James Hepburn – Farewell America (Italian version)

Posted on | febbraio 28, 2012 | 8 Comments

Farewell AmericaThe plot to kill JFK è una novità. Più o meno quanto la scoperta dei dinosauri: era un libretto semiclandestino uscito nel 1968 a firma di un certo James Hepburn, pseudonimo che nascondeva una o più persone sicuramente informate su vicende anche riservate sul Governo e l’amministrazione americana. Niente di tanto segreto, tuttavia:

«… risulta che il volume sia stato in realtà curato da Hervé Lamarre con lo pseudonimo di James Hepburn e che sia un’opera di disinformazione diffusa da agenti del servizio segreto francese, lo SDECE, che lo hanno fatto stampare in maniera quasi clandestina presso fantomatiche case editrici in Liechtenstein e in Belgio nel 1968. Distribuito anche in Canada e tradotto in Italia col titolo di L’America brucia, non è mai stato diffuso negli Stati Uniti. La sua provenienza è così oscura che John L. Hess, sul New York Times del primo gennaio 1969, titola a pagina 12: “Libro su Kennedy descrive un vasto complotto: l’origine del bestseller francese rimane un mistero”». (Diego Verdegiglio, Ecco chi ha ucciso John Kennedy, Mancosu editore 1998, pag. 356)

Verdegiglio, che ha scritto il miglior testo di ricerca mai uscito in Italia sul caso Kennedy, aveva giustamente liquidato come bufale le teorie complottiste della prima ora contenute in quel libro, riportandole alla realtà emersa nei primi trent’anni di ricerche sull’attentato e rispondendo, in quel mentre, alle presunte rivelazioni di Gianni Bisiach, il kennedologo italiano che nel suo volume sull’omicidio di Dallas era si diceva certo che quel volumetto anonimo fosse opera dell’entourage stesso di Kennedy.

Passano quasi cinquant’anni ed ecco spuntare di nuovo Hepburn. Sotto un titolo italiano: si chiama Il complotto, l’editore è Nutrimenti di Roma e il sottotitolo promette molto: La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK. Mi è davvero difficile leggere l’introduzione, a cura della giornalista e scrittrice Stefania Limiti, tentando di sopire considerazioni severe giacché, nella prima pagina, la curatrice dà il benvenuto al lettore con affermazioni lapidarie: il mondo conosce “una verità addomesticata ufficiale” sull’assassinio, il libro di Hepburn è “un immenso lavoro di ricostruzione che infrange in modo dirompente tutte le certezze della pallida ricostruzione ufficiale dei fatti”, la famiglia Kennedy “non credeva alla verità ufficiale sull’attentato” e così via. Sarebbe interessante sapere su quali dati di fatto, evidenze scientifiche e prove documentali si possa giungere a bollare tutte le ricostruzioni dell’attentato non complottiste come fandonie. Se il tenore delle ‘prove’ di cui si dispone è simile alla presunta rivelazione (puntualmente citata) dell’opinione di Jackie Kennedy sull’assassinio del marito allora c’è poca sostanza su cui discutere: il giornale scandalistico Daily Mail scrisse, nell’estate scorsa, che nei nastri in possesso della rete televisiva ABC la vedova Kennedy incolpava dell’omicidio Lyndon Johnson; molti siti e giornali  ripresero il falso scoop, la Abc fu costretta a smentire e la ‘rivelazione’ del Mail evaporò nel mese di settembre, quando la ABC mandò in onda gli audio della signora Kennedy e mise in vendita un libro con Dvd dedicati alle conversazioni della first lady con Arthur M. Schlesinger jr.. Si scoprì che, ovviamente, Jacqueline non si era mai azzardata a calunniare nessuno. Semplicemente aveva rivelato che suo marito le aveva confessato di temere una presidenza Johnson: “Oddio, puoi anche solo immaginarti cosa succederebe al nostro Paese se Lyndon fosse il presidente?” Manco a dirlo, se ad agosto 2011 la falsa notizia del Mail aveva fatto il giro del mondo, a settembre nessuno si premurò di informare il pubblico del fatto che quello scoop fosse totalmente inventato). Non veritiera, poi, è la circostanza secondo cui la HSCA, la seconda commissione incaricata di investigare sull’omicidio, abbia concluso che “un gruppo di uomini legati alla Cia e alla mafia avevano complottato” per far sì che Oswald sparasse a Kennedy. Questo non è mai stato scritto né sostenuto: la HSCA si limitò a non escludere (dopo aver escluso esplicitamente il coinvolgimento della criminalità organizzata, degli apparati statali e dei potentati economici) che qualche singolo elemento potesse essersi mosso autonomamente per uccidere il presidente. Del resto, come si sa, la forzata asserzione di un complotto likely, probabile, fu figlia di un clamoroso abbaglio dell’ultimo minuto (1) da parte di due periti acustici).

Purtroppo nell’introduzione – forse per rendere omaggio al tenore del libro, che come tutta la letteratura protocomplottista di quei primi anni parla molto di scenari e nulla di fatti – mancano riferimenti a evidenze che possano autorizzare a ritenere che anche in questo caso “la verità ufficiale, quella stabilita da una commissione, da un giudice o da qualsiasi altra autorità chiamata a stabilirla, non coincide con la verità dei fatti”. Si cita anche l’ex giornalista dell’Unità Saverio Tutino, che fin dagli anni Settanta fu un convinto sostenitore – come la quasi totalità dei giornalisti di sinistra, peraltro – di un complotto ‘di destra’ (petrolieri, militari, servizi deviati) per assassinare il presidente Kennedy. Ora: mi spiace dover scrivere queste cose, sia perché l’Unità è il mio giornale, sia perché Tutino – scomparso nel 2011 – non si può più difendere, ma le sue prese di posizione (che Verdegiglio chiarisce efficacemente, Ecco chi… op. cit, pag. 308, dove si dà conto anche dell’assurda ipotesi di Tutino per l’omicidio Tippit) potevano avere una loro giustificazione quarant’anni fa, prima della… scoperta della ruota. Oggi certe ipotesi, del tutto campate per aria e prive del benché minimo appoggio alla scienza forense, suonano quasi grottesche.

Ecco, il punto di questa edizione italiana di Farewell America è proprio questo. Prendere un libro non superato, ma ormai eclissato dai progressi delle ricerche sull’assassinio del presidente Kennedy e ripubblicarlo dopo quasi 45 anni dalla sua prima edizione ha un suo significato, anzi, consiglio agli appassionati di procurarselo: tuttavia, per conto mio, l’operazione avrebbe esaurito più utilmente la sua ragione se si fosse limitata a rievocare la vicenda di un libro effettivamente un po’ misterioso (a pochi anni dai fatti venne diffuso in maniera frammentaria, sottotraccia, da parte di uno o più autori in qualche modo capaci di consultare anche fonti riservate e informati su fatti ai tempi non di pubblico dominio; in Italia, poi, fu tradotto e smerciato in quantità minime e pure l’editore italiano rimase occulto; Tutino ipotizzò, senza riuscire a trovare tracce di questa sua deduzione astratta, si trattasse di un membro della famiglia Agnelli). Se invece, come sembra accada in questa introduzione, si tenta di riesumare e avvalorare un’ipotesi strampalata e soprattutto, ormai, sbugiardata da decenni di acquisizioni da parte di tutta la comunità di ricercatori sul caso, beh, allora si rischia a dir poco l’anacronismo. Spiace dirlo, ma presso i ricercatori del caso Kennedy e il pubblico più informato si corre il pericolo di essere visti come indovini muniti di versi di Nostradamus che, nel 2012, cercano uditorio in un consesso internazionale sul big bang e i buchi neri.

Tralascio il resto dell’introduzione (che, nella miglior tradizione complottista della prima maniera, quella del “non perdo tempo a dirvi come gli hanno sparato o altri dettagli di poco conto, io vi spiego il panorama, vi racconto il perché” coinvolge ogni tipo di cospirazione possibile, pure la morte di Enrico Mattei), vi lascio altresì la lettura dei capitoli che ‘ricamano’ sul perché e il percome del complotto. Mi limito a osservare che Farewell America è, più che altro, un pamphlet che intende attaccare la società statunitense nella sua interezza, criticando aspramente il suo sistema sociale, individuando addirittura una casta segreta di miliardari sudisti, fascisti e assassini, capace di piegare il Paese alle sue losche esigenze e, in definitiva, di agire come un autentico governo-ombra. Questa tesi ideologica (Hepburn chiama i cospiratori il Comitato) era tipica della sinistra europea di quel periodo storico, fatto che avvalora ancor più l’ipotesi che si sia trattato di un’opera di disinformazione da parte di agenti francesi dal marcato retroterra politico. Del resto il libro è costellato di asserzioni, frasi che cioè vorrebbero contenere in sé la prova della loro validità: dire che il costo stimato dell’assassinio andava dai 5 ai 10 milioni di dollari, con un centinaio di finanziatori che contribuirono con quote dai 10.000 ai 500.000 euro, potrà anche impressionare un lettore ingenuo. Ma dal punto di vista della validità storica, senza circostanze che possano suggerire la veridicità di una notizia tanto sensazionale, siamo al piano zero. Di autentiche ricostruzioni del fatto di reato non c’è traccia, in Hepburn. Pare troppo occupato, l’autore, a raccontare i massimi sistemi.

D’altro canto è vero che i capitoli ‘di contorno’ dell’assassinio non sono solo in maggioranza ma sono anche i più avvincenti, dal punto di vista puramente narrativo. Qui mi concentro unicamente sul nucleo della questione, che è il cosa e come. Lo smilzo capitolo denominato L’assassinio liquida alla svelta la dinamica della sparatoria e asserisce che:

- Il percorso del corteo fu dolosamente mutato per portare Kennedy sotto il tiro del Comitato di assassini.
- L’azione attribuita a Oswald era impossibile per chiunque tranne che per un campione mondiale di tiro che usasse un fucile semiautomatico ad alta precisione montato su un cavalletto ed equipaggiato di un correttore automatico.
- Ci furono quattro tiratori. Due dietro lo steccato della collinetta erbosa, uno dal sesto piano del deposito, uno dal Dal-Tex building.
- Le ferite: prima Kennedy è ferito alla gola, poi alla spalla; dopodiché Connally è colpito alla schiena, infine JFK è attinto alla testa.
- Il filmato di Zapdruder fu manipolato in due fotogrammi per far sembrare che il presidente fosse stato colpito da dietro.
- Solo un campione del mondo avrebbe potuto compiere l’impresa di cui fu incolpato Oswald.

Non c’è molto di più. Del resto vale la pena ricordare che dobbiamo tornare al 1968, anno in cui non si aveva la più pallida idea degli studi balistici, forensi, criminologici che sarebbero arrivati nei decenni successivi. E per replicare a Hepburn è sufficiente richiamare le acquisizioni basilari sulla balistica terminale del caso Kennedy.

1) Sulle presunte modifiche del corteo è stata sufficiente una ricognizione dei giornali dell’epoca per chiarire che fu una totale montatura scandalistica. Senza contare il fatto (che Hepburn si guarda bene dal ricordare, o forse non lo sapeva) che uno spartitraffico impediva di imboccare direttamente l’autostrada Stemmons da Main Street. In altre parole: il passaggio in Houston Street e la svolta il Elm Street erano necessarie (e se c’era un uomo preoccupato della pericolosità del corteo, quello era il governatore Connally; ma JFK fu irremovibile, come documenta la HSCA nel suo volume XI dell’appendice del Rapporto, nella parte denominate Politics and Presidential Protection: The Motorcade).

2) La sequenza degli spari è ormai pacifica. La manipolazione del filmato di Zapruder, oltreché mai dimostrata, sarebbe stata del tutto inutile: solo una ricerca rudimentale e artigianale degli anni Sessanta poteva presumere che Kennedy si fosse mosso indietro e a sinistra perché colpito da davanti (una supposizione ingenua e sprovvista di fondamenti scientifici, basata forse sulla presunzione che essere perforati da una pallottola sia come essere colpiti da un pugno): come si spiega qui, per esempio, e come emerge da tutta la documentazione disponibile, le prove raccolte sulla scena del crimine portano a un’unica fonte degli spari (il sesto piano del deposito libri) e a un’unica arma (il Carcano di Oswald). Nessuno è mai riuscito a produrre né prove né indizi sul fatto che fossero presenti frammenti di proiettile provenienti da altre armi né segni di spari incompatibili con la posizione di tiro di Oswald né ferite che non collimassero con i tempi e gli angoli di impatto calcolati, né tracce della presenza di altri cecchini in Dealey Plaza. Al contrario, tutte le ultime ricostruzioni con modelli in 3D e manichini balistici (da questo speciale di Discovery Channel a JFK – Beyond Conspiracy della ABC fino all’accuratissimo JFK- Inside the target car solo per citarne tre tra i più noti) hanno convalidato la tesi dell’assassino da dietro munito di Carcano escludendo postazioni di tiro alternative.  Hepburn piazza non uno, ma addirittura due tiratori sul poggio erboso ma non sa dire altro: nel 1968 le antiche bufale sul Badgeman, o sul filmato di Orville Nix che inquadrerebbe un tizio che spara accanto a un’automobile e amenità similari erano non ancora comparse sulla scena.

3) Le ferite di Kennedy e Connally sono compatibili con due soli proiettili sparati da dietro. Di più: sono incompatibili con colpi sparati dal lato destro, da davanti o da qualsivoglia altra posizione. Le condizioni del cranio di Kennedy escludono uno sparo frontale (tempia intatta – altro che colpo dal poggio erboso! – sciame di frammenti metallici che ricostruisce il tramite del proiettile come entrante nella regione occipitale con esito nella regione fronto-parietale destra, diametro ridotto del foro in entrata, apertura a rosa delle ossa della teca cranica, tipico del colpo in uscita), la posizione di Connally e la natura delle sue ferite (vedere qui, per esempio, in sede di contraddizione delle ipotesi del 1988 di Plumley) non possono che ricondurre al colpo che attraversò la gola di Kennedy prima di attingerlo. Non solo non c’è alcuna prova del preteso uso di proiettili a frammentazione: al contrario, le prove escludono proprio che possa essere stato usato quel tipo di pallottola nella sparatoria. Un proiettile di quel genere non avrebbe trapassato due corpi lasciando poche tracce di sé e, nel caso del colpo alla testa proveniente dalla destra di Kennedy, avrebbe provocato una ferita completamente diversa da quella osservata in sede autoptica. Del resto è noto che i frammenti di proiettile rinvenuti furono comparati balisticamente e risultarono combaciare con i proiettili del Carcano di Oswald a esclusione di qualunque altra arma (2).

4) Sulle capacità di tiro di Oswald, sulla difficoltà degli spari e sulle caratteristiche dell’arma ci siamo già dilungati qui, qui e anche qui. Non è il caso di richiamare tutti i concetti in questa sede.

Ci sono, poi, una miriade di imprecisioni. Una su tutte: si sostiene che quel giorno furono sparati quattro colpi ma due sovrapposti e due ravvicinati, per cui la gente sentì un’eco e pensò di averne uditi solo due. La verità è che quasi l’80% dei testimoni dichiarò di aver sentito tre colpi. Ne udì due (o tre, erano indecisi) appena il 4,1%. Uno o due il 10.5%.

E si parla anche di Clay Shaw: nell’introduzione si avvalorano le tesi di Garrison, si cita (come in JFK di Oliver Stone) la dichiarazione di Richard Helms che parlò di Shaw come membro della CIA (non è così, ovviamente: Helms ammise solo che Shaw, come migliaia di uomini d’affari di quegli anni, era un informatore per le attività economiche all’estero per mezzo del Domestic Contact Division, ma negò risolutamente che fosse mai stato un agente). Come avrete capito, però, non vale neanche la pena di correggere, rettificare, contraddire. Se lo si vuole leggere come un bel giallo, questo libro ben tradotto da Nutimenti, va bene. L’importante è non scordare le avvertenze: come materiale di ricerca è scaduto da tempo immemore. Resta un godibile testo romanzesco.

NOTE

(1) Il quarto colpo dell’HSCA. Dopo aver individuato la piena responsabilità del solo Oswald, l’HSCA improvvisamente introdusse, nelle sue conclusioni, un fantomatico secondo sparatore e, di conseguenza, la configurazione di un complotto. Negli anni a venire si chiarì la clamorosa svista: nel dicembre del 1978 l’HSCA aveva praticamente concluso un lavoro sterminato, aveva riesaminato tutti i documenti, le fotografie, i filmati, le testimonianze, giungendo a una conclusione chiara, e cioè che Lee Oswald fosse l’unico assassino. Ma il 28 dicembre di quell’anno il membro e professore di legge G. Robert Blakey, personalmente convinto dell’esistenza di una cospirazione di matrice mafiosa, invitò due periti acustici a riesaminare un tracciato audio dell’assassinio. Si tratta di un nastro registrato dall’agente di polizia H. B. McClain, un motociclista della scorta presidenziale che aveva inavvertitamente lasciato acceso il segnale della sua motocicletta. I due esperti, Mark Weiss ed Ernest Ashkenazy, consegnarono così uno studio supplementare proprio mentre i lavori della commissione si stavano chiudendo. Essi affermavano che, al 95%, quel nastro indicasse l’esplosione di non tre ma quattro colpi, e questo nonostante già nel 1964 l’FBI avesse esaminato quella registrazione senza trovarvi niente. L’HSCA si trovò in gravi difficoltà: da una parte una messe di solide prove solo ed esclusivamente contro Oswald; dall’altra un nastro audio che indicava uno sparo in più. L’HSCA decise, quindi, di ascoltare entrambe le campane, scontentando in realtà tutti: creò una fantomatica figura di un secondo killer – di cui non aveva però niente in mano, se non uno sparo – posto sulla collinetta erbosa e che mancò il bersaglio. Il fatto è che questo sparatore non c’era anche perché il quarto sparo non c’era mai stato: quell’improvvido parere tecnico sul nastro audio inficiò irrimediabilmente la credibilità dell’HSCA. La perizia di Weiss e Ashkenazy, infatti, era allace. Il primo ad accorgersene fu un appassionato del caso Kennedy, Steve Barber, che nel 1979 acquistò il disco in allegato alla rivista Gallery, disco che riproduceva la “colonna sonora dell’attentato” registrata involontariamente da McLain. Barber si accorse, amplificando la traccia, della presenza di una voce: “Hold everything secure”, diceva. L’FBI riprese in mano il nastro: la voce isolata era quella dello sceriffo Decker, che dava istruzioni ai suoi agenti (un minuto dopo gli spari), e soprattutto gli esperti consultati smentirono l’HSCA poiché i picchi di rumore risultarono non essere spari ma semplici fruscii. Non basta: l’Accademia delle Scienze, due anni dopo, riesaminò ulteriormente il nastro: anche per l’Accademia non si trattava di spari, così come non si trattava di spari per il Comitato nazionale delle Ricerche, che condusse un’indagine autonoma. Ma il colpo di grazia alla fallace “scoperta” dei due periti dell’HSCA giunse quando si esaminarono con cura i filmati secondari dell’assassinio Kennedy, quelli di Mary Muchmore e di Robert Hughes. In essi si può notare che l’agente McLain, come egli stesso provò a spiegare – non creduto dall’HSCA  a suo tempo – si trovava in una posizione ben diversa da quella che gli esperti dell’HSCA avevano ipotizzato: Weiss e Ashkenazy dissero che McLain doveva essere all’angolo tra Houston Street ed Elm Street al momento del primo sparo, mentre egli si trovava ancora all’angolo tra Main Street ed Houston Street.

(2) Dal Rapporto Warren edizione italiana Rizzoli del 1964, pagg 86-87: “Sia Frazier che Nicol (i periti incaricati) dopo averli esaminati separatamente stabilirono con certezza che il proiettile quasi intero della barella e i due frammenti più grossi ritrovati nella limousine del Presidente erano stati sparati dal fucile Mannlicher Carcano trovato nel Depository, con esclusione di ogni altra arma. Esaminati i tre bossoli vuoti trovati al sesto piano del Depository, Frazier e Nicol giunsero alla conclusione che erano stati sparati dal fucile Mannlicher Carcano C2766 con esclusione di ogni altra arma. Altri due esperti del Federal Bureau of Investigation, che esaminarono separatamente il proiettile quasi intero, i frammenti di proiettile e i bossoli vuoti, giunsero a identiche conclusioni”. Giova anche ricordare che un proiettile intero, rinvenuto inesploso nella camera di scoppio del fucile trovato al sesto piano, aveva lo stesso tipo e marca di bossolo e di palla rinvenuti nel deposito, sulla barella, nell’auto e (almeno per la composizione dei frammenti metallici identificabili) nel corpo del Presidente.

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Comments

8 Responses to “James Hepburn – Farewell America (Italian version)”

  1. Nicholas
    marzo 7th, 2012 @ 09:16

    Ho letto tutto il tuo blog e non posso che farti i complimenti, ben scritto, chiaro e porta prove per ogni affermazione.
    Trovo molto bello che qualcuno spenda il suo tempo libero a informare correttamente gli altri in maniera gratuita (sopratutto “sprecandolo” leggendo ciofecone come quella che hai appena descritto :) )

  2. alessandro
    aprile 16th, 2012 @ 10:45

    questo sito è un’accozzaglia di assurdità!non commento tutto sennò scrivo un altro libro!!
    ma dire che connally colpito al polso da un colpo di fucile si gira e regge il cappello vedendo kennedy mi fa ridere per non piangere!
    la sequenza degli spari è tutta alterata!kennedy è colpito dal davanti.tutti i medici del parkland hospital sono dei cretini?tutti gli individui che vanno sul poggio erboso dopo la sparatoria sono tutti allucinati?complimenti alla cia!ancora oggi riesce a disinformare!
    c’erano tanti interessi dietro la morte di kennedy che ha fatto comodo a molto vederlo morire quel giorno..ma questo sito lo uccide ogni giorno di +(polidoro mcadmas,posner sono dei disonformatori per non dire altro)

  3. Federico Ferrero
    aprile 16th, 2012 @ 11:42

    ecco,
    pubblico questo commento (ovviamente anonimo) per mostrare – una volta di più – quale sia il livello di insipienza di chi vuole a tutti i costi credere al complotto.
    curiosamente, poi, tanto maggiore è l’ignoranza dei fatti quanto proporzionalmente crescente la maleducazione.

  4. stefano vurruso
    aprile 21st, 2012 @ 08:17

    il libro l’ho comprato perchè ancora interessato alla verità sull’assassinio di jfk,sebbene siano tracorsi quasi 49 anni e perchè mi sento protagonista di questa storia contemporanea di cui sono stato testimone,infatti all’epoca, quando kennedy venne a napoli, riuscii a toccagli la mano che lui stendeva verso la folla,correndo da piazza garibaldi a piazza pruincipe umberto ,e quando fu ucciso ne rimasi profondamente scosso.

  5. Franco
    aprile 29th, 2012 @ 07:49

    Ecco l’ennesimo inutile sito di qualche disinformatore di merda. Ricordatevi che soffocando la verità e promuovendo la menzogna, (come l’autore di questo risibile articolo ha fatto), vi rendete sempre più responsabili e complici di chi opera il male in questo mondo, e prima o poi sarà presentato il conto pure a voi. Siete solo dei miserabili servi e un giorno sarà la vostra stessa coscienza nera a divorarvi.

  6. Federico Ferrero
    aprile 29th, 2012 @ 09:46

    e lei ha appena vinto una querela per diffamazione.

  7. Diego Verdegiglio
    dicembre 21st, 2012 @ 00:50

    Ha fatto bene, caro Ferrero. noi due purtroppo ne abbiamo conosciuti di Franco e di Alessandro, eh? Al tipo di Rovigo che mi insultò per quello che scrivevo sul Suo sito il suo scherzetto costò duemila euro affinchè il mio avvocato (una donna in gamba davvero) ritirasse bonariamente la querela. Credo gli sia passata la voglia di usare certi toni

  8. Diego Verdegiglio
    dicembre 21st, 2012 @ 01:05

    Ristampare in questi anni il folle libro dello pseudo Hepburn è di per sé una follia. La curatrice (che pure conoscevo per altri motivi) non ha mai risposto alla mia ovvia contestazione che si tratti solo di un’operazione commerciale…

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