondarlo salendo sui predellini della vettura presidenziale. Dopo una mattinata piovosa, l’arrivo a Dallas di JFK fu accolto dal sole: altra coincidenza assurda, che privò l’auto da parata dello spesso tettuccio trasparente in plastica rigida, esponendo gli occupanti della limousine ai colpi dell’assassino. L’ultimo paragrafo del capitolo è la cronaca drammaticamente avvincente di quella giornata, scritta sulla base di quanto narrano William Manchester e Jim Bishop. Da sola, quella concatenazione di eventi e di situazioni spesso paradossali è una sorpresa per il lettore, non c’è nessun bisogno di aggiungere fantasiosi sospetti cospirativi per cogliere la grandiosa e tragica dimensione di una data che nessuno, fra quelli che l’hanno vissuta, potrà dimenticare.Il terzo capitolo riguarda le inchieste delle Commissioni Warren (1964) e dell’HSCA (1978-79), nonché lo spazio dato dalla stampa alle ardite e surreali ipotesi di congiura elaborate da Mark Lane (che l’autore ha incontrato nel 1992) e da un messianico procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison. Verdegiglio non manca di sottolineare la straordinaria somiglianza tra il processo intentato da Garrison contro Clay Shaw, il supposto “cervello” della cospirazione contro Kennedy, e il processo a Enzo Tortora in Italia. In tutt’e due i casi gli incriminati furono assolti, ma morirono di cancro qualche anno dopo. Nonostante ciò, il folle procuratore dl New Orleans fu interpretato come eroe positivo sullo schermo da un affascinante Kevin Costner nel “JFK” di Oliver Stone, al quale l’autore italiano dedica il quarto capitolo della sua opera per dimostrarne la malafede, il pregiudizio, la mancanza totale di scrupoli verso la prevedibile credulità del grande pubblico. Il film di Stone, cinematograficamente ineccepibile, è definito un “crimine della Storia”, un insulto alla verità, all’onestà, alla morale. La sua tesi che il Pentagono e la CIA abbiano ucciso Kennedy perché intendeva ritirare le truppe dal Vietnam sarebbe completamente priva di fondamento. Verdegiglio, in base ai numerosi documenti citati, dimostra infatti che nella politica di Kennedy sul Vietnam (compreso l’aumento dei militari americani nel Sudest asiatico e il suo assenso all’assassinio del Presidente sudvietnamita Diem) vi erano tutti i presupposti per un incremento del conflitto anticomunista: l’idea kennedyana di ritirarsi dal Vietnam solo nel 1965 era il classico “conto senza l’oste”. Kennedy si sarebbe trovato invischiato in Asia esattamente come successe in seguito a Lyndon Johnson. Del resto, i vari Bundy e McNamara furono i consiglieri di entrambi i Presidenti. Il quinto capitolo è dedicato interamente a quella che viene definita “la fabbrica delle menzogne”, ossia la manipolazione dell’informazione giornalistica. Accanto ai molti esempi di falsità e distorsioni sul caso Kennedy, a mo’ di esempio costruisce egli stesso un gustoso falso scoop (manipolando tuttavia fonti del tutto attendibili) dal titolo “La CIA ha ucciso papa Giovanni XXIII°!”. Il sesto capitolo, certamente destinato a suscitare aspre polemiche, demolisce pagina per pagina le inchieste svolte da uno dei giornalisti italiani che in questi anni si sono maggiormente occupati del delitto di Dallas: Gianni Bisiach. Verdegiglio è il primo autore a “fare le pulci” al noto giornalista radiotelevisivo e ne segnala inesattezze, omissioni, contraddizioni, false ricostruzioni.

L'agente Kim Leavelle accompagna Lee Oswald ma non può fermare la mano omicida di Jack Ruby
L’ultimo capitolo è un’analisi riassuntiva delle sue ricerche e delle sue conclusioni: Oswald ha agito di sua iniziativa ed è lui l’unico assassino di Kennedy. Non c’è stato complotto, se si intende con tale termine la volontà organizzata e finalizzata all’attentato di un gruppo di persone ostili al Presidente. Verdegiglio ammette invece che Oswald, psicopatico votato ad un gesto criminale di autoaffermazione, possa essere stato influenzato dai suoi contatti a Dallas e a New Orleans con gli anticastristi appoggiati dalla CIA e dai petrolieri, i quali potevano aver avuto sentore delle intenzioni del giovane ex-marine di compiere un gesto clamoroso. Giovava forse ad essi un Presidente come Johnson piuttosto che Kennedy? I fatti successivi dimostrarono che, se così fossero andate le cose, puntare su Johnson sarebbe stato un errore: il nuovo Presidente non solo non invase Cuba, ma congelò completamente la “questione Castro”. Lo studio dei movimenti e delle intenzioni di Jack Ruby, che uccise Oswald nella bolgia della Centrale di polizia di Dallas due giorni dopo la cattura, non ha rivelato a Verdegiglio, anche qui, altro che una psicopatia latente scatenata dall’attentato, l’azione di un folle (Ebreo e tenutario di locali di strip-tease nella Dallas molto razzista e puritana del 1963) in cerca di un gesto eroico da giustiziere, di un impossibile riscatto sociale. L’autore cita spesso lo scrittore americano Don De Lillo, che con rara potenza narrativa ha tratteggiato nel suo romanzo-verità “Libra” (Pironti Editore, Napoli, 1988) le figure di Lee Harvey Oswald e di Jack Ruby, immaginando di scavare (basandosi su documentazioni autentiche relative ai due uomini) nelle loro anime e nei loro pensieri più nascosti. L’ultima parte del volume riporta le appendici di giornalismo, criminologia, balistica e medicina legale. In bibliografia sono elencate un migliaio di opere sull’argomento “Kennedy”.Completano l’opera 162 fotografie fuori testo, fra le quali (per la prima volta in un libro italiano) quelle sconvolgenti scattate al cadavere di Kennedy durante l’autopsia.
Tags: Diego Verdegiglio > Ecco chi ha ucciso John Kennedy
Comments
10 Responses to “Ecco chi ha ucciso John Kennedy”
Leave a Reply


giugno 25th, 2009 @ 22:02
IL COMPLOTTO E' L'UNICA RISPOSTA ESATTA. IL COLPO MORTALE E' STATO INFLITTO DALL'AUTISTA E LO RIPETO DALL'AUTISTA!! GUARDATE QUESTO VIDEO E MEDITATE! O VOLETE CREDERE ANCORA AL FUMO CHE VI GESSTANO SUGLI OCCHI?
http://www.youtube.com/watch?v=18mRE5sQrsM
luglio 9th, 2009 @ 00:34
Al di la del fatto che siamo certi non sia stato l'autista
, gli elementi riguardanti "il come" vanno sempre a declassare quelli sul "perchè". Le tesi complottiste non necessitano fondamentalmente della presenza di un secondo tiratore, di un terzo, di una o più squadre in loco, le teorie complottiste vivono anche semplicemente sulla premeditazione del gesto da parte di due o più individui. Allorchè abbiamo la grazia di intendere gli eventi mezzo secolo dopo con una visione d'insieme ben più ampia di quella di qualsiasi commissione del tempo, possiamo comprendere gli accadimenti alla luce del contesto storico in cui sono inseriti. L'atteggiamento di JFK nei confronti della politica estera (Cuba e Urss ) e quello sulla politica interna ( Cia sopratutto) indicano una discontinuità con il sistema di gestione del potere della precedente amministrazione sufficiente a destabilizzare le lobby e a far temere lo smantellamento del sistema vigente in favore di un nuovo equilibrio basato su altre priorità. Questo è già abbastanza per giustificare un omicidio (la storia ce lo insegna da Cesare in poi…). L'uomo solo che si lancia nell'eroica impresa è un ipotesi fumettistica (o ciclistica) che lascia davvero il tempo che trova. sarebbe come immaginare che il colpevole della decapitazione di Luigi XVI fosse il solo boia Sanson. Non è così, non è mai stato così nell'intera storia del potere. La figura del folle solitario avrebbe rivendicato, esultato , si sarebbe goduta quella agognata notorietà che cercava attraverso il gesto eclatante. Solo un potere scansa un altro potere e nello specifico della vicenda Kennedy tutto lascia pensare a questo, una necessità di "non cambiamento" come poi è successo pure in Italia nell'epoca del terrorismo. Insomma la storia non è mai complicata , si ripete uguale a se stessa da che l'uomo la racconta che poi a sparare sia stato Oswald o Pecos Bill o io stesso o una scimmia addestrata del circo Medrano poco cambia , lo sfondo è ben definito, mancano i nomi forse (anche solitamente il colpevole è chi trae il maggior vantaggio) , ma la sostanza rimane invariata nella sua umana ovvietà.
C'è un anedotto citato da Canetti in Massa e Potere che parla di una stirpe di re indiani i quali non riuscivano mai a morire di vecchiaia, il figlio puntualmente accoppava il padre per prendere il posto come sovrano e così per intere generazioni. Forse erano tutti pazzi, forse è semplicemente il potere che rende pazzi.
dicembre 10th, 2009 @ 00:15
Mi piacerebbe leggere una risposta di Federico Ferrero, sempre preciso e attento, a quanto scritto giustamente da Robert: il problema non è tanto chi ha sparato o quanti hanno sparato, ma perchè, per quale motivo.
Se è vero che a sparare è stato solo Oswald, lo ha fatto solo per un gesto personale?
Grazie in anticipo per la risposta.
dicembre 11th, 2009 @ 18:32
Ciao Antonio,
mi spiace ma il mio approccio è diverso. Secondo me ha poco senso, per citare solo un recente caso, scatenare le penne di tutti gli editorialisti sulla piaga del bullismo quando si scopre, in un determinato caso, che la presunta vittima si è inventato tutto.
Potrei anche essere disposto a discutere di strategie occulte, di omicidi di Stato, di depistaggi: ma non nel caso Kennedy. Sarebbe (anzi, è visto che lo si fa da quarant’anni) un mero esercizio accademico a chi la spara più grossa: Kennedy ucciso dai militari, dai russi, dai cubani, dal Pentagono, dai petrolieri. Le considerazioni di Luca, difatti, sono anche godibili come chiacchiera al vento ma poggiano su una base falsa e cioè che Kennedy, per il ruolo che rivestiva, NON poteva essere ucciso da un solitario. Immagino non potesse neanche morire di infarto o di incidente stradale o soffocato da una bistecca: i grandi della storia muoiono solo per mano omicida, segreta e plurima. Ecco perché non ho mai risposto al commento di Luca e, da molto tempo, vado ripetendo che PRIMA si accertano i fatti, POI li si discute. I fatti dicono che Oswald ha ucciso Kennedy da solo. Questo non sposta le operazioni segrete della Cia né un sacco di altre cose ma dobbiamo farcene una ragione: Oswald ha ucciso Kennedy. Da solo.
Ciao
FF
febbraio 8th, 2010 @ 18:31
Ciao Federico, ho scoperto questo blog da poco tempo, ma lo trovo molto utile e foriero di spunti di riflessione. Penso che mi procurerò il saggio in questione, il caso Kennedy, nonostante la mia età relativamente giovane, mi ha sempre colpito, per la quantità di coincidenze, per la copertura mediatica, per la valenza simbolica e lo ammetto, per il film di Oliver Stone. Quello che mi ha lasciato quest’esperienza, ventennale quasi, è l’idea che è porsi delle domande è il sale della democrazia, ma farsele in modo scientifico è meglio.
Come Verdegiglio, potrei definirmi “un ex-complottista” interessato ad una spiegazione scientifica più rigorosa. E questo sito mi sembra un ottimo modo per consolidare le mie opinioni, su fatti provati. Un modo per non accontentarmi di semplificazioni, ed esercitare un sano “dubitare” scientifico e costruttivo.
Approfitto per chiederti se sai dirmi dove posso trovare un testo integrale del rapporto della commissione Warren, e se esiste una traduzione in italiano.
Leggendo il commento di Robert, posso però dirti che per me non è del tutto fuori luogo. Perché posso dirti, sono di una simile opinione, anche se mi sarei espresso diversamente. Sul fatto che a sparare sia stato solo Oswald, potremmo metterci la mano sul fuoco, adesso, col senno di poi, a seguito di un indagine così dettagliata. I mezzi che abbiamo adesso per ricostruire l’evento, sono incomparabilmente più efficaci, e se non si fosse aperta nessuna diatriba sulla questione dell’operato della commissione Warren, probabilmente non ne saremmo così certi, non avremmo sviscerato la questione, e daremo adito a dubbi, che su un evento così grave, che potrebbe aver cambiato il corso della storia, sarebbe difficile estirpare.
Quello che lascia interdetti pur partendo dal fatto che “è stato Oswald da solo”, è la straordinaria serie di coincidenze che portano Oswald ad essere nel momento giusto al momento giusto, con tutte le condizione necessarie per riuscire a mettere a segno i suoi propositi. Cosa sarebbe stato se Oswald, che non poteva sapere come era attrezzata l’auto, si fosse trovato ad assistere al passaggio di un auto chiusa? Come mai così tante mancanze nel servizio di sicurezza? Perché la tappezzeria dell’auto viene lavata subito, rendendola inutilizzabile per i rilievi balistici? Quello che lascia ancora più interdetti, è l’impossibilità di sentire Oswald come testimone in modo esauriente, l’omicidio immediato, in diretta televisiva.
Ma anche il Lee Harvey Oswald, come personaggio bizzarro, così schizoide, che non è possibile inquadrare in degli schemi semplici: un ragazzo dislessico, sociopatico, che si appassiona di teoria marxista, ma che nonostante tutto idolatra il fratello militare e lo segue nel corpo dei marines, la fuga in Unione Sovietica, la disillusione, il ritorno, il tentativo di ritornare in Unione Sovietica, passando per Cuba. Un uomo così incapace di capire cosa desidera fare realmente, da che parte stare, ma che riesce a coltivare una decisione così ferma di porre fine alla vita di un uomo.
Credo che per se è stato lui, e lui soltanto, sia la dimostrazione di quanto diamo per scontato sul fatto che i folli si comportino in modo ragionevole, di quanto spesso, le nostre esistenze, la vita, in generale, sia perlopiù frutto dello scontrarsi delle nostre azioni, e delle nostre più buone intenzioni, con la forza del caso, e della naturale ed imprevedibile tendenza al caos. Il fatto che, in buona misura, non riusciamo a vedere con gli occhi di un folle, ci permette di avere una vita, ma ci impedisce di prevedere totalmente quello che un folle potrebbe fare della nostra vita, se si trovasse nella posizione di poter scegliere.
Quel che credo nonostante tutto è che sia lecito domandarci chi ci ha guadagnato dall’uccisione di Kennedy? E chi, fra quelli che ci hanno guadagnato, ci ha guadagnato di più? Credo che sia lecito domandarsi che ne sarebbe del corso della storia, se gli eventi fossero andati in modo diverso, e a chi faceva gioco, il fatto che siano andati come sono andati. Non si tratta di stabilire dei mandanti morali. Si tratta di capire se qualcuno aveva la possibilità materiale di impedire che ciò avvenisse, e non ha mosso un dito. Senza andar troppo lontano, se qualcuno fra i vari servizi segreti, interessatisi di sicuro di Oswald per via del suo tradimento, non fosse interessato a seguire i suoi spostamenti, o a venire in contatto con lui.
Un militare, durante la guerra fredda, abbandona il suo paese, promette ai servizi stranieri di poter fornire conoscenze specifiche delle sue conoscenze dirette delle armi che ha usato, vive e si sposa in Russia, poi torna, si interessa di gruppi pro-Cuba, ttiene un visto per l’Havana dieci giorni prima dell’omicidio, diventa noto alla stampa come “il cittadino americano che aveva tradito gli Stati Uniti per l’Unione Sovietica, ed è tornato”, e fin qui ci siamo. E nessun servizio segreto, ordinario, si prende la briga di tenerlo sott’occhio? Nessuno che lo segua per stabilire se si sia seriamente ravveduto circa le sue intenzioni di tradire il paese in una situazione di conflitto ancora aperto?
Uno ad essere complottista, può pensare che qualche servizio deviato si prenda la briga di supportare, di condizionare in modo diretto la psiche deviata di un folle, la cui capacità come tiratore è nota. Ad essere un po’ più realista, uno può pensare che sia altamente improbabile che nessuno, abbia seguito a distanza un soggetto come questo, per questioni di sicurezza nazionale, non sia venuto a intuire le sue intenzioni, a trovarsi nelle condizioni di poter agire per fermarlo, ma di essersi astenuta dal compiere il proprio lavoro, garantire la sicurezza del proprio paese e l’incolumità dei suoi rappresentanti. A voler essere ottimista, uno può solo pensare ad una involontaria, mancanza, un omissione che ha avuto risvolti drammatici.
Questo tipo di coinvolgimento, che in vari gradi di ipotesi diventa tanto indiretto quanto più indimostrabile, fa sì che la HSCA nel 79, parli di cospirazione, ma poi non individui i colpevoli in nessuno. Le cose cambiano, i dati in nostro possesso vengono studiati ancora, e risulta ancora che non esiste nessun altro responsabile, e che la parola “cospirazione” sia sovradimensionata.
Quel che resta è chiedersi quanto l’agire o il non agire umano sia in balia dell’inintellegibilità delle azioni dei folli, o dei cosiddetti normali: in che misura le nostre pulsioni, le nostre intenzioni, i nostri sentimenti, e le azioni che ne scaturiscono, siano soggetti all’imprevedibilità del caos, e a loro volta ne generino.
E’ chiedersi quanto è inadeguato possa essere il nostro modo di porci nei confronti dell’imponderabile, della follia umana, per poterla prevedere. Stando a ciò, ogni morte innecessaria, è un atto di cospirazione, nella misura in cui, noi tutti, come genere umano, manchiamo nella capacità o nell’intenzione di impedirla.
Sperando di risentirsi, i miei saluti
L.
febbraio 8th, 2010 @ 18:33
P.S.
sai dirmi dove posso procurarmi il documentario sulla ricostruzione effettuata da discovery channel, o un modo per vederlo?
grazie ancora
L.
febbraio 9th, 2010 @ 13:26
ciao Lorenzo e grazie.
buona parte delle tue considerazioni sono del tutto condivisibili. mi sento anche di seguirti quando lamenti una insufficiente copertura della sicurezza da parte degli organi preposti alla salvaguardia delle autorità: purtroppo gli attentati mortali più recenti (Rabin, per dirne uno) mostrano però che l’esposizione alla folla comporta una percentuale di rischio che non è eliminabile. su Oswald ti preciso solo che a lungo era stato messo sotto osservazione, anche dal Kgb, che era convinto si trattasse di una spia. poi i russi capirono che si trattava semplicemente di un imbecille. stessa cosa per i servizi segreti statunitensi. oltretutto Oswald non era un criminale violento, era ben difficile immaginare che potesse avere il coraggio di tentare un ‘colpo’ simile.
invece sbagli, secondo me, quando ti fai le domande ‘ex post’ e ti chiedi come mai Oswald si sia trovato al posto giusto eccetera. non è si è trovato al posto giusto. la sorte ha voluto così. chissà quanti Oswald c’erano e ci sono negli States: John Lennon ne ha trovato uno, Ronald Reagan un altro ma è stato più fortunato. se Oswald avesse trovato l’auto chiusa (e non poteva intervenire sulla decisione di Kennedy e della scorta in merito, si fosse rimesso a piovere avrebbero rimontato la capote) non so cosa avrebbe fatto. credo non avrebbe sparato. o forse avrebbe sparato ugualmente, magari “alla cieca”, chi lo sa.
e non trovo che l’omicidio di Oswald dimostri l’esistenza di qualche aspetto oscuro. in ogni caso Lee si stava dichiarando innocente, sarebbe stato condannato e poi chissà, forse un giorno si sarebbe messo a raccontare delle cose. in quei frangenti, comunque, c’è spazio per ogni opinione: avesse confessato, per esempio, qualcuno avrebbe parlato di prigioniero convinto ad accusarsi in cambio di favori. insomma, se Oswald fosse vivo non saprei cosa chiedergli né se fidarmi di lui, vista la sua condotta: credo avrebbe rilasciato interviste deliranti come quelle di Ali Agca, dello stesso Jack Ruby, o di James Files. gente che voleva essere chiacchierata, che viveva perché giornali e tv si occupassero di loro e che per questo era disposta a inventarsi qualunque balla, anche di aver ricevuto un mandato di assassinio da Topolino.
sul documentario di Discovery Channel: lo trovi sul sito ell’emittente o su Amazon, il DVD è in vendita.
alla prossima
FF
marzo 3rd, 2010 @ 09:33
Federico, ti sto dietro.
Ma permettimi, com’è che il percorso presidenziale fu cambiato all’ultimo momento, Oswald lo seppe dai mezzi di informazione e basta?
sto cercando questo libro: ho chiesto da Feltrinelli e non lo trovo, e ti faccio queste domande perché non so. dove lo posso trovare il libro, c’è modo di ordinarlo su internet?
c’è un certo tipo di persone che vede il mondo diviso fra debunkers e complottisti, siano esse di una o dell’altra fazione. io sono di un idea un po’ meno manichea, credo che ci siano dubbi sani, che portano persone scevre da pregiudizi, ad indagare le questione che non gli sono chiare, per il semplice rispetto che portano verso le vittime di un omicidio, o di una strage, in cerca di un chiarimento. esistono le panzane, ma a volte esistono anche i complotti. la storia italiana recente, le versioni ufficiali date per le stragi di stato, ne è dimostrazione.
e ti dico, se Bertrand Russell stesso espresse dei dubbi sul lavoro della commissione Warren, dubbi che alla luce delle evidenze odierne si possono consistentemente ridimensionare, questo può altresì usarsi per dire che, o anche le persone di una intelligenza notevole e con buona preparazione scientifica e logica si lasciano facilmente abbindolare dai complottisti di turno, o il debunking stesso è da intendersi come dubitare di ogni versione dei fatti che scricchioli, di ogni cosa che sembri una balla alla luce di dati scientifici, sia essa “complottistica” o “ufficiale” fino a dissipare ogni possibile dubbio, o a fornire una spiegazione sufficientemente solida.
e volevo chiederti una cosa.
ti ricordi quella foto di Oswald che tiene in mano il giornale ed il fucile, e che nel film di Oliver Stone viene dichiarata opera di un fotomontaggio? la sto cercando, sulla rete ma non la trovo. essendo che mi intendo di fotoritocco, un minimo, volevo guardarla da vicino, puoi aiutarmi a ritrovarla?
grazie e a presto
marzo 23rd, 2010 @ 13:18
Ho scorperto per caso questo sito. Non posso che fare i complimenti per la qualità dei suoi contenuti. A dispetto dei complottisti i conti tornano perfettamente.
Grazie di nuovo.
luglio 23rd, 2010 @ 18:48
Mi sono appassionato al caso Kennedy e alla figura di LHO leggendo molti anni fa “Il romanzo di Oswald” di N.Mailer, un libro bellissimo che consiglio vivamente a chiunque.
In quel libro si capisce chiaramente lo stato mentale NORMALMENTE confuso di LHO che lo ha portato a quel gesto e diventa davvero molto difficile credere alle varie teorie complottistiche che sono in circolazione.
Il lavoro svolto da Verdegiglio è meritorio
e se fosse maggiormente discusso e divulgato, spazzerebbe via intere biblioteche sull’argomento invece…
circolano sempre e ancora le solite interviste a Gianni Bisiach.