Copia carbone: l’inchiesta Plumley

Ho (finalmente) visto per intero The day the dream died, Il giorno in cui morì il sogno, il documentario realizzato da Chris Plumley nel 1988 e reso celebre da Channel 4 nonché, qualche anno dopo in Italia, da Giovanni Minoli, in due diverse puntate del suo format Mixer. Del programma di Minoli, della quantità e del peso degli errori di quelle due puntate johnkennedy.it si è già occupato qui. Quello che non mi era chiaro, già nei primi anni Novanta, era quanto l’inchiesta di Plumley coincidesse con quella di Mixer: Minoli, difatti, cita solo un paio di volte Plumley nel corso delle puntate e lo definisce, genericamente, “testimone e autore della ricerca”. Plumley risulta, a tutt’oggi, nella lista degli autori della casa indipendente RiceNpeas.

Chris Plumley in una fotografia del 2012
Chris Plumley in una fotografia del 2012

Ebbene, la puntata di Mixer è invece la copia esatta di The day the dream died. Le parole di Minoli, quando interrompe il filmato per rientrare in studio tra uno spezzone e l’altro, sono le stesse utilizzate da Plumley nel documentario originale. Insomma, d’accordo che la Rai comprò il lavoro di Plumley ottenendo il diritto di riproporlo in Italia pari pari: siccome è stato utilizzato fino al midollo, però, sarebbe allora stato più coerente trasmetterlo con una mera traduzione inglese-italiano, non ‘adattarlo’ a Mixer senza che lo spettatore avesse contezza di quanto fosse farina del sacco della redazione di Minoli e quanto, invece, arrivasse dal documentario acquistato. Posso affermare, a lavoro visionato, che i contenuti appartengono al 100% a Plumley. E così tutti gli errori, quasi mai giustificabili nonostante gli anni anni trascorsi dall’inchiesta, concepita in un periodo nel quale le indagini non potevano disporre delle tecnologie che hanno reso il lavoro dei ricercaatori molto più semplice. Ecco, sono trascorsi tanti, forse troppi anni da quelle trasmissioni, però so per esperienza (conservo qualche centinaio di lettere al riguardo) che buona parte del pubblico italiano si è formato, negli anni Ottanta e Novanta, un’opinione sul caso Kennedy proprio con questa inchiesta di Chris Plumley trasmessa da Minoli (e, chiaramente, con il film di Oliver Stone, pure quello peraltro debitore confesso di Plumley). Su YouTube è reperibile l’intero documentario: se volete lo ripercorriamo insieme, fermandoci sui punti salienti.

Plumley nell'inchiesta del 1988
Plumley nell’inchiesta del 1988

Le dieci domande. Plumley comincia male, facendo pensare a un’inchiesta non solo preconcetta ma anche disinformata. Perché si fa, e ci fa, delle domande le cui premesse sono tutt’altro che certe. “La bara di Kennedy arrivata a Washington era incontestabilmente vuota, perché?”, o “Cosa ebbe da guadagnare Lyndon Johnson dalla morte di Kennedy”? Per fortuna Plumley apparirà partigiano, sì, ma non così sprovveduto nel resto del lavoro.

– Mary Ferrell e la presunta scoperta, con Gary Mack  e il fotografo Robert Groden (che Minoli chiama “Grod”), della colonna sonora dell’assassinio. Di Gary Mack è opportuno ricordare che, dopo anni di cieco complottismo – tanto che il curioso disco 45 giri con l’audio degli spari, del quale parliamo fra poco, fu promosso e venduto proprio da Mack negli anni Settanta – si è ravveduto. Oggi Mack dirige il Sixth Floor Museum con un atteggiamento finalmente serio ed equilibrato sulla vicenda). Purtroppo la vicenda dell’audio della sparatoria è un falso spacciato per verità. Vero è solo che un agente del seguito di Kennedy aveva lasciato inserito il segnale radio della sua motocicletta e che, quindi, la centrale di Dallas registrò una “colonna sonora” del suo passaggio in Houston ed Elm Street. Ed è vero che la registrazione venne presa in considerazione dalla seconda grande inchiesta ufficiale sull’assassinio, quella dell’HSCA, circostanza che portò la commissione, ormai a fine lavoro, a inserire una conclusione su un complotto “probabile al 95%” solo in virtù di quel nastro. Però Plumley omette due circostanze decisive: la prima è che le detonazioni offerte nel suo documentario sono una riproduzione in studio, non quelle originali. Nell’originale si sentono solo dei fruscii (ascoltate la colonna sonora originale, rispetto a quella presentata da Plumley). La seconda risiede nel fatto – e Plumley non poteva non saperlo – che H.B. McLain, il poliziotto motociclista che inavvertitamente registrò quei minuti, era troppo attardato per poter registrare davvero i supposti spari in Elm Street. Cosa che McLain ripeté anche sotto giuramento, ricordando che dopo gli spari accelerò a tutta, accendendo la sirena, per seguire l’auto del presidente. Eppure il nastro non registra né la sirena, né le urla del pubblico.

I filmati di Nix, Zapruder, Dorman mostrano peraltro con chiarezza la vera posizione di McLain, decisamente attardato rispetto a Kennedy e non in grado di registrare alcunché. Ma la prova più convincente fu scoperta per caso da uno

Orville O. Nix (1911-1972), spettatore del corteo che filmò l'attentato di fronte alla collinetta erbosa
Orville O. Nix (1911-1972), spettatore del corteo che filmò l’attentato di fronte alla collinetta erbosa

studente, Steve Barber, nel 1979. Barber aveva acquistato un disco, allegato alla rivista Gallery, che prometteva di svelare al grande pubblico la colonna sonora dell’assassinio. E si accorse, per caso, di una voce verso la fine della registrazione: “Hold everything secure”, diceva, cioè “Metti tutto al sicuro”. E sul secondo canale della polizia queste parole coincidevano esattamente con quelle dello sceriffo Bill Decker, che stava evidentemente commentando il post sparatoria: “Hold everything secure until the homicide and other investigators can get there”, cioè “…finché la omicidi e gli altri investigatori non arriveranno”. Queste parole furono pronunciate almeno un minuto dopo gli spari, e quindi quei “crac” che si sentivano nel Dictabelt, e che qualcuno volle interpretare come fucilate, non potevano essere legati ai presunti spari. L’Accademia delle Scienze corroborò la scoperta di Barber, in sostanza sbugiardando gli esperti che avevano prestato servizio per l’HSCA. Si tratta di una questione importante, perché la responsabilità di quella conclusione così avventata della Commissione arrivò esclusivamente in forza della scoperta di quel nastro audio, tanto che la stessa HSCA fu costretta ad ammettere che, nastro a parte, non esistevano altra prova o indizio della presenza di sparatori in Dealey Plaza che non fossero Lee Oswald.

James Tague, il terzo ferito di Dallas, non fu mai interrogato. Certo, non fu mai interrogato dalla CIA, come avrebbe voluto Plumley, perché la CIA non aveva giurisdizione sul caso Kennedy e non condusse alcuna indagine. Invece, al contrario di quanto affermato, fu ascoltato dall’FBI, che raccolse la sua testimonianza il 23 luglio 1964. (anche johnkennedy.it ha raggiunto e intervistato Tague).

Il vicesceriffo Buddy Walthers trova un proiettile e se lo mette in tasca. Questo vorrebbe suggerire che ci fu un quarto sparo occultato. La scena è documentata fotograficamente, tuttavia Plumley non informa il pubblico del fatto che Walthers dichiarò sempre di aver trovato non già un proiettile o un frammento di proiettile sul prato, ma un frammento osseo. E che il presunto proiettile che viene mostrato in un ingrandimento pare essere un oggetto appoggiato al terreno, circostanza non credibile nel caso di una palla sparata da un’arma da fuoco in direzione del corteo.

Orville Nix filma l’attentatore dal poggio erboso. Il regista Charlier lo identifica. Si tratta di un altro falso. Difatti il filmato di Orville Nix non inquadra alcun attentatore, solo un fumosissimo fondale di luci e ombre nel corso della rapida carrellata. Plumley – e con lui tutti i ricercatori che hanno sposato l’ipotesi del cosiddetto Badge Man – decidono di vedere un uomo che imbraccia un fucile sulla collinetta (Badge Man perché i più arditi sono riusciti a scorgere anche un distintivo appuntato al petto del killer). In realtà il fotogramma da cui si dovrebbe scorgere lo sparatore è questo. La sagoma mostrata da Plumley, invece, è una controfigura utilizzata da Charlier, sovrapposta al filmato di Nix. Non dirlo significa alterare scientemente le prove.

I dipendenti assenti. Plumley cerca di contraddire la commissione Warren affermando che, al contrario di ciò che si legge nel Rapporto, Lee Oswald non era l’unico dipendente assente dal deposito dopo gli spari. Vero. Quello che Plumley non dice è che gli altri lavoratori erano in permesso. Lee Oswald, invece, dopo la pausa pranzo delle 12 e 30 si allontanò dall’edificio senza chiedere alcuna autorizzazione.

Tre colpi in 5,6 secondi. La commissione Warren non sostenne mai che i tre colpi fossero stati sparati in soli 5,6 secondi. Risultò un lasso di tempo minimo di 5,6 secondi, massimo di circa otto. La ricostruzione della sparatoria non lascia dubbi: tre colpi in meno di otto secondi erano fattibili, tutt’altro che proibitivi.

Oswald incapace di tirare, Carcano arma innocua. Qui Plumley utilizza, come tutti i cospirazionisti del resto, una

Nelson Delgado, commilitone di Lee Oswald nei Marines
Nelson Delgado, commilitone di Lee Oswald nei Marines

battuta di un commilitone di Oswlad, Nelson Delgado, che disse davanti alla tv: “Per quello che ricordo, sparava molto male”. Eppure l’abilità di Oswald al tiro è comprovata, così come è assodato il fatto che i tre colpi sparati a Kennedy fossero facili e non, come fu ripetuto per decenni al pubblico, “tre tiri da record del mondo”. Plumley, poi, azzarda che il Carcano, il fucile di Oswald, fosse un’arma “innocua, umanitaria”. Un equivoco incredibile che, tuttavia, è circolato indisturbato per decenni, così come quello dell’arma di Oswald definita “fucile giocattolo”. Il Mannlicher Carcano è un’arma della seconda guerra mondiale, un’arma vera, capace di uccidere a chilometri di distanza, ben più dei sessanta-cento metri della sparatoria Kennedy. Umanitarie, in tragicamente ironico senso militare, erano le pallottole full metal jacket, rivestite in modo da trapassare e non creare le ferite devastanti che una palla frammentata causa nel passaggio attraverso un corpo. Per informarvi sulla questione delle capacità di Oswald e sulle caratteristiche del fucile di Oswald potete leggere qui.

– La conferenza stampa dei medici di Dallas. Un altro cavallo di battaglia per chi sostiene l’esistenza di un complotto. La tesi fa leva sulle prime dichiarazioni di un medico del pronto soccorso, Malcolm O. Perry, secondo cui la ferita alla

Il dottor Malcolm O. Perry (1929-2009)
Il dottor Malcolm O. Perry (1929-2009)

gola era in entrata, quindi Kennedy era stato colpito da davanti. In realtà Malcolm Perry disse, sì, che la ferita “poteva anche essere di entrata” ma, più nel dettaglio, solo in un secondo momento potè spiegare le sue affermazioni ‘a caldo’ che involontariamente, e in parte grazie all’opera di distorsione dei media, diedero carburante ai motori della cospirazione nella testimonianza che rese agli inquirenti. Da medico del pronto soccorso, infatti, non aveva né la preparazione né il compito (né il tempo) di stabilire tipo e natura delle ferite di Kennedy. La sua esperienza di ferite da arma da fuoco era prossima allo zero. La sua attenzione fu quasi del tutto assorbita dal tentativo di salvargli la vita, tanto che non solo ebbe l’impressione (rivelatasi poi errata) che il colpo alla gola fosse stato sparato da davanti, ma anche – circostanza che Plumley evita di citare – che quello stesso colpo fosse poi uscito dalla testa (cfr. la conferenza stampa integrale di Perry e del dottor Clark: a un certo punto i due ipotizzano che ci fosse un foro di entrata alla gola e di uscita alla testa, o in alternativa una ferita tangenziale alla sola testa con l’aggiunta di una ferita alla gola). Perry, invece, venne fatto passare per il giovane medico che dice la verità, ingenuamente, e poi viene richiamato all’ordine sotto minaccia dall’autorità e ritratta tutto. Anche per questo motivo decise, saggiamente, di non concedere più interviste per tutta la sua vita (Perry è spirato nel dicembre 2009).

 – La bara di Kennedy. Argomento conturbante. Plumley mostra la testimonianza di due infermieri e di un medico. Il primo infermiere e il dottore sono quelli che hanno soccorso Kennedy a Dallas. Il secondo infermiere, invece, è di quelli

Paul K. O'Connor (1941-2006), l'infermiere che rese più versioni sulle condizioni del cadavere di Kennedy
Paul K. O’Connor (1941-2006), l’infermiere che rese più versioni sulle condizioni del cadavere di Kennedy

che accolsero il feretro di Kennedy a Washington. Plumley afferma che, durante il viaggio dal Texas alla capitale, il corpo di Kennedy fu trafugato e reso oggetto di un macabro tentativo di operazione chirurgica per rendere le ferite compatibili con la tesi dell’unico assassino da dietro. Una boutade pittoresca che merita di essere smentita solo nella sua parte relativamente agganciata alla realtà, cioè le parole dei due infermieri. Anzi, di uno solo, di Paul O’ Connor (qui interrogato, dal minuto 4:39 del filmato, nel ‘processo televisivo’ intentato a Oswald nel 1986) il quale descrive una bara totalmente differente da quella in cui fu adagiato il corpo del presidente. Non ci sono altri indizi o prove di questa ‘seconda bara’ se non le sue parole. Invece ci sono le prove di un ricordo errato di O’ Connor, che spesso andò ripetendo che nel cranio di Kennedy non ci fosse più il cervello. Le immagini e  documenti dell’autopsia rivelano al contrario che il cervello di Kennedy, seppur gravemente danneggiato, c’era. Tanto che fu asportato e messo sotto formalina (e quando, anni dopo, sparì dagli Archivi Nazionali, paradossalmente si gridò al complotto). I casi sono due: o l’infermiere ricorda male, come nel caso del cervello, o mente.

– I testimoni scomodi. Plumley parla e mostra le fotografie di 32 persone coinvolte in vario grado nella vicenda Kennedy e che, per lui, sarebbero state uccise o sarebbero morte in circostanze sospette. Suggerendo, insomma, che tutti i testimoni scomodi sarebbero stati eliminati. Una lista che l’autore Jim Marrs ha aggiornato ad addirittura 103 morti misteriose. Un ricercatore del caso Kennedy, il professore universitario John McAdams, ha studiato la vicenda di ciascun personaggio: la conclusione più ovvia è che, nella quasi totalità dei casi, non c’è alcunché di sospetto né nelle circostanze, né nelle tempistiche della morte di personaggi più o meno legati ai fatti di Dallas.

– L’impronta del palmo di Oswald. Plumley suggerisce che quell’impronta non fu mai trovata dagli agenti di Dallas, e che solo dopo la morte di Oswald fu stranamente rinvenuta dall’FBI (da qui, peraltro, la scena surreale mostrata da Oliver Stone del cospiratore che entra nella morgue e imprime l’impronta sul calcio del fucile alzando il braccio destro del cadavere di Oswald). Le prove che incatenano Oswald al Carcano sono tante e tali che non ci sarebbe neanche bisogno dell’impronta, tuttavia la vicenda si svolse diversamente. L’impronta fu rilevata a Dallas dal tenente J. C. Day. Nella sua testimonianza, Day parla di come rilevò quell’impronta. Era un’impronta molto debole. Il guaio fu che l’intromissione dell’FBI nella vicenda creò una situazione poco chiara, che viene ricostruita qui.

Il proiettile che ha causato “solo la ferita al polso”. Plumley mostra il cosiddetto proiettile magico, sottintendendo che mai avrebbe potuto causare sette ferite rimanendo quasi intatto, e un proiettile di confronto che “causò solo la ferita al polso”. Probabilmente Plumley intendeva dire una ferita al polso, non quella al polso del governatore Connally, per la quale non è mai stato presentato un proiettile ad hoc. A parte l’errore nel testo del documentario, è sbagliato anche il paragone: sparare un colpo a distanza ravvicinata produce una forte deformazione della palla. Deformazione che, invece, nel caso di un colpo che ha già trapassato due corpi a una certa distanza non avviene, data la ridotta velocità del proiettile. Un concetto balistico elementare che Plumley evita di spiegare, suggerendo invece il concetto di “buon senso” (ma contraddetto dalla scienza balistico-forense) che per causare sette ferite un proiettile deve danneggiarsi molto più che nel cagionarne una sola.

Tanto dovevo a Plumley, il cui lavoro è senz’altro stato mosso dalla passione ma che, purtroppo, ha contribuito a creare un’opinione falsa e difficilmente scalfibile – stante la forza dei documentari ben montati e costruiti ‘a tema’ – su quanto davvero successe in Dealey Plaza il 22 novembre del 1963. Mi auguro che, nel frattempo, il documentarista inglese abbia cambiato parere.

3 pensieri riguardo “Copia carbone: l’inchiesta Plumley

  • 5 Settembre 2017 in 0:06
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    Non ho ben capito i tempi riguardo ai presunti spari registrati dalla radio della moto di McLain e la voce dello sceriffo Bill Decker, come mai il commento di quest’ultimo inficia la teoria dei 4 colpi? Quella frase lo sceriffo la pronuncia un minuto dopo gli spari e alla fine della registrazione, dunque sembrerebbe tornare tutto. A meno che, presumo, questa frase, si scopre, viene detta all’interno della sequenza. In tal caso ovvio che la sequenza sia falsa. È così? Oppure, sto sbagliando tutto?

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    • 11 Settembre 2017 in 17:42
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      ha ragione, non sono stato molto chiaro. Barber sentì quella frase dello sceriffo che era stata pronunciata un minuto dopo gli spari, e la sentì in corrispondenza dei “crack” che erano stati passati per colpi di fucile. solo che le parole dello sceriffo Decker erano state registrate contemporaneamente anche sul secondo canale audio della polizia. si verificò che la frase di Decker (“Hold everything secure until the homicide and other investigators can get there”) era stata pronunciata ovviamente dopo gli spari (si controllarono i tempi, risultò essere stata detta circa 60 secondi dopo). la sua voce era “passata” anche sul canale uno, quello in cui gli inquirenti avevano deciso che fosse stata impressa la traccia audio della sparatoria. ma non poteva essere così, se quando arrivano i “crack” Decker sta già impartendo istruzioni ai suoi: evidentemente, quei rumori non erano spari.

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  • 9 Gennaio 2015 in 13:15
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    Per Minoli, era un’abitudine costante acquistare un documentario dall’estero e trasformarlo in una produzione originale inserendovi i propri commenti e qualche spezzone ripescato dagli archivi RAI (trucchetto che gli consentiva, tra l’altro, di godere dei diritti d’autore). Bisogna però, per equaminità, riconoscere che al giornalista si deve uno dei pochi canali RAI (RAI storia) che giustifichino il pagamento del canone.

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