uno studio sull'assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Cosa è successo in Dealey Plaza

Posted on | gennaio 1, 2010 | 7 Comments

- Se è vero che l’88% degli americani critica il Rapporto Warren, posso assicurare che il 99% di questi non l’ha letto.
Jim Moore, scrittore e ricercatore del caso Kennedy

 

Scegliere il giusto approccio per raccontare l’assassinio Kennedy non è facile. Bisogna restare in equilibrio senza sbandare: una piccolissima parte del pubblico conosce a fondo gli atti delle inchieste, la stragrande maggioranza no. Ed è la parte di pubblico più esposta all’insidia del finto tecnicismo, delle affermazioni che sembrano scientifiche e convincenti ma che, in realtà, non lo sono. “Quel vecchio Carcano di Oswald non poteva sparare così lontano in cinque secondi”. “Quella pallottola non poteva zigzagare”. “La testa si muove all’indietro, segno di uno sparo frontale”. “Kennedy si serra le mani alla gola perché è colpito da davanti”. Sembrano tutti rilievi sensati. Eppure, cercando di rimanere ai fatti, la dinamica dell’omicidio di John Kennedy non è così misteriosa.

Gli ultimi momenti di vita del presidente Kennedy

Tutti sono concordi nell’individuare il filmato girato da Abraham Zapruder, un sarto di Dallas che riprese l’intera scena dell’attentato tra gli spettatori del corteo presidenziale in Dealey Plaza, come base per la ricostruzione della sparatoria. La cinepresa di Zapruder registrò un filmato di 26 secondi su una pellicola da 8 millimetri. Di questi 26 secondi ne interessano, ai fini dell’assassinio, solo 19 che corrispondono a 354 fotogrammi. Il filmato permette di individuare tre fasi dell’attentato. Una prima, con il corteo che ha appena svoltato a sinistra da Houston Street in Elm Street, passando sotto il deposito dei libri scolastici in cui lavorava Lee Oswald. Una seconda, che vede Kennedy e Connally colpiti al corpo. Una terza, con la testa di Kennedy colpita in pieno.  

Nella prima fase, tra i fotogrammi 160 e 166, succede qualcosa. Si sente un boato. Se ne accorgono alcuni spettatori in piazza, se ne accorge parte della scorta presidenziale che istintivamente si gira in direzione del deposito dei libri. Se ne accorge una bambina, Rosemary Willis, che sta correndo sulla sinistra del corteo, che smette di rincorrere l’automobile e si guarda intorno. Racconterà di aver sentito un petardo esplodere. Se ne accorgono i tre operai che lavorano al deposito (Harold Norman, James ‘Junior’ Jarman e Bonnie Ray Williams), affacciati ai finestroni dell’edificio per seguire il corteo proprio dal piano sotto rispetto a quello in cui si era appartato Lee Oswald. Tutti e tre rimangono esterefatti nel sentire una fucilata (testimonieranno di averne sentite tre), le cartucce che rimbalzavano sul pavimento sopra di loro e i calcinacci del soffitto che cadevano loro in testa. Non ci sono dubbi: è partito un colpo.

Però questo colpo non arriva all’auto occupata da Kennedy. E le successive indagini, evidentemente lacunose, non riusciranno a stabilire con certezza cosa accadde a quel primo colpo, permettendo ai teorici della cospirazione di ‘ricamare’ sull’esistenza di altri sparatori sistemati in altri punti della piazza. Difatti poco dopo l’attentato si presentò alla polizia un uomo di nome James T. Tague. Tague non doveva assistere alla parata del Presidente: si stava infatti dirigendo, lungo Commerce Street, dalla sua fidanzata. Bloccato dal traffico per l’arrivo del corteo decise, perso per perso, di scendere e attendere il passaggio. Subito dopo gli spari un amico gli aveva fatto notare che si era procurato, non si sa come, un lieve graffio sulla guancia destra. Forse una puntura d’ape. Un rapido esame del marciapiede permise di scoprire che un proiettile, o un frammento di proiettile, avevano colpito il cemento e che una scheggia aveva graffiato il volto di Tague. Questa circostanza è stata spesso utilizzata per ‘dimostrare’ la presenza di un tiratore dalla collinetta. Inoltre il proiettile aveva perso la sua camiciatura in rame: sul marciapiede, sottoposto ad analisi spettrografica dall’FBI, furono trovate tracce di piombo e di antimonio, non di rame (che è invece elemento costitutivo del rivestimento dei proiettili sparati da Oswald). Anche su questa circostanza si sono costruite teorie ‘alternative’. Non si sarebbe trattato, insomma, di una palla sparata dal fucile di Oswald, perché in quel caso avrebbe dovuto conservare il rame della camiciatura. Ed è in ogni caso impossibile, si è sostenuto, che un ramo di quercia possa aver fatto perdere la camiciatura a un proiettile full metal jacket. Purtroppo il proiettile non fu mai ritrovato, giacché si era frammentato. Né è stato analizzato l’asfalto davanti al marciapiede per cercare delle tracce di impatto della palla. Tuttavia gli elementi di prova della scena del crimine dicono che quel colpo, andato a vuoto, fu sparato dal sesto piano del deposito. La spiegazione più probabile è che Oswald, nella concitazione, sparò quel primo colpo attraverso il fogliame di una quercia che, in quel momento, gli stava parzialmente ostruendo la visuale. Il colpo, deviato, rimbalzò prima sull’asfalto di Elm Street (circostanza, questa, confermata da quattro agenti motociclisti della scorta, Billy Joe Martin, James M. Chaney, Stavis Ellis e William G. Lumpkin, che dissero di aver visto l’asfalto di Elm Street colpito da un proiettile) e un suo frammento, poi, schizzò via in direzione del marciapiede su cui si trovava Tague.  Non solo: la teoria di un colpo dalla collinetta andato a vuoto non è plausibile. Uno sparatore dal poggio erboso avrebbe dovuto, infatti, mirare in direzione praticamente opposta a Kennedy per riuscire a colpire, anche solo di rimbalzo, il marciapiede di Tague. Una circostanza totalmente priva di senso, esaminando la posizione di Tague, del deposito, dell’auto presidenziale e della collinetta. Se, in definitiva, si sostiene per assurdo che quel colpo non poteva essere stato sparato dal sesto piano poiché arrivò un frammento scamiciato dalle parti di Tague, lo stesso principio si dovrebbe applicare a un colpo sparato da qualunque altra direzione.

In rosso la posizione del teorico killer dal poggio erboso. Per colpire Tague, in fondo a sinistra, avrebbe dovuto mirare in direzione opposta rispetto a quella dell'automobile. La traiettoria, invece, che parte dalla finestra di Oswald è quasi rettilinea

È giusto ricordare che Tague sostenne che non fu il primo sparo a colpirlo. Però il governatore Connally testimoniò, a sua volta, che il primo sparo non ebbe effetti, tant’è che ebbe il tempo di girarsi dopo aver udito una detonazione “che arrivava da dietro la spalla destra”, come precisò davanti agli inquirenti della commissione Warren. Uno dei due, insomma, si sbagliava per forza. Ed è molto probabile che si tratti di Tague, sia perché in effetti il film di Zapruder mostra che Connally si voltò di scatto, come se avesse udito qualcosa quando ancora nessuno nell’auto era ferito, sia perché Tague stesso non si era accorto di essere stato colpito: difficile, quindi, che potesse stabilire con esattezza quando avvenne il suo pur lieve ferimento. Lo stesso Tague, peraltro, avvalorò la tesi di un colpo partito dal sesto piano. Testimoniando davanti alla Commissione Warren, infatti, disse: “Dopo aver identificato il segno di un proiettile sul marciapiede guardammo in su verso il Deposito, da dove probabilmente erano partiti i colpi”. Tague sostenne anche che, secondo lui, i colpi potevano arrivare dalla zona vicino ad Abraham Zapruder, sulla sua sinistra, soprattutto perché aveva visto un agente di polizia (l’agente Haygood) dirigersi insieme ad altri verso la collinetta erbosa.

- Sono convinto che Lee Oswald fu l’unico responsabile dell’assassinio e che non ebbe aiuto da parte di nessuno.
Bob Kennedy

 

Il secondo sparo arriva al fotogramma 224. Oswald, a quel punto, aveva la visuale libera. Kennedy si trovava quasi a 60 metri di distanza, una distanza minima per un fucile come il Carcano. Il proiettile parte: colpisce Kennedy nella parte alta della schiena, con un’angolazione di 20 gradi; esce dalla trachea, sotto il pomo d’Adamo, senza aver attinto altro se non tessuti molli; entra poi nella schiena di Connally, rompe una costola, esce appena sotto il capezzolo destro, colpisce e rompe il radio del braccio destro per poi infilarsi, ormai privo di spinta, appena sotto la pelle, nella coscia sinistra del governatore.

Difficile non aver sentito parlare di questo colpo. Questo è il proiettile che ha dato adito alle più disparate teorie. Non è pensabile, si è detto, che un solo colpo abbia prodotto tutti questi danni. Non è possibile, si è ancora sostenuto, che abbia fatto tutto ciò senza deformarsi o distruggersi. Non è possibile, ancora, che Connally abbia reagito al colpo con un incredibile ritardo rispetto a Kennedy. Non è possibile che Connally sia riuscito a reggere il cappello in mano pur avendo il polso fratturato. Non è possibile, infine, che questa pallottola sia andata a zig-zag colpendo Kennedy e Connally, rimanendo a mezz’aria tra un corpo e l’altro e compiendo giravolte inconcepibili. Tutte queste obiezioni sembrano ragionevoli ma non reggono alla prova dei fatti.

Un solo colpo  per sette ferite? Il fucile Mannlicher Carcano e i colpi corazzati Western calibro 6,5 possono trapassare più corpi prima di esaurire la loro energia cinetica. Nel caso del colpo sparato in Dealey Plaza le uniche due ossa che toccò furono una costola e il radio di Connally: il primo osso non era sufficientemente resistente per fermarne la corsa ma solo per deviarne il percorso; il secondo lo fu (tant’è che, leso l’osso del braccio, il proiettile ebbe solo la forza di infilarsi sotto la pelle della coscia sinistra del governatore) ma ormai la velocità era troppo bassa per spezzarsi. Furono sparati colpi di confronto con lo stesso fucile di Oswald e proiettili di quel tipo, che viaggiano a più di 650 metri al secondo, hanno forato spessi strati di legno.

Il cosiddetto proiettile magico, reperto 399 del rapporto WarrenNon poteva restare integro. Il proiettile 399, full metal jacket (cioè con camiciatura rinforzata, concepita appositamente per non disperdersi nei corpi e non provocare quindi ferite devastanti) viaggiava ad alta velocità e non ha incontrato masse sufficientemente consistenti per frammentarsi. Nel caso del successivo colpo alla testa una palla identica si è frammentata perché ha colpito in entrata spessi strati di ossa craniche. I proiettili corazzati Western Cartridges, come quello sparato da Oswald col Mannlicher Carcano, possono trapassare più corpi senza subire danni evidenti: se poi hanno perduto parte della velocità nel tragitto, come accadde in quel caso, le possibilità che si frammentino diminuiscono ulteriormente.
Tuttavia il rilievo più importante è che quel proiettile non era integro. Aveva perso in piccola parte la sua materia, presentava ai lati le tipiche rigature da attraversamento della canna di fucile e si era deformato. Spesso sono stati presentati proiettili di confronto, che avevano causato una sola ferita e si erano deformati in maniera decisamente maggiore rispetto a questo, “autore” di sette ferite. Chi ha condotto questi esperimenti, però, ha ignorato la scienza forense. Sparare una fucilata a bruciapelo contro un osso produce spesso la distruzione della palla, che trova un ostacolo al massimo della sua velocità; sparare un colpo da decine di metri, colpo che perde nel tragitto parte della velocità trapassando tessuti molli, può dare come risultato un proiettile molto meno lesionato. L’HSCA, per mano del professor Vincent P. Guinn, riesaminò i frammenti trovati nel polso del governatore Connally. Con una probabilità del 97% corrispondevano a quelli del famoso proiettile reperto 399 del Rapporto Warren. Sul fatto che quel colpo sia finito nell’auto di Kennedy e che sia stato sparato da quell’arma non ci sono dubbi.

Un proiettile non può zigzagare. Questo è vero. Il fatto è che il reperto 399 non andò a zig-zag. Se si prendono per validi i disegni di alcuni ricercatori complottisti si dovrebbe infatti concludere che mai un proiettile avrebbe potuto colpire, dopo Kennedy, anche il governatore Connally. Però non è mai stato spiegato che Connally non era seduto come si racconta: era più in dentro nell’automobile e più in basso rispetto a Kennedy ed è sufficiente osservare questa immagine della limousine presidenziale per rendersene conto. Inoltre, al momento del secondo sparo, si stava girando verso destra e quindi non sedeva frontalmente rispetto a JFK.

In alto: la traiettoria della presunta pallottola magica. In basso: la traiettoria reale del secondo colpo, con le esatte posizioni di Kennedy e Connally

L’angolo di penetrazione di questo colpo (20 gradi rispetto al collo di JFK) conduce a una conclusione: quella palla è stata sparata dalla finestra del sesto piano del deposito dei libri. Il patologo Robert Artwohl studiò a lungo la posizione dell’automobile e  l’angolazione di entrata del proiettile, concludendo che quel colpo fosse stato sparato dal sesto piano. Ricercatori di orientamento cospiratorio hanno evidenziato che, sullo schema che accompagnava il rapporto dell’autopsia del corpo del Presidente, era stato indicato un punto di entrata del colpo nella schiena di Kennedy più basso rispetto a quello situato alla base del collo. Il disegno del comandante e medico J. Thornton Boswell, che effettuò l’esame sul cadavere, poneva in effetti il foro di entrata troppo in basso per collimare con la ferita in uscita sotto il pomo d’Adamo. Tuttavia la esatta posizione della ferita è stata descritta nell’autopsia stessa (si parla di 14 centimetri e mezzo sotto il processo trasverso destro): va infatti sottolineato che gli schemi delle autopsie non vogliono mai rappresentare disegni in scala di precisione. Servono per visualizzare il quadro patologico di insieme, senza pretesa di precisione assoluta (i fori vengono disegnati da medici con dei cerchietti nella zona interessata). L’autopsia stabilì che il foro nella schiena di Kennedy e quello alla gola erano legati a un unico proiettile.

Tale assunto è stato messo in dubbio da chi ha sottolineato che i periti settori non furono in grado di seguire con lo specillo (un apposito strumento medico) il tramite della ferita e quindi ipotizzano uno sparo che si fermò nella schiena del presidente. Questa ipotesi, però, è smentita sia dalla considerazione che la postura di un corpo esaminato da supino, ma ferito da seduto, muta necessariamente, e con essa la posizione reciproca di certe masse muscolari; dal fatto che l’autopsia parla chiaramente dei segni lasciati da questa palla (“Il proiettile ha attraversato i tessuti soffici soprascapolari e la porzione sopraclavicolare della base della parte destra del collo. Il proiettile ha prodotto la contusione della parte apicale destra della pleura e la lesione del della porzione apicale del lobo superiore destro del polmone. La pallottola ha contuso i muscoli del collo, danneggiando la trachea e uscendo dalla parte anteriore dello stesso”). E soprattutto dal fatto che le radiografie non evidenziano alcun proiettile rimasto nel corpo del presidente.
Il comportamento del proiettile è non solo lineare e spiegabile ma, per certi versi, obbligato: uscendo dalla gola del presidente inizia a capovolgersi (è il cosiddetto effetto tumbling) e prosegue la sua corsa finché trova la spalla di Connally. La ferita di entrata nel corpo del governatore misura 3,2 centimetri, ossia tanto quanto il proiettile, e presenta margini frastagliati, il che dimostra che entrò nel corpo di Connally verticalmente. Spezzata la quinta vertebra destra esce, leggermente deviato verso sinistra dall’urto con la costola, e frattura il radio (anche qui con foro d’entrata frastagliato), lasciando dei frammenti che verranno identificati, grazie all’attivazione neutronica, come provenienti proprio da quella palla. Ormai “spento”, il proiettile si infila appena sotto la pelle della coscia sinistra di Connally.

Il secondo colpo che trapassa Kennedy e ConnallyIl cappello di Connally. Si è sostenuto che un uomo col polso fratturato non possa reggere in mano un cappello. Non è vero. E la prova più lampante arriva proprio dal governatore Connally, che non solo continuò a reggere il cappello ben dopo che il colpo lo aveva raggiunto (come si vede nel fotogramma 266) ma addirittura serrava ancora la presa quando arrivò al Parkland Memorial Hospital e fu trasferito sulla lettiga. Connally stesso non sapeva di essere stato colpito anche al polso e solo il giorno dopo fu informato sulla natura delle sue ferite. La reazione al ferimento non si può condensare in una formula e le tantissime testimonianze di vittime di sparatorie o esplosioni riportano le circostanze più disparate: persone che non si rendono conto di essere ferite, o che sentono male a una mano quando magari la mano non c’è più.
Passiamo ai tempi di reazione del governatore. In passato la questione era posta in questi termini: Connally reagisce con evidenza tra i fotogrammi 231 e 235, mentre il colpo è stato sparato attorno al fotogramma 224. C’è quindi un lasso di tempo di tre quarti di secondo in cui il governatore è colpito ma non batte ciglio: ciò sarebbe impossibile. La casistica in materia non indica parametri statistici entro i quali un ferito debba presentare reazioni. Né esiste una rigorosa descrizione delle reazioni di espressione, di voce o di altra natura che il corpo umano ha se colpito da un proiettile. Dipende dal tipo di pallottola, dal tipo di ferite ricevute, dalle condizioni del soggetto, da una miriade di altre variabili. Tuttavia la questione del “ritardo” pareva risolta allorché si notò che già al fotogramma 224 il bavero della giacca di Connally si alza, come se qualcosa fosse passato tra il suo corpo e l’indumento. A questo punto alcuni ricercatori hanno sollevato una seconda obiezione: se ciò è vero, allora è Kennedy a reagire troppo presto, perché quando emerge dal cartello stradale porta già le mani alla gola. Osservando con attenzione il film di Zaprduder, tuttavia, si può notare come Kennedy, prima di scomparire dietro il cartello stradale, stesse iniziando ad abbassare il braccio destro con cui salutava la folla, e che la posizione delle due braccia sia compatibile con la postura assunta prima di “scomparire”. Si nota anche che, poco prima di sparire dalla vista di Zapruder, Kennedy stava salutando la gente alla sua destra (fotogramma 193). Ancor prima di finire dietro il cartello si nota ancora il suo braccio levato (fotogramma 204). Analizzando lo scorrimento del film è  palese che il presidente avesse salutato e che stesse a poco a poco abbassando la mano. Quando si rivedono le sue mani, al fotogramma 224, non si scorge nulla di sospetto. La prima reazione di Kennedy allo sparo, con tutta probabilità, è invece il far cadere in giù la mano destra e far scattare in alto il gomito destro, come si nota chiaramente dai successivi fotogrammi 225 e 226. Può essere stata una reazione neuromuscolare. Può essere una postura dovuta a un danno della spina vertebrale (la cosiddetta posizione di Thorburn). Questo non si può accertare. Nel famoso fotogramma 228 si vede Kennedy nella drammatica postura appena accennata: i critici meno affidabili (e tra questi c’è Oliver Stone, regista del film JFK – Un caso ancora aperto, hanno parlato di “mani serrate alla gola” da parte di un uomo “colpito da davanti”. In realtà Kennedy tiene i pugni stretti sotto il mento con i gomiti all’infuori, in una posa del tutto innaturale dovuta al colpo che lo ha appena trapassato. È ridicolo supporre che le mani si muovano verso la ferita perché il foro di entrata è sul davanti: un proiettile non è una puntura d’ape. Non si ha l’istinto di mettere le mani sul punto di entrata, così come Kennedy non si mise la mano sulla schiena per il colpo da dietro.

Il terzo sparo arriva al fotogramma 313: su questo non ci sono dubbi di sorta. A poco più di 80 metri, Oswald spara e centra la testa del Presidente in pieno. Zapruder riprende la scena in tutta la sua tragicità. La palla provoca un piccolo foro d’entrata nella parte posteriore della testa, con un angolo di impatto di 15° e una dimensione ellittica di 15×6 millimetri, e fuoriesce nella zona fronto-parietale destra. Sul fatto che quello posteriore sia un foro di entrata non vi è dubbio alcuno, trattandosi di una soluzione di continuo ovalare con orletto escoriativo. La vastità della ferita in uscita, che misurava 13 centimetri nel diametro, è stata invece spesso equivocata. Si è parlato di “tempia esplosa”, di un colpo sicuramente sparato dal poggio. In realtà, entrando nella teca cranica il proiettile fa esplodere la calotta e crea un “effetto jet” che spinge la testa di Kennedy dapprima, quasi impercettibilmente, in avanti, e poi violentemente indietro e a sinistra, compiendo un movimento che assomiglia molto a quello di chi emerge dall’acqua e ruota la testa all’indietro per non far ricadere i capelli in faccia. Chi sostiene comunque l’esistenza di un killer dal poggio non sa spiegare né come costui possa aver ferito Kennedy da destra provocandogli una ferita sulla parte destra del cranio (con le ossa che si aprono in fuori) senza alcuna entrata, né sa spiegare la presenza di un foro di entrata posteriore se non parlando di due spari contemporanei, uno da dietro e uno da destra, senza però riuscire a mostrare gli effetti dello sparo laterale.
Ecco perché la materia cerebrale di Kennedy si distribuisce a 180 gradi rispetto alla posizione della ferita: lo spruzzo di sangue e di materia endocranica investe l’autista e l’agente seduto al suo fianco, Connally, la moglie e il motociclista sulla sinistra dell’automobile, Bobby Hargis. L’ipotesi di uno sparo alla tempia è smentita dallo stesso filmato di Zapruder, che mostra nei fotogrammi successivi al 313 la tempia destra di Kennedy intatta dopo il colpo. Le radiografie e le fotografie del corpo di Kennedy indicano chiaramente che le ossa craniche di Kennedy si sono aperte verso l’esterno “a rosa”. La radiografia del cranio di Kennedy, esaminata dagli esperti della commissione Warren prima e dell’HSCA poi, ha condotto auna risoluzione chiara: lo sciame metallico lasciato dal proiettile frammentato ha una ben definita direzione, unicamente compatibile con uno sparo proveniente da dietro. Al contrario non esiste alcuna evidenza (autoptica, fotografica, documentale, testimoniale) di alcun cecchino posto sulla destra dell’automobile presidenziale né in alcuna altra posizione se non al sesto piano del Texas School Book Depository. E se mai quel cecchino fosse esisito non si può affermare che abbia fatto alcunché, a meno di non dover ammettere che tutto il materiale a disposizione (filmati, fotografie, documenti) sia stato creato ad arte. Una falsa asserzione che ha convinto moltissime persone è quella per cui un uomo colpito alla tempia destra si muove obbligatoriamente nella direzione opposta. Come dice la seconda legge di Newton: un oggetto colpito in una sua parte si muove nel verso opposto. Tale assunto è però in contrasto con le conoscenze scientifiche in merito di balistica e patologia forense. Nel caso dell’omicidio Kennedy la vittima si muove indietro e a sinistra proprio perché colpita da dietro e proprio perché l’esplosione del cranio con violenta fuoriuscita di tessuto e liquidi provoca un brusco scatto in direzione opposta a quella dello scoppio.

Questa è una ricostruzione in 3D che adotta la visuale di Lee Harvey Oswald appostato al sesto piano del deposito dei libri con il suo Mannlicher Carcano. I tempi, i movimenti dell’automobile e dei corpi, il primo colpo andato a vuoto: tutto torna.

La tragica impresa di Lee Oswald fu questa. Sui tempi della sparatoria, sulle qualità del fucile e sui movimenti di Oswald potete leggere qui.
Qui potete trovare, invece, ulteriori considerazioni sul primo colpo, quello andato a vuoto.

Matrix: Kennedy in salsa complotto

Posted on | dicembre 30, 2009 | 11 Comments

Alessio Vinci, conduttore di Matrix

Alessio Vinci, conduttore di Matrix

La puntata di fine anno (29 dicembre 2009) di Matrix, trasmissione di approfondimento di Canale 5, è stata dedicata a una notizia-bomba: l’assassinio di Kennedy. Opinione comune è che la televisione ‘grande’, quella generalista e dei grandi ascolti, insomma il duopolio Rai-Mediaset, non offra spazio a notizie scomode, a opinioni non allineate,  alle verità non ufficiali. La puntata di Matrix in questione depone in senso opposto: il presunto complotto ai danni del presidente viene trattato unicamente basandosi su un filmato montato da un webmaster assertore di una grande quantità di cospirazioni e/o tesi ‘alternative’ (11 settembre, sbarco sulla Luna, John Kennedy, Bob Kennedy, le scie chimiche, le cure per il cancro, Al-Qaeda, la Bibbia eccetera), Massimo Mazzucco, presente anche in collegamento dagli Stati Uniti. In studio il conduttore Alessio Vinci ospita Walter Veltroni e Gianni Riotta, attuale direttore del Sole 24 Ore.

La trasmissione non è squilibrata, di più: pare sdraiata su un’unica posizione, quella dell’imboscata organizzata per uccidere un presidente scomodo. Tant’è che l’unico documento che si ritiene di mostrare nella serata è un collage di vecchie dichiarazioni alla stampa offerte da alcuni personaggi che, in qualche  modo, hanno avuto a che fare con Kennedy. La tesi del filmato, vecchia peraltro di almeno dieci anni, è che a uccidere il presidente sia stata una squadra di cui faceva parte tale James Files, l’uomo che si è accusato di aver sparato un colpo alla tempia di Kennedy dalla collinetta erbosa.

Per dare ossigeno alle ipotesi cospiratorie viene mostrato un servizio di Chiara Cazzaniga, brava giornalista della redazione di Matrix che però mostra di attingere esclusivamente dal più retrivo fantacomplottismo hollywoodiano, quello del geniale Oliver Stone. Il servizio, infatti, utilizza spezzoni ‘a effetto’ del film JFK – un caso ancora aperto, l’opera che fruttò a Oliver Stone due (meritati) premi Oscar. Si sostengono posizioni quantomeno bizzarre, o falsità come il fatto che “subito dopo l’arresto di Oswald, J. Edgar Hoover telefona al procuratore generale dicendo di avere in mano l’uomo che ha ucciso il presidente“; si parla del “senatore Earl Warren”, che in realtà era il presidente della Corte Suprema.

In studio, purtroppo, le cose non vanno meglio. L’ex direttore dell’Unità ed ex segretario del Pd, Walter Veltroni, da tempo schierato in favore di tesi complottiste, è sicuro: “Kennedy è stato ucciso per quello che faceva. Il filmato di Zapruder (che Veltroni chiama curiosamente Zaprüder, con l’umlaut, manco fosse tirolese) dimostra che i colpi arrivarono da più direzioni. Il complotto è chiaro, certo, evidente”. Come lo è, aggiunge, quello di piazza Fontana.

L’unica voce a parziale smentita del complotto è proprio quella di Riotta, il quale peraltro si mostra ben poco informato sui fatti. Per esempio avrebbe potuto ribattere che il film di Zapruder mostra, riguardo alla ferita alla testa, l’esatto opposto di quanto dice Veltroni, e cioè che la tempia destra di Kennedy era intatta dopo il colpo fatale. Oppure che non solo le fotografie ma anche le radiografie in sede di autopsia confermano la direzione del colpo, entrato nel cranio da dietro e uscito nella zona occipitale. Che esistono studi in Cad e ricostruzioni effettuate con la massima cura, diffuse negli ultimi anni dai maggiori network statunitensi, che avvalorano la tesi di Oswald unico assassino. Non dico presentarli come il Vangelo: ma in mezzo a qualche stupidaggine una ricerca scientifica non avrebbe sfigurato.  Invece niente: anzi, Riotta riesce a risultare fastidioso anche quando – e non so quanto spesso gli capiti – ha la ragione dalla sua.

Non contenti dell’infornata di ipotesi complottiste, quelli di Matrix presentano in un secondo servizio la storia di Jim Garrison, il procuratore distrettuale di New Orleans che indagò sull’assassinio. Purtroppo anche qui è evidente come la sua indagine venga ripercorsa non per quella che fu (sarebbe stato sufficiente leggere, per esempio, il libro di un onesto e puntuale cronista che seguì tutte le udienze del processo, James Kirkwood, autore di American Grotesque: rivivere quella farsa per ciò che veramente fu è da pelle d’oca, con Shaw che somiglia in maniera inquietante al protagonista del Processo di Kafka) ma esclusivamente attraverso il racconto, in gran parte romanzato e falsificato, che ne diede Oliver Stone nel suo film. Si mostrano nuovamente spezzoni del capolavoro del regista di New York, compresi i voli pindarici di Garrison sul fatto che il sindaco di Dallas e il fratello militare, Earl e Charles Cabell, fossero in combutta per uccidere il presidente (prove? Indizi? Testimoni? Zero: però erano fratelli, e i militari si sa che sono cattivi). Si rilancia anche lo sputtanamento postumo dell’uomo di affari di New Orleans Clay Laverne Shaw. Una vicenda imbarazzante per la giustizia americana. Pochissimi se ne sono resi conto, ma quello fu un caso Tortora ante litteram. Shaw è morto quasi quarant’anni fa e non si può difendere ma il suo coinvolgimento nel processo fu teorizzato in maniera agghiacciante, utilizzando testi malati mentali, forzando dichiarazioni mai fatte, inventando collegamenti del tutto inesistenti: per fortuna la giuria se ne accorse e lo assolse con verdetto unanime. La figura di Shaw dipinta da Stone è lontanissima dalla realtà: quell’uomo, del tutto ignaro dei fatti che gli venivano contestati, andò in rovina per pagarsi gli avvocati, si ammalò e morì poco dopo l’assoluzione. 

Altra citazione del servizio è quella per Mister X, l’uomo che nel film di Stone apre gli occhi a Garrison dipingendogli lo sfondo della cospirazione. Peccato ci si sia ancora dimenticati di specificare che quell’uomo non è mai esistito: le parole di Mister X derivano da una serie di dichiarazioni gonfiate, e interpretate fantasiosamente se non in malafede, fatte a Garrison e a Stone dal colonnello Leroy Fletcher Prouty e di un tale, Richard Case Nagell. L’immaginazione di Prouty era talmente feconda – altra circostanza di cui non si parla mai – che lo stesso Stone lo ’scomunicò’ nel corso del film: aveva capito che le sparava troppo grosse, anche per un visionario come lui. Circostanze, quelle narrate da Mister X, affascinanti ma puntualmente smentite: compresa la storia del giornale neozelandese che anticipò le notizie sull’attentato, il Christchurch Star, sgonfiata da una semplice indagine giornalistica. Come (giustamente) ridicolizzata è stata la povera Jean Hill, una ragazza che vide da vicino l’uccisione di Kennedy, e che qui che viene fatta passare per una povera cittadina onesta minacciata e zittita dalle autorità assassine. Riprendendo in pieno, anche con le immagini, il racconto che della Hill ci fece Oliver Stone. Peccato, anche qui, che non sia venuta voglia di saperne qualcosa di più: si sarebbe scoperto che la Hill mentì spudoratamente, per anni, cambiando versione più spesso di quanto cambiasse abito, e che fosse diventata un personaggio impresentabile anche per i più incalliti complottisti. Si usa ancora la forza scenica di Stone per difendere stupidaggini come la ‘teoria della pallottola magica’. Ora: non dico di mettersi a dibattere di balistica forense in una puntata di Matrix. Ma è possibile che in Italia ci si sia fermati al complottismo d’accatto degli anni Settanta? Se la Bbc, la Abc, Discovery Channel, History Channel hanno finanziato e trasmesso documentari in questi ultimi anni, frutto delle ultime ricerche e dei mezzi di indagine offerti dalla tecnologia, perché da noi si devono continuamente rispolverare i racconti fantasy dell’epoca delle brigate rosse? Eppure, a quanto pare, in Italia l’ultima frontiera sul caso Kennedy è il 1991, l’anno del film di Stone, che viene trattato dai nostri giornalisti come un ricercatore solo per la sua mostruosa capacità cinematografica. Sono passati quasi vent’anni, da quel film. Ed era un film. Perché Vinci e la sua redazione non hanno chiesto alla Bbc, per esempio, di poter mostrare una parte dell’accuratissimo e tecnologicamente avanzatissimo documentario del 2004 JFK – Beyond conspiracy? Temo di conoscere la risposta: perché non sapevano neanche della sua esistenza. Si fa prima a riguardarsi il film di Stone, che è come studiare storia sui fumetti di Martin Mystère: decisamente più divertente e più comodo. Se poi sono tutte bufale, pazienza: il film è così bello…

Infine si citano Richard Helms, che testimoniò sui legami di Shaw con la Cia, e il probabile complotto stabilito dall’Hsca. Insomma: vengono letti i titoli di coda del film di Kennedy, con la chiosa sui documenti segreti che verranno desecretati nel 2029. In studio riprende il dibattito, che però non riesce mai a cambiare registro. Anzi. Veltroni rilancia sulla certezza del complotto: “Il complesso delle evidenze, le immagini lo mostrano”. E riparte con la “constatazione obiettiva che i colpi siano stati sparati da più parti”, aggiungendo che Jack Ruby è “un altro elemento a conforto della teoria del complotto” poiché si trattava di “un uomo legato alla mafia”, che uccise Oswald “per evitare il processo sulla morte del presidente”. Riotta ricorda a Veltroni  che non è assolutamente vero che Kennedy fosse un pacifista: la guerra del Vietnam iniziò con lui; sostiene che le foto dell’autopsia non sono false anche se, colpo di teatro, ammette che “è possibile che ci fosse più di un cecchino a Dallas”, anche se “non ci sono prove che ci fosse un secondo cecchino”.  Il conduttore, Vinci, dice la sua: “Abbiamo visto le foto dell’autopsia col cranio perfetto, mentre il film di Zapruder dice che il cranio è spappolato”. Un falso clamoroso, eppure nessuno si prende la briga di rispondergli che non è vero.

Verso fine puntata Riotta sbanda ulteriormente, dicendosi “certo che Ruby spara a Oswald per chiudergli la bocca”. Racconta poi di Lee Oswald che dopo gli spari scompare dal deposito dei libri, di un poliziotto che lo cerca e viene ucciso, di Oswald che spara a un secondo poliziotto (in realtà fu solo uno). Mazzucco tenta di correggere Riotta: “Oswald chiede il permesso al suo direttore di tornare a casa” (non è  vero: Oswald, dei dipendenti assenti dal deposito dopo gli spari, era invece proprio l’unico che non chiese il permesso a Roy Truly, il capo del personale, che dopo averlo avvistato in sala mensa a breve distanza dall’attentato non lo vide più). Aggiunge Mazzucco: “Oswald va a casa, prende una pistola, la mette in tasca, uccide Tippit con proiettili di calibro diverso rispetto a quelli che gli vengono trovati in tasca”. Anche questa è una balla. Quando Oswald viene arrestato gli vengono trovati in tasca colpi di due marche diverse, Winchester Western e Remington Peters. Dal corpo di Tippit vengono estratti tre proiettili Winchester Western e uno Remington Peters. Fine del caso (*). Solo che Veltroni e Riotta non lo sanno, e Mazzucco passa per l’esperto della situazione.

Vinci chiude una deludentissima puntata con il latino, con una frase che suona pressappoco così: “Tu quoque Brutus,  fili mihi”. E pure la lingua dei nostri padri incassa un montante da k.o. tecnico, così come il giornalismo di inchiesta.

 

(*) Per approfondire la questione della pistola e dei bossoli si può leggere qui. La bistrattata commissione Warren studiò le prove del crimine e giunse a conclusioni inattaccabili, nel suo rapporto, sul fatto che i colpi che uccisero Tippit fossero stati sparati dal revolver di Lee Oswald. “When Oswald was arrested, he had in his possession a Smith & Wesson 38 Special caliber revolver, serial number V510210. (See Commission Exhibit No. 143, p. 170). Two of the arresting officers placed their initials on the weapon and a third inscribed his name. All three identified Exhibit No. 143 as the revolver taken from Oswald when he was arrested.569 Four cartridge cases were found in the shrubbery on the corner of 10th and Patton by three of the eyewitnesses–Domingo Benavides, Barbara Jeanette Davis, and Virginia Davis.570 It was the unanimous and unequivocal testimony of expert witnesses before the Commission that these used cartridge cases were fired from the revolver in Oswald’s possession to the exclusion of all other weapons. (See app. X, p. 559.) Cortlandt Cunningham, of the Firearms Identification Unit of the FBI Laboratory, testified that he compared the four empty cartridge cases found near the scene of the shooting with a test cartridge fired from the weapon in Oswald’s possession when he was arrested. Cunningham declared that this weapon fired the four cartridges to the exclusion of all other weapons. Identification was effected through breech face marks and firing pin marks.571 Robert A. Frazier and Charles Killion, other FBI firearms experts, independently examined the four cartridge cases and arrived at the same conclusion as Cunningham. è…] Three of the bullets recovered from Tippit’s body were manufactured by Winchester-Western, and the fourth bullet by Remington-Peters, but only two of the four discarded cartridge cases found on the lawn at 10th Street and Patton Avenue were of Winchester-Western manufacture.581 Therefore, one cartridge case of this type was not recovered. And though only one bullet of Remington-Peters manufacture was recovered, two empty cartridge cases of that make were retrieved. Therefore, either one bullet of Remington-Peters manufacture is missing or one used Remington-Peters cartridge case, which may have been in the revolver before the shooting, was discarded along with the others as Oswald left the scene. If a bullet is missing, five were fired”.

Rebus e luoghi comuni

Posted on | dicembre 11, 2009 | No Comments

Avevo già analizzato una puntata della trasmissione di Odeon tv Rebus qui. In un’altra puntata, non più dedicata al caso Kennedy ma alle presunte cospirazioni, è stato nuovamente toccato l’argomento e, ancora, è stato chiamato in causa - ritengo come esperto - il professore Vittorio Di Cesare. Riporto qui il suo intervento e, in calce, qualche osservazione. 

Il conduttore gli pone questa domanda: “Si tratta, come dice la ricostruzione ufficiale, del gesto semplice di un solo uomo, Lee Harvey Oswald, oppure c’è qualcosa di più?”
De Cesare risponde: “No, c’è molto di più perché nel caso di Kennedy si è scoperto che i proiettili erano diversi e avevano entrata e uscita dal clanio (sic) in posizioni che un uomo solo, a meno che non si mettesse a correre come un indiano, non avrebbe mai potuto esplodere così tanti, così diversi colpi, anche perché anche una guardia viene ferito (sic), Kennedy appunto, sul con alcune, con, dove, diciamo, in alcune fotografie che si vedranno del cranio di Kennedy si vede che il cervello è stato… che la teca cranica è stata colpita in diversi punti. Molto probabilmente lì era una serie di persone che sparavano contemporaneamente perché non dovevano assolutamente permettersi di ferire soltanto il presidente”.

Allora:

1) Si è scoperto che i proiettili erano diversi. Piuttosto è vero il contrario. Al sesto piano del Texas Book Depository la polizia trovò il Mannlicher Carcano 6.5 mm (contenente una cartuccia ancora inutilizzata) e tre bossoli da 6.5 mm Western Cartridge Company. Tutti i frammenti prelevati dalla limousine presidenziale si dimostrarono compatibili con i proiettili esplosi da quel fucile. Le successive analisi di attivazione neutronica dell’HSCA misero d’accordo gli esperti sul fatto che i frammenti dell’automobile, quelli estratti dalle ferite di Kennedy e Connally e quelli prelevati dal cosiddetto ‘proiettile magico’ provenissero da pallottole sparate da quel Carcano.

2) Posizioni in entrata e in uscita. Se ho capito bene, Di Cesare sostiene che i fori di entrata e di uscita non coincidano con la tesi di un unico colpo alla testa. Ebbene, non mi sono mai

La ricostruzione della traiettoria del colpo alla testa da parte dell'HSCA, basata sul materiale autoptico
La ricostruzione della traiettoria del colpo alla testa da parte dell’HSCA, basata sul materiale autoptico

imbattuto in documenti, analisi, fotografie o radiografie che mostrino quanto viene detto. Anzi, vale l’esatto opposto, sia per le radiografie sia per le fotografie della testa di Kennedy. Il foro nella parte posteriore del cranio e l’apertura ‘a rosa’ della teca cranica, al contrario, mostrano l’evidenza di un colpo che attinge la testa esploso da dietro. Lo sciame di frammenti metallici che si può notare nella radiografia frontale del cranio è stato unanimemente considerato come il risultato del passaggio del proiettile verso l’uscita nel lato fronto-parietale destro. Tant’è vero che chi sostiene l’esistenza di più attentatori è costretto, molto spesso, a dichiarare che fotografie e radiografie ufficiali sono stati contraffatti.

3) Una guardia viene ferita. Non so cosa intenda Di Cesare con ‘guardia’, se guardia del corpo o poliziotto della scorta. In ogni caso non è mai stata data alcuna notizia sul ferimento di alcuna guardia o poliziotto della scorta. Il cosiddetto ‘terzo ferito di Dallas’, James Tague, è lo spettatore del corteo che nei pressi del sottopassaggio a tre corsie fu appena graffiato alla guancia (tanto da non accorgersene neanche, se non dopo l’incontro con un amico che glielo fece notare) da un frammento di marciapiede che era stato colpito da una scheggia del colpo andato a vuoto.

Anche questa volta mi corre l’obbligo di concludere, purtroppo, che la preparazione sul caso da parte del professore lascia a dir poco a desiderare; circostanza tanto più spiacevole quanto più si pensa che, da un professore universitario più volte interpellato sulla materia, ci si attenderebbe un parere ovviamente libero ma necessariamente figlio di un attento studio almeno della documentazione essenziale.

« go backkeep looking »
Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italia
This work by Federico Ferrero is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italia.