La quiete prima della tempesta
Posted on | febbraio 17, 2010 | No Comments
Si è tenuto in casa questo filmato per 46 anni, William Ward Warren. Quel giorno, il 22 novembre 1963, era all’aeroporto Love Field di Dallas per filmare l’arrivo del presidente Kennedy sull’Air Force One. Aveva 15 anni e una giornata lasciata libera dalla scuola per seguire la visita di JFK in città. Si è deciso a regalare al Sixth Floor Museum il suo filmato, che non mostrà né armi né complotti né spari dalla collinetta: solo l’arrivo di John, della moglie e del loro gruppo. Sono immagini di buona qualità, le migliori che abbiamo a disposizione sull’arrivo dell’aereo presidenziale nella città fatale.
Tags: Air Force One > Love Field > Sixth Floor Museum > William Ward Warren
Addio Giuseppe
Posted on | gennaio 9, 2010 | 1 Comment
Ho saputo oggi della scomparsa di Giuseppe Sabatino, avvenuta il 3 gennaio 2010. Un signore ancora giovane, che non avevo mai conosciuto personalmente ma col quale avevo a lungo discusso del caso Kennedy. Mi spiace davvero molto.
Non sapevo nulla di lui, non ci eravamo mai incontrati. Solo che era un grande ’divoratore’ di conoscenze sull’omicidio del presidente e che, nonostante ci si fosse misurati spesso senza mezzi termini, le sue argomentazioni erano sostenute da un’autentica passione. Non la pensavamo allo stesso modo: pazienza. Mi spiace non aver mai avuto occasione di parlargli: chissà, forse ci saremmo venuti più incontro. Non so come possano arrivare ma alla sua famiglia vanno le mie condoglianze e i miei pensieri. Mi auguro non abbia sofferto. Addio Giuseppe.
Trovate il lavoro di Giuseppe Sabatino qui: www.jfkennedy.it
Il terzo ferito di Dallas
Posted on | gennaio 7, 2010 | 1 Comment
Oggi ha 73 anni, è pensionato e vive a Plano, in Texas. Venerdì 22 novembre 1963 James T. Tague era un giovane commerciante di automobili, impiegato alla Cedar Springs Dodge. Voleva raggiungere la fidanzata a Dallas, passando per Commerce Street all’ora di pranzo. Pessima idea. Venne bloccato da un traffico infernale non appena passato il cavalcavia che tuffa in città. Scese dal suo veicolo per vedere ciò che capitava più avanti, nello slargo di Dealey Plaza. Ah, già: stava per transitare il corteo del presidente Kennedy. Senza volerlo, Tague sta per diventare una celebrità. Un frammento di un proiettile, sparato contro il corteo presidenziale e andato a vuoto, rimbalza sull’asfalto di Elm Street e colpisce la base del marciapiede proprio davanti a lui. Una scheggia di cemento gli graffia la guancia. James non se ne accorge, non subito. Corre a raggiungere la folla che si è radunata in piazza dopo l’attentato, gente che si guarda in giro terrorizzata: chi ha capito, chi intuisce, chi non si è accorto di niente. Tague si imbatte nello sceriffo Buddy Walthers che nota il graffio e lo accompagna nuovamente sul marciapiede, dove trova i segni della scheggiatura. Intento a raccontare l’accaduto in centrale di polizia poco più tardi, gli passa di fianco un uomo appena arrestato per l’omicidio di un poliziotto. Quell’uomo è Lee Harvey Oswald. “In quel momento non avevo idea dello scenario che sarebbe venuto fuori: quel tizio aveva sparato a Kennedy e, senza volerlo, ferito anche me. O almeno, così la versione ufficiale vorrebbe far credere a tutti”.
Perché la versione ufficiale dei fatti non è esattamente quella di Tague, che ha voluto scrivere la sua storia e l’ha racchiusa nelle poche pagine di Truth Withheld: a survivor’s story (“Verità nascosta: la storia di un sopravvissuto”). Un libro scritto “perché non sapremo mai la verità sull’assassinio di JFK”.
Ma quanti motivi sussistono per sentire la campana di Tague? Uno solo: la sorte che lo ha voluto testimone diretto della tragedia, tecnicamente come terzo ferito di Dallas in quel giorno che cambiò per sempre l’America. Anche se Kennedy morì, il governatore Connally se la cavò dopo aver rischiato di andarsene mentre lui ebbe meno danni che dalla visita importuna di un’ape. In quell’autunno del 1963 sapeva poco o nulla della visita pre-elettorale di Kennedy nel profondo Sud ma, col passare degli anni, si interessò alla vicenda che, per sua bocca, divenne “sospetta”. Tague non è stato un testimone-star. Non ha cercato di lucrare sull’assassinio di Kennedy. E a tutt’oggi rifiuta di pensare che una fantomatica quanto sgangherata cospirazione governativa abbia potuto creare una verità di comodo incolpando l’innocente Oswald. oswald c’entrava eccome, e ha sparato. Eppure il terzo ferito di Dallas non riesce a credere che un povero svitato abbia compiuto il delitto del secolo da solo e, per non voler accettare la realtà più odiosa, cade nei più prosaici argomenti della retorica cospirativa. Il proiettile che zigzaga, la testa di Kennedy che si muove all’indietro, i tempi della sparatoria: tutte speculazioni smentite dalla scienza medica e forense che, per il signor Tague, diventano “prove inconfutabili del fatto che più di un uomo sparò a Kennedy”. Tague, dopo quasi mezzo secolo, è rimasto fedele a un dato, quello degli spari: “Sentii tre soli colpi e tre colpi li sentirono praticamente tutti gli spettatori, non un colpo di più, non uno di meno”. E la stessa CIA di cui Tague nega ogni coinvolgimento avrebbe, secondo lui, finanziato gli esuli cubani per organizzare operazioni clandestine contro il regime di Castro. Quegli stessi esuli che, sempre secondo lui, avrebbero pianificato e messo a segno l’attentato contro il presidente Kennedy.
- Signor Tague, perché un libro sulla tragedia di Dallas dopo quarant’anni dall’assassinio? Ha forse scoperto qualche verità clamorosa?
No. Anzi, non si può evitare di ammettere che Lee Harvey Oswald fosse in qualche modo implicato nella vicenda: ci sono troppe prove per non doverlo riconoscere. Oswald può aver sparato tutti e tre quei colpi che sentimmo quel giorno in Dealey Plaza, così come può essere stato usato come una marionetta, ma non sapremo mai per certo come andarono le cose quel giorno.
- Lei quindi non sa chi abbia sparato quel colpo che urtò il marciapiede e che, la ferì alla guancia?
No. Ma non credo che Oswald abbia potuto sparare in cinque secondi e mezzo tre colpi e fare tutto quel danno. Non è plausibile che Kennedy e Connally siano stati colpiti dallo stesso proiettile, ed è pura fantasia che una palla come il reperto 399 abbia provocato sette ferite per rimanere quasi intatta.
- Quindi lei ritiene valide le teorie che parlano di una ‘pallottola magica’ e della testa del presidente che si muove all’indietro perché colpita da davanti?
Certo. Un essere umano o un animale colpiti al capo da un proiettile che viaggia a 2000 piedi al secondo si muovono violentemente nella direzione opposta, non nella stessa direzione.
- Lei sa che quanto lei dice è in contrasto con tutti gli esperimenti condotti e con l’opinione comune di tutte le scienze forensi?
Non sono un esperto ma so usare un fucile. Per me ciò che è stato raccontato non è credibile.
- Ma se Kennedy fu colpito da davanti allora c’erano più cecchini, quel giorno. Ci fu un complotto.
Esatto. Io ho sentito tre colpi, per cui il quarto può essere stato sparato con un silenziatore. Credo che JFK sia stato colpito alla testa, contemporaneamente, da due colpi, uno da davanti e uno da dietro.
- Questa sua versione dei fatti non è rimasta la stessa negli anni. All’inizio, alla polizia, aveva parlato di “petardi sparati dalla pergola”. Poi si è detto sicuro di un killer dal poggio erboso. Altre volte sembrava più incerto sulla provenienza dei colpi.
Vero. Del resto una delle cose che ho imparato da tutta questa storia è che i testimoni oculari sono utili ma non affidabili in sé. Io stesso sono stato condizionato da quanto ho letto e visto in tv, e capita che due persone osservino la stessa cosa la raccontino in maniera diversa.
- Quindi quattro o più colpi, due o più assassini. E il suo governo è il mandante dell’omicidio?
No, direi di no. In questi decenni sono stati tanti a parlare di complotto, di coperture eccetera. Io credo che ci siano stati degli insabbiamenti ma non certo al livello di quello che certi autori sostengono: per esempio Ruby uccise Oswald per motivi personali. E l’FBI o la CIA non furono mai parte di un complotto. Credo che ci sia stato un accomodamento della verità, in questo senso: se non fossi venuto fuori io, come terzo ferito, la Commissione Warren avrebbe detto che il primo colpo ferì Kennedy, il secondo Connally e il terzo colpì ancora Kennedy, alla testa. Poi ci fu un’altra piccola copertura, in sede di autopsia. La ferita alla testa del Presidente, come risulta dal referto, non è la stessa che i dottori di Dallas videro all’ospedale.
- Signor Tague, chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy?
Ritengo che ci sia stata una piccola cospirazione nata a New Orleans tra rifugiati cubani, ex soldati dell’esercito e simili. Il governo non ne sapeva niente ma preferì insabbiare la questione dei cubani di New Orleans per evitare noie: del resto l’episodio della Baia dei Porci coinvolgeva la CIA e la CIA sponsorizzava gli esuli cubani. Qualcuno avrebbe potuto immaginare legami tra l’Agenzia e l’assassinio di Kennedy, per cui si usò Oswald come unico responsabile.
- E la fidanzata del 1963 c’è ancora?
Certo. È diventata mia moglie.
James Tague vende il suo libro a 19 dollari e 95 più spese di spedizione. Su richiesta autografa la copia da inviare: basta fargli sapere a chi va dedicato il suo ricordo di un marciapiede scheggiato, di una coda di automobili all’ora di pranzo e di un presidente ucciso.
Tags: Dealey Plaza > frammento > il terzo ferito di Dallas > James Tague > Truth Withheld


