Il Carcano di Pistoia: come si costruisce un mistero

Un fucile dal nome illustre, l’omicidio di Kennedy, la parola “Warren” e tanta fantasia: ecco come si costruisce un altro “mistero sul caso Kennedy”. Eppure sarebbe bastato un serio lavoro da cronisti per chiarire le cose: Diego Verdegiglio lo ha fatto per conto del Cicap. Questo è il resoconto.

L’undici luglio 2017 un “lancio” dell’ANSA, poi ripreso e rimaneggiato con titoli altisonanti da quotidiani e settimanali nazionali, “rivelava” che nella ex fabbrica militare di armi a Campo Tizzoro (Pistoia) l’architetto Gianluca Iori avrebbe rinvenuto un fucile Mannlicher Carcano 91/38 calibro 6,5 simile a quello che aveva ucciso John Kennedy a Dallas. Ecco il testo esatto. 

“Il fucile Carcano 91/38 con cui Oswald sparò al presidente John Kennedy il 22 novembre 1963 a Dallas è custodito negli Usa. Ma il ritrovamento di un fucile analogo, un anno fa in un capannone della ex fabbrica di munizioni SMI (Società Metallurgica Italiana) di Campo Tizzoro, sulla montagna pistoiese – vicenda emersa ora sulla stampa – ha aperto un caso se non un mistero. Perché quell’arma, disattivata e arrugginita, è stata trovata avvolta in una busta SMI con un cartellino con scritto C. Warren, ovvero il nome della prima commissione che indagò sul delitto Kennedy, insieme ad alcuni documenti. Tutto era in un armadio metallico, acquistato, come il resto del materiale dell’archivio difesa della SMI, cinque anni fa all’asta per cinquemila euro, dopo che il relativo ramo dell’azienda era stato ceduto al pubblico. La scoperta è stata fatta da Gianluca Iori, architetto e direttore dell’Istituto di Ricerche Storiche e Archeologiche di Pistoia, a cui si deve il progetto, poi realizzato, del museo della SMI a Campo Tizzoro, in onore della stessa fabbrica e della famiglia Orlando che ne fu proprietaria. Iori considera già di per sé eccezionali i documenti rinvenuti, ora custoditi in cassaforte. Quanto al fucile azzarda più ipotesi, in attesa di scoprirne di più: da quella che sia finito nell’armadio per caso, che possa essere il secondo fucile che sparò a Kennedy, o che sia stata un’arma lasciata a Campo Tizzoro dalla commissione Warren per prove balistiche. Visita che era nota: risale al 1966, quando arrivarono investigatori della Cia per alcune verifiche in quanto due delle tre pallottole esplose da Hoswald (sic), oltre a un caricatore, erano state prodotte a Campo Tizzoro: a quei tempi la SMI era la principale ditta di munizioni in ambito NATO”.

[Intervista filmata di Andrea Lattanzi per Repubblica TV]

Come mi ha specificato Iori, l’arma, piuttosto deteriorata, era quindi contenuta in un armadio nel quale vi erano altre scartoffie alla rinfusa. Anche se Iori si è limitato a gettare lì un’ipotesi, i giornalisti non hanno perso tempo in verifiche e hanno sparato titoloni del tipo “Trovato a Pistoia il vero fucile che uccise Kennedy”. La Nazione del 10 luglio titola, infatti: “Ecco il fucile che ammazzò JFK. Scovato in un museo a Pistoia

Poiché mi occupo del caso Kennedy da molti decenni, ho voluto vederci chiaro: ho scritto all’architetto Iori e ai giornalisti del quotidiano La Repubblica – Edizione di Firenze che lo hanno intervistato. Esaminiamo i punti di questo “eccezionale ritrovamento”. A meno di non smentire i giornalisti della carta stampata che lo hanno intervistato – lui sostiene che ci hanno un po’ “ricamato” sopra – Iori sostiene alcune cose che mi ha chiarito nelle risposte datemi via email:

  1. Domanda: Architetto Iori, Lei ha trovato a Campo Tizzoro un Mannlicher Carcano 91/38 cal. 6,5 privo di ottica.

  2. Risposta Iori: Sì. Durante un convegno sull’assassinio di Kennedy all’Abetone, il 23 novembre 2016, mi sono ricordato di come l’ho rinvenuto e lo scatolone di documenti contenuto nell’armadio, alla rinfusa. Sono andato a darci un’occhiata sommaria ed è comparsa la busta con la scritta “C. Warren” immersa in altra documentazione più variegata, di tutto un po’. Solo in quell’occasione ho ricollegato la busta al fucile. Certo concorderà con me che un fucile analogo quello che ha ucciso Kennedy insieme alle note alla direzione sul sopralluogo dei rappresentati della Commissione fa riflettere.

  3. Domanda: Come mai lei ha ricollegato una busta gialla con la scritta “C. Warren”, gettata alla rinfusa in scatoloni, con la Commissione che indagò sull’assassinio del Presidente?

  4. Risposta Iori: La busta ha la scritta 66/4. Cosa vuol dire? 1966 Aprile o collocazione 66/4? Tenga presente che quando ho acquisito tutto il materiale, esposto poi in parte al Museo, tutto era stato gettato in un capannone per il macero senza criterio, alla rinfusa, inclusa la documentazione della sede centrale di Firenze dove stava la ditta “Luigi Orlando”. Quindi, nel buttare via tutto, molto probabilmente nello svuotare i cassetti o gli scaffali, ci è finito un po’ di tutto, inclusa una foto datata 1967 e quattro del 1944 denominate “bombardamento Campo Tizzoro”: strano, mai bombardata la fabbrica, altro mistero.

  5. Domanda: Quindi la scritta “C. Warren” potrebbe anche solo significare Charles Warren oppure Carl, Calvin, Christopher, Christian, Clay, Clint o Colin Warren, o anche un nome proprio femminile. Il cognome Warren è uno dei cento più diffusi in Nordamerica (si veda a tale proposito il sito www.utelio.it/cognomi-americani.php). Potrebbe essere stato un cliente o un consulente americano della ditta. In pratica la busta da Lei rinvenuta non avrebbe alcun rapporto né col fucile né con la Commissione Warren e Lei infatti ipotizza che le cifre 66/4 potrebbero essere numeri di catalogazione dei vecchi schedari, gettati alla rinfusa negli scatoloni. Anche perché, come Lei ben sa, la Commissione Warren finì i suoi lavori e si sciolse definitivamente nel 1964 e la CIA non aveva perciò alcuna ragione di indagare per la Commissione nel 1966. La foto del 1967 che ritrae una famiglia americana con dietro la scritta Rosenthal – anche questa da lei ritrovata nelle scartoffie gettate alla rinfusa e destinate al macero – potrebbe non avere assolutamente nulla a che vedere né con la CIA, l’FBI o il caso Kennedy. Ogni suo collegamento di questo tipo è – fino a prova contraria – del tutto arbitrario. Potrebbe trattarsi di un collezionista d’armi americano o di un collega americano di qualche funzionario della SMI. Potrebbe anche essere una qualunque foto di amici americani inviata a qualche dirigente della fabbrica tre anni dopo la fine delle indagini della Commissione. Per quanto riguarda i bombardamenti del 1944, ce ne furono nelle zone immediatamente limitrofe a Campo Tizzoro ed è forse a questi che si riferiscono le foto da lei rinvenute, come si specifica nel sito Regione Toscana-Speciali Storie e Memorie del ‘900: “L’avanzata alleata comportò nelle immediate vicinanze di San Marcello le consuete operazioni aeree di bombardamento, che coinvolsero in modo particolare il centro di Maresca, distrutto da ben tre bombardamenti (6, 9 e 10 settembre 1944) che causarono ventidue vittime civili. Il 26 settembre furono liberati Pracchia e i paesi del comune di San Marcello. Gli stabilimenti SMI a Campo Tizzoro vennero tenuti sotto controllo dai partigiani. A Maresca, in via Teso, sul fianco sinistro della chiesa c’è una lapide a ricordo dei bombardamenti”. Lei non chiarisce se il documento della direzione della fabbrica che ha rinvenuto riporti i nomi e le motivazioni degli agenti della CIA che avrebbero visitato in una data imprecisata gli stabilimenti di Campo Tizzoro. Venivano dagli USA o dall’Ambasciata di Roma? Qual era lo scopo del loro sopralluogo?

  6. Risposta Iori: Difficile pensare che ci sia una mano sola dietro a quel delitto. Sono stati scritti fiumi di inchiostro. Certo venire fino qui dagli Usa… Va capito se era di rito per le verifiche del caso oppure avevano un altro motivo. Per le altre considerazioni CIA o FBI, mi sto molto preoccupando specie per la prima. Ho messo al sicuro in cassaforte la lettera ritrovata. Come autore del Museo per me conta di più la busta e non il fucile, che secondo me – che lo riguardo tutti i giorni – mi pare proprio più finito li per caso più che per motivi della Commissione. Ma comunque rappresenta un bel pezzo di storia, importante per Campo Tizzoro.

  7. Domanda: A parte il suo pregiudizio complottista (“difficile pensare…”), lei ora in qualche modo fa prudentemente marcia indietro sulle affermazioni che le sarebbero state attribuite dai giornalisti (“Questo è il vero fucile o il secondo fucile che uccise Kennedy; lo ha portato qui la CIA; il fucile custodito in USA non è quello del delitto; la CIA eseguì prove di tiro [mai accertate] a Campo Tizzoro per il delitto Kennedy ecc). Lei propende ora per l’assoluta casualità della presenza di quell’arma disattivata nell’armadio pieno di scartoffie da lei frugato. Tuttavia la famosa lettera della Direzione – composta da due fogli – resta nella Sua cassaforte e non è consultabile…

  8. Risposta Iori: Io sono della filosofia di fare vedere toccare e mettere a disposizione degli studiosi tutto. Per le altre considerazioni su CIA o FBI, mi sto molto preoccupando, specie per la prima. Ora, con questo lancio dei mezzi di comunicazione pericoloso, mi tocca aspettare altri tempi e risorse per farlo.

  9. Domanda: Bene, aspetteremo che lei si decida un giorno a rivelarne il contenuto. Torniamo all’arma da lei rinvenuta. Nel convegno dell’Abetone del 2016 al quale abbiamo già accennato lei disse che l’arma fotografata a Dallas dopo il delitto aveva una cinghia non regolare. Ma questa è una cosa nota dal 1963. Ecco quanto dice il Rapporto Warren (ed. italiana Rizzoli, 1964, pag. 85): “L’arma ha anche una tracolla formata da due strisce di cuoio. La cinghia non è una normale cinghia da fucile, ma sembra piuttosto la cinghia di uno strumento musicale o di una valigia o di una custodia di macchina fotografica”. Quindi si sapeva già che la cinghia non fosse regolamentare, non è stata una sua scoperta.

  10. Risposta: Al giornalista che mi ha poi richiesto informazioni più dettagliate sull’arma ho aggiunto nella spiegazione che la cinghia non era originale… Anche questo argomento fu trattato nel convegno, e ho fatto riferimento al fatto che ad occhio vedo bene che la cinghia del fucile dell’assassino non era quella originale.

  11. Conclusioni:

Lei nell’intervista alla giornalista Laura Montanari de La Repubblica – Firenze dell’11.7.07 – almeno che lei non la smentisca – afferma che la Commissione Warren inviò agenti CIA in Italia per una prova balistica (di cui a oggi non esistono prove) col vero fucile di Dallas e dice che nelle foto di Oswald il suo fucile è privo di mirino ottico. Azzarda poi una sua ipotesi (anche questa fino a oggi non suffragata da nessuna prova) secondo la quale il fucile di Campo Tizzoro sarebbe stato volutamente dimenticato in Italia dalla CIA “per incolpare solo il fucile di Oswald”.

Sempre nell’intervista ad Andrea Lattanzi e a Laura Montanari (La Repubblica, Firenze, 11.7.017) lei dice: “Sappiamo che il fucile che si vede nelle foto fatte a Oswald prima del delitto non è quello recuperato sul luogo dell’omicidio del presidente, perché non ha il puntatore giapponese. Nella foto si vede una tracolla modificata, l’originale di fabbrica non ne aveva una simile. Invece quello che è stato lasciato qui, sì”. Invece tutte le indagini sul fucile e sulle foto di Oswald concordano sul fatto che quelle foto non erano false e che Oswald nelle immagini imbracciava il fucile con mirino telescopico di fabbricazione giapponese ritrovato poi nel magazzino di libri da cui sparò a Kennedy (Rapporto Warren, Rizzoli, 1964, pag. 116). Quindi l’arma ritrovata sul luogo del delitto era solo quella di Oswald.

Nella sua intervista lei lascia balenare l’ipotesi fantasiosa che il fucile da lei ritrovato sia quello che uccise davvero il presidente. Sappiamo invece, da accurate e diverse indagini balistiche, che la vera arma che uccise Kennedy è oggi negli Archivi Nazionali ad Arlington (Virginia) insieme ai tre bossoli ritrovati e ai frammenti estratti dai corpi di Connally, di Kennedy e dall’auto. Quei bossoli e quei frammenti provengono solo e senza dubbio alcuno dal fucile di Oswald, a esclusione di ogni altra arma (Rapporto Warren, Rizzoli, 1964, pag. 86), né furono rinvenuti bossoli o palle sparati quel giorno da altre armi.

Lei, sempre nell’intervista sopra citata a La Nazione, sostiene che nel garage dei coniugi Paine, dove Oswald custodiva il suo fucile, sia stato trovato un caricatore SMI italiano. Ignorando io questa circostanza, le sarei molto grato se mi citasse la fonte di tale informazione, che a me non risulta.

Nella medesima intervista lei dice: “Se il caricatore dell’arma che uccise Kennedy è sicuramente di produzione SMI, il proiettile letale non è invece stato realizzato in Italia. Le nostre munizioni, infatti, erano magnetiche, mentre quella che risultò fatale al presidente americano no. Oswald quella mattina caricò il fucile con tre proiettili, due magnetici SMI e uno di produzione statunitense. La storia volle che il proiettile decisivo fosse proprio quello americano”. Quanto lei afferma non è vero e mi è stato infatti smentito dallo stesso studioso d’armi e perito balistico che lei ha utilizzato nel 2016 per il convegno all’Abetone, il dottor Francesco Vecchio. Infatti tutti i proiettili calibro 6,5 esplosi a Dallas col fucile di Oswald erano stati prodotti dalla Western Cartridge di East Alton, Illinois (Rapporto Warren, Rizzoli, 1964, pag. 166).

Rispondendo a Montanari e Lattanzi, lei aggiunge: “C’è un particolare però interessante: qualche giorno prima [in realtà sette mesi prima] dell’attentato, Oswald viene fotografato dalla moglie mentre imbraccia un fucile. Sappiamo che non è quello recuperato sul luogo dell’omicidio al presidente perché non ha il puntatore giapponese. Nella foto si vede una tracolla modificata, l’originale di fabbrica non ne aveva una simile. Invece quello che è stato lasciato qui, sì… Quindi si potrebbe immaginare, ma è soltanto una mia ipotesi, che l’arma della foto di Oswald possa essere la stessa che abbiamo qui e diventare così il secondo fucile che ha sparato a Kennedy”. Ho già confutato sopra queste sue ipotesi, del tutto prive di fondamento.

Concludo dicendo che come autore di un “colpaccio” mediatico, basato su fantasiose supposizioni, l’architetto Iori è stato davvero molto abile e siamo certi che il suo Museo di Campo Tizzoro ne guadagnerà in popolarità. Preoccupa invece la scarsa accuratezza di chi pubblica titoli strillati su notizie che non hanno il minimo fondamento. Ma lo sappiamo: “E’ la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente”.

(Indagine di Diego Verdegiglio)

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