La posta di johnkennedy – I
Posted on | luglio 10, 2011 | 5 Comments
Con la lettera di Marco (marco.trive@gmail.com) johnkennedy.it inaugura uno spazio per la risposta diretta ai vostri quesiti sul caso Kennedy. Potete inviare le vostre domande a info@johnkennedy.it.
Luoghi comuni
Posted on | aprile 18, 2011 | 101 Comments
Passano gli anni e il materiale a disposizione è ormai più che sufficiente per alzare il livello del dibattito, eppure la qualità delle discussioni sul caso Kennedy rimane spesso deludente. Recentemente Focus Storia del direttore Sandro Boeri ha dedicato uno speciale alle cospirazioni, includendo il caso Kennedy. Non ho mai amato certi ‘speciali’, pur essendo Focus una pubblicazione seria, perché scontano una – forse inevitabile – superficialità e rispondono a un pubblico generalista, che spesso non conosce le vicende e non digerirebbe disquisizioni tecniche o cavillose sull’universo rappresentato dal caso Kennedy. L’occasione, insomma, è stata ghiotta per i rappresentanti, poco numerosi ma agguerriti, delle teorie del complotto per ‘sparare’ una nuova serie di affermazioni contro gli autori dei testi (una collaboratrice della rivista, Marta Erba, e Massimo Polidoro, scrittore che si dedica da qualche tempo ai gialli della storia).Un anno e mezzo fa Mazzucco era stato invitato a parlare a Matrix, un programma Mediaset che si rivelò nell’occasione di rara insipienza sulla vicenda dell’assassinio del presidente a Dallas: Mazzucco inanellò una serie sconcertante di inesattezze, false ricostruzioni e dichiarazioni strampalate cui nessuno seppe rispondere (il suo controcanto, del resto, era rappresentato da Gianni Riotta).
Oggi le contestazioni mosse da Mazzucco, e dai suoi sostenitori di riflesso, alla cosiddetta versione ufficiale dei fatti sono, se possibile, ancora più grossolane.
Se non altro ci viene risparmiata la stantìa ipotesi che l’uomo che si affaccia al piano terra del Deposito, ripreso in questo scatto, sia Lee Oswald (si trattava di Billy Lovelady, un altro impiegato del palazzo). Purtroppo, però, la nuova ‘prova’ è ancora più povera. Mazzucco chiede infatti a Polidoro: “Perché non ha citato la famosa foto di Altgens, nella quale si vede chiaramente la portiera dell’auto della scorta di Johnson aprirsi subito dopo il momento (presunto) del primo sparo?”
L’insinuazione sulla portiera aperta è un nuovo cavallo di battaglia. Debolissimo. Ben anche fosse vero, come ha l’ardire di sostenere Mazzucco, che l’agente apre la porta in reazione al primo sparo (e non è vero, come stiamo per vedere) ciò non mostrerebbe, né dimostrerebbe, né suggerirebbe alcunché di ‘losco’, se non la mancanza di conoscenze di chi tenta di instillare a tutti i costi il dubbio. Quella portiera è socchiusa perché un agente di Johnson decide di tenerla così, e non dopo aver sentito il primo sparo: è già aperta in Main Street, e questa fotografia lo testimonia. La teneva aperta per precauzione, nel caso ci fosse stato bisogno di intervenire. Gli agenti che proteggono Kennedy, invece, non ne hanno bisogno, essendo già in piedi sui predellini dell’auto che segue JFK. La domanda su Altgens non va posta a Polidoro, ma all’interrogante: perché Mazzucco si ostina a parlare senza informarsi?
Il sedicente esperto del caso Kennedy lancia un’altra sinistra insinuazione: “Chiunque conosca la storia dei servizi segreti sa benissimo che l’autista della limousine presidenziale, che viene scelto dopo una serie di test intensi e rigorosi, è addestrato proprio per accelerare immediatamente al momento di una sparatoria, e non certo a “rallentare e voltarsi per vedere che cosa accade”, come se fosse un qualunque spettatore di cinema”. Appunto: chiunque conosca la storia dei servizi segreti. Mazzucco non la conosce, altrimenti saprebbe che le procedure di sicurezza (compreso il comportamento dell’autista di un’auto presidenziale) sono state rivoluzionate dopo l’assassinio Kennedy, proprio per tentare di scongiurare altri avvenimenti simili. La procedura standard in vigore il 22 novembre 1963 è stata quella descritta e seguita dall’agente Greer nella sua testimonianza. E il povero agente ebbe sempre il rimorso per non aver reagito con un attimo di anticipo: quella breve esitazione per girarsi e cercare di capire cosa stesse capitando (sulle prime, disse Greer, il colpo gli era parso essere uno degli ‘scoppi’ delle motociclette della polizia) facilitò l’attentato a Oswald.
Non è vero. Sangue e materia cerebrale vengono proiettati davanti, di lato (e infatti verranno ritrovati frammenti di ossa e cervello e schizzi di sangue nell’automobile), in alto, e solo successivamente indietro (in quest’ultima direzione, sostanzialmente, per tre ragioni: perché la testa di Kennedy subisce un violento movimento, perché l’auto sta procedendo, perché un forte vento sta spirando lateralmente, tanto che a essere investito dalla ‘nuvola’ è il motociclista alla sinistra della Limousine, Bobby Hargis). A partire dal sesto minuto del filmato sottostante, tratto dal documentario JFK, inside the target car si può verificare come la materia cerebrale di Kennedy si diffonda ‘a rosa’. Non all’indietro. L’intero documentario, peraltro, ha ricreato le condizioni dell’assassinio e ha dimostrato la plausibilità dell’impresa di Oswald: spari neanche tanto complicati, da distanza ravvicinata, che si sono risolti in una serie di ferite del tutto simili a quelle inferte da Lee Oswald.
La verità, pur con qualche imprecisione, è quella sostenuta da Polidoro: sarebbe stato sufficiente un minimo di documentazione per verificarlo. Che Oswald fosse stato trovato “seduto alla cafeteria del secondo piano che sorseggiava tranquillamente una Coca Cola” è una invenzione plateale. L’agente di polizia Marrion Baker (che, giova dirlo, si precipita spontaneamente all’interno del Depository perché è da lì che aveva sentito arrivare gli spari ma viene considerato ‘buono’ dai complottisti perché, a loro dire, avvalora l’ipotesi di Oswald innocente) arriva al secondo piano del deposito accompagnato dal responsabile del personale, il signor Roy Truly. Basta leggere ciò che racconta Baker: Oswald era in piedi, non seduto. Camminava in direzione opposta ai due. In mano non aveva niente. Baker lo intravede, apre la porta del secondo piano e lo chiama. Oswald si gira, si trova una pistola puntata contro e non fa una piega, ubbidisce all’agente e gli va incontro. Baker, intanto, chiede a Truly: “Conosce quest’uomo, lavora qui?”. Truly dice di sì. Baker, istintivamente, ritiene che il fatto che Oswald sia un impiegato lo renda estraneo ai fatti (un pensiero che, nella concitazione, è anche comprensibile) e continua a salire i gradini del deposito, lasciando libero Oswald di andarsene. Fine della storia.
Ciò che, al più, si può imputare a Polidoro è di aver sintetizzato eccessivamente: in effetti il fucile non era appoggiato sotto la finestra del sesto piano. C’erano, per terra, le tre cartucce sparate da Oswald, mentre il fucile era effettivamente nascosto sotto una pila di scatoloni sull’altro lato del sesto piano. Comunque era e rimaneva il fucile di Oswald. Tuttavia è clamorosa l’affermazione per cui “questo avvenne soltanto dopo che un primo fucile, un Mauser, fu trovato in una situazioni (sic) simile dagli agenti della Polizia di Dallas”. La presunta vicenda del ritrovamento di un secondo fucile è già stata analizzata e chiarita per tutti coloro che amano documentare minimamente le proprie affermazioni. L’equivoco, ingigantito dalla straordinaria somiglianza tra il Mauser 7.65 e il Carcano (che è un Mauser modificato), nasce dalle parole del vicesceriffo Roger Craig e dell’agente Weitzman. Ma è sufficiente ricostruire, con l’uso di documenti, la vicenda per rendersi conto che l’unico fucile presente al sesto piano era quello di Oswald. Stupisce, semmai, che Mazzucco pretenda di essere riconosciuto come serio interlocutore sul caso Kennedy quando ‘spara’ affermazioni del tutto prive di riscontri spacciandole per verità e accusando altri di mentire scientemente.
Questa è davvero clamorosa. Mazzucco, sprezzante del pericolo di figuracce, contesta a Polidoro questa frase (“Alle 12.45 l’edificio viene perquisito e i dipendenti radunati in una stanza. Manca solo Oswald”), e la commenta così: “Certo, essendosi ‘dimenticato’ di dire che Oswald aveva chiesto il permesso di andare a casa, ora Polidoro ci fa sembrare che Oswald ‘manchi’ come se fosse scappato. Ma come sono bravi, questi signori del CICAP, a distorcere a loro favore persino i fatti più arcinoti (sic!!)“.
Ora: al netto della prodezze grammaticali, l’affermazione di Mazzucco è stupefacente e andrebbe, semmai, rivolta a lui medesimo. Difatti mai nessuno, nemmeno i ‘ricercatori’ più fantasiosi, aveva mai avanzato questa ipotesi. Cioè che Oswald avesse chiesto a Roy Truly il permesso di allontanarsi. Mai, in quasi 48 anni, si era scoperto un episodio tanto clamoroso, eppure Mazzucco lo sventola come fatto notorio! Dove avrà mai appreso che Truly, o chi per lui, avesse incontrato Oswald concedendogli il permesso di ‘andare a casa’? Sarebbe utilissimo saperlo, costituendo un elemento non di secondo piano nello studio sull’assassinio. Restiamo in attesa della fonte.
Già nel corso della puntata di Matrix di fine 2009, peraltro, Mazzucco aveva sostenuto questa assurda circostanza. Forse ricorda (e molto male) un’obiezione di alcuni ricercatori statunitensi, che avevano mostrato come Oswald non fosse l’unico dipendente assente dal deposito dopo l’attentato. Vero, ma la differenza stava proprio in questo: gli altri lavoratori avevano chiesto preventivamente un regolare permesso di lavoro per assentarsi del deposito quel giorno per intero, o solo per mezza giornata. Oswald, invece, no. Era regolarmente al lavoro dalla prima mattinata ma, dopo la pausa pranzo, non si fece più vedere: si allontanò dalla piazza senza permesso alcuno dopo gli spari, approfittando del caos, e tornò a casa sua. Il resto della storia lo conosciamo.
Mazzucco attacca Polidoro anche sul metodo: “Sig. Polidoro, perché ha trascurato di dire che nelle famose “25.000 interviste” la Commissione Warren non volle includere nemmeno una delle tantissime testimonianze che contraddicevano apertamente la versione ufficiale? Davvero lei non ha mai visto il film “Rush to Judgment” di Mark Lane, che da solo ne raccoglie almeno una cinquantina?”
Chi dovrebbe documentarsi è proprio Mazzucco. Prima di tutto Mark Lane non mostra “almeno una cinquantina” di interviste nel suo film. Non sono neanche la metà. Ma poi la stragrande maggioranza dei testi di Lane (Zapruder, Tague, Brehm, Moorman, Hill, Bowers, Holland, Simmons e così via) sono stati sentiti dagli investigatori della commissione Warren e la loro testimonianza è a disposizione: ecco quelle di Zapruder, Tague, Brehm, Hill, Moorman (firmò un affidavit in cui raccontò cosa vide e cosa fotografò: ), Bowers, Holland, Simmons. E’ disponibie online l’elenco completo delle testimonianze, qui. Ci sono eccome testimonianze e voci discordanti con la ricostruzione che poi venne avallata: come in tutte le inchieste, capita di ascoltare dei testi ma di non prendere per buone le loro dichiarazioni, seppur rese in buona fede. I rarissimi casi di testi non sentiti e che avrebbero sconfessato il rapporto Warren fanno riferimento a situazioni molto particolari. Come quella di Aquilla Clemons, la signora che si offrì come testimone dell’assassinio Tippit dopo la pubblicazione del rapporto Warren. La quasi totalità dei ‘discordanti’ continuò a essere tale: Lee Bowers sostenne le sue tesi, così fece S.M. Holland; Jean Hill cambiò versione una decina di volte nel corso degli anni e visse sulla fama di ‘testimone più vicina ai fatti’ raccontando inverosimili e incompatibili scenari di assassinio.
Aste macabre
Posted on | dicembre 1, 2010 | No Comments
La società di pompe funebri che si occupò dei funerali di Lee Harvey Oswald nel 1981 ha messo all’asta la bara che custodì il corpo dell’assassino di Kennedy dal 1963 al 1981, anno in cui la vedova di Lee, Marina Oswald Porter, si convinse dell’esistenza di un complotto ai danni dell’ex marito e ottenne l’esumazione del cadavere, convinta che quel feretro non contenesse il corpo di Oswald. L’esame sulle spoglie di Oswald stabilì senza possibilità di errore che il corpo fosse proprio quello dell’attentatore di Kennedy. Il cadavere di Oswald fu, poi, sistemato in un’altra bara e tumulato nuovamente nello Shannon Rose Hill Memorial Park di Fort Worth, Dallas.
Un tragico weekend di pazzia
Posted on | novembre 20, 2010 | No Comments
History Channel sta trasmettendo, con parecchi mesi di ritardo sul canale statunitense e dopo una ‘prima’ italiana in estate al Roma Fiction Fest, il documentario JFK, Three shots that changed America.
Un orologio scandisce il tempo che separa dall’attentato in Dealey Plaza e si entra lentamente nell’atmosfera della visita presidenziale: si mostra un’intervista al sindaco di Dallas Earle Cabell (con fuorionda per una ‘papera’ del giornalista), in cui gli si chiede conto delle recenti contestazioni rivolte all’ambasciatore delle Nazioni Unite Adlai Stevenson. E le immagini passano sull’episodio, con Stevenson centrato in testa da un manifesto mentre un uomo gli sputa addosso. “Potrebbero anche esserci dei picchetti, alcuni di rappresentanti dell’estrema destra e altri forse dell’estrema sinistra; tuttavia, onestamente, non abbiamo notato alcun problema”. Anche il capo del distretto Jesse Curry, che di lì a poche ore diventerà famoso in tutto il mondo, assicura che non succederà niente di simile durante la visita di Kennedy.
Lunghe carrellate e interviste al pubblico in attesa di JFK introducono l’atterraggio dell’Air Force One all’aeroporto di Love Field, dopodiché si passa alla copertura televisiva, da parte dell’emittente WPAB, della colazione presidenziale nella Grand Ballroom dell’Hotel Texas a Fort Worth. Un coro di voci bianche intona l’inno nazionale texano.
Mentre si attende l’atterraggio del volo è interessante seguire, da riprese amatoriali, la preparazione del corteo. Così come si vede Kennedy violare tutte le procedure di sicurezza: non se la sente di lasciare la folla nell’aeroporto senza salutarla. Così fa la moglie Jacqueline, accolta con particolare calore dalle donne. La fase dell’assassinio ricalca piuttosto fedelmente The Lost JFK Tapes, con la stessa scelta di non mostrare le immagini arcinote di Abraham Zapruder ma il prima e il dopo, dedicando particolare attenzione per ciò che accade fuori dal pronto soccorso del Parkland Hospital.
Decisamente interessante è la ‘caccia all’assassino’: vengono mostrati video filmati dalla polizia, direttamente da alcune loro gazzelle, con l’audio originale delle comunicazioni (dispacci) della centrale di Dallas, che dà una prima, sommaria descrizione del cecchino basata su quel poco o nulla che si può essere visto dalla Dealey Plaza. Si cerca un tizio di circa trent’anni, magro, sul metro e ottanta, circa 75 chili (Lee Oswald rispondeva a queste caratteristiche, circostanza che fu ritenuta ‘sospetta’ dai teorici del complotto perché nessuno ebbe la possibilità di studiare con attenzione Oswald alla finestra del deposito dei libri, al più ci fu chi gli rivolse un’occhiata casuale). Alla chiamata risponde anche l’agente Tippit, che è lontano dal luogo della sparatoria (eppure, di lì a poco, verrà ucciso da Lee Oswald). Si può riascoltare la voce di Domingo Benavides, l’uomo che assistette all’esecuzione del poliziotto e usò la sua radio per avvertire la polizia dell’assassinio appena avvenuto. I filmati, dilettantistici e non, delle prime ore dopo l’attentato si mescolano agli studi televisivi che commentano la morte di Kennedy, la cui certezza si fa strada col passare del tempo.
L’atmosfera si fa cupa e rallenta, dopo l’allegra vivacità della prima parte e la concitazione nell’immediatezza degli spari. Viene mostrato uno spezzone della conferenza stampa dei medici di Dallas, che provano a dare una prima spiegazione sulla dinamica dei fatti. In particolare si ripropone il dottor Robert Shaw, ottimista sulle possibilità di recupero del governatore Connally. Secondo Shaw “la sensazione è che, siccome Connally era seduto ed è stato colpito da dietro, il tutto (cioè le cinque ferite sul corpo del governatore) sia stato causato da un solo proiettile”. Il documentario avvicina le esequie del presidente alternando immagini di Washington, dove la salma di JFK è rientrata, alle riprese fatte nei corridoi della stazione di polizia di Dallas, dove è ancora detenuto Oswald. Passa il fucile, passa Oswald. Soprattutto si può ascoltare l’audio dei cronisti, che poco a poco costruiscono con precisione le informazioni: sul nome del sospetto, sul nome e sul calibro del fucile. All’inizio gli errori e le imprecisioni si accavallano, e tutto ciò costituirà la materia per
creare le più disparate teorie della cospirazione). Un raro filmato dell’affittacamere di Oswald, Earlene Roberts, ci mostra una signora piuttosto avanti con gli anni che racconta il passaggio a casa di Oswald tra l’assassinio di Kennedy e quello di Tippit. Il capo del dipartimento di polizia Jesse Curry non riesce a contenere l’assalto dei cronisti, che fumano, bevono caffè, si addormentano nelle stanze del distretto di polizia. Curry si confonde, dà informazioni imprecise, si corregge, è ostaggio dei microfoni che lo assediano non appena prova a uscire dalla sala interrogatori. Il caos di quelle ore, con fuga di notizie non controllate, è palese. Il documentario si chiude con le immagini in contemporanea del feretro del presidente che lascia la Casa Bianca per l’ultima volta mentre Oswald, appena colpito da Jack Ruby durante il trasferimento dalla stazione al carcere della contea, viene portato al Parkland Hospital. Uno spettatore viene intervistato da un cameraman: crede che, alla fine, abbia soltanto avuto ciò che meritava.
In definitiva il lavoro di Seth Skundrick e Nicole Rittenmeyer presenta somiglianze evidenti con i lost tapes di Tom Jennings. La tecnica dell’orologio che scandisce il tempo è la medesima che i due hanno utilizzato per l’altro loro lavoro di un certo rilievo, 102 minutes that changed America, dedicato agli attentati dell’11 settembre 2001. E asseconda la new wave dei lavori dedicati al caso Kennedy: stop alle ricostruzioni del crimine, spazio alla rievocazione il più possibile vicina al succedersi degli eventi: per vivere il panico di quelle ore e, forse, capire senza il bisogno di prove balistiche che il tutto fu un tragico weekend di pazzia umana, non certo un colpo di Stato senza mandanti e senza esecutori.
Del resto, pur senza essere palese la presa di posizione, la scelta dei registi sottende una verità: vi raccontiamo quello che accadde da venerdì 22 a domenica 24 novembre proprio perché non c’è niente da raccontare prima, niente da spiegare dopo.
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Three shots that changed America
Posted on | ottobre 21, 2010 | 1 Comment
A fine novembre, per il 47esimo anniversario dell’assassinio del presidente Kennedy, History Channel trasmetterà un lavoro già presentato in Italia al Roma Fiction Fest, dal titolo JFK, three shots that changed America. Il documentario è stato realizzato da Seth Skundrick e da Nicole Rittenmeyer nel 2009 per la New Animal Productions, la casa che – sulla stessa traccia – ha presentato 102 minutes that changed America, dedicato agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Così come nel recente The Lost JFK Tapes non ci sono ricostruzioni dell’assassinio né tentativi di escludere o includere colpevoli, soltanto una raccolta del materiale girato in quelle ore, montata al ritmo di un orologio che scandisce il tempo mancante agli spari in Dealey Plaza.
johnkennedy.it vi presenterà il lavoro prima della messa in onda su Sky.
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