JFK, le ultime 24 ore

Negli Stati Uniti è uscito nel 2013 con il titolo di JFK  – The final hours, ed è uno splendido documentario “intimo” sull’assassinio di Kennedy. Ha una peculiarità che lo rende unico: si occupa di quel tragico 22 novembre 1963 e del presidente Kennedy eppure riserva alla sparatoria un paio di minuti, non di più. Ma non per questo non appassionerà chi conosce il caso ed è attirato dalla storia di JFK, anzi.

 

In Italia il documentario è stato tradotto e trasmesso da Nat Geo Tv, visibile solo sul pacchetto Sky e si è quindi “persa” la voce narrante statunitense, prestata dal celebre attore Bill Paxton, purtroppo scomparso all’inizio del 2017. Alcune parti sono davvero straordinarie, come quella in cui viene mostrata la visita del presidente in un centro medico della Aerospace Medical Division di San Antonio, dove alcuni studenti volontari si stavano sottoponendo a un esperimento in una camera ipobarica. Tra le testimonianze, quelle di ragazzi immortalati nel corso delle uscite pubbliche di Kennedy in quelle ultime 24 ore; particolarmente toccante il contributo di Clint Hill, l’agente di sicurezza che conosceva profondamente sia il presidente sia Jacqueline e che, al di là della tragica corsa sull’auto presidenziale dopo gli spari, offre una testimonianza dalla quale si ricava una prospettiva umana di quella tragedia, non artefatta e travisata come per tanto tempo è stata offerta al pubblico.

La visita di Kennedy alla base aerospaziale durante l’esperimento con la camera ipobarica

Pur essendo parte delle istituzioni, e non di rado accusato di aver fatto parte del complotto, Hill mostra – a chi è pronto ad accogliere e accettare le cose per come veramente andarono, senza pre-giudizi – un sunto di quelle ultime ore dal quale si può meglio comprendere il susseguirsi dei fatti. E, soprattutto, al di là delle preoccupazioni per la sicurezza di JFK in uno Stato che politicamente lo avversava anche pesantemente, il clima sereno della spedizione presidenziale, che non si aspettava un’accoglienza così calorosa: mai un fischio, una contestazione pubblica, solo applausi e calore.
«Non votavamo neanche per lui» dice Cornelia Friedman, moglie dell’allora sindaco di For Worth, che a 50 anni di distanza dai fatti ricorda ancora (e i girati del tempo lo confermano, mentre racconta) che Kennedy notò i suoi orecchini triangolari e le fece i complimenti. Erano quasi tutti repubblicani, da quelle parti, eppure anche lei non ha problemi ad ammettere che John e Jackie avevano conquistato tutti con il loro carisma, il loro charme e la capacità di coinvolgere tutti nel sogno americano. Tra i personaggi notevoli ritrovati dal documentario del regista Erik Nelson c’è Buell Frazier, il vicino di casa di Oswald che accompagnò l’assassino al lavoro, presso il deposito dei libri, la mattina del 22 novembre. Ancora oggi, Frazier sembra considerarsi in qualche modo responsabile per non essersi accorto che quel pacco lungo, buttato da Oswald sul sedile posteriore della sua automobile, non erano “aste per le tende” come dettogli dal collega impiegato al deposito, ma era l’involucro del fucile con il quale Oswald avrebbe ammazzato, poche ore dopo, il presidente degli Stati Uniti.

 

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