Quell’ultimo Kennedy ritrovato

“È come se vi trovaste un telecomando in mano, nel 1963, e passaste di canale in canale. Questo è il mio documentario”.
Tom Jennings

L’unica concessione di Tom Jennings, il celebre filmmaker californiano che ha prestato la sua arte al caso Kennedy, è all’esordio: «Per la prima volta sono stati assemblati filmati locali e nazionali, reportage radio delle stazioni di Dallas e delle radio nazionali». Tutto il resto di The Lost JFK Tapes – The Assassination è assemblato senza interventi esterni, senza voci narranti, senza interruzioni. La massima fedeltà cronologica per riportarci, quasi cinquant’anni dopo, sulla scena del delitto in un crescendo di tensione. Con l’impressione reale, palpabile, per la prima volta, di esserci davvero, di poter ‘sentire’ il respiro di quei giorni, di capire cosa possa mai essere successo in quel weekend che sconvolse la storia del Novecento.

 

 

Jennings non ha chiamato esperti a testimoniare, non ha utilizzato modellini in 3D per spiegare le traiettorie dei colpi di Oswald, non ha cercato cecchini nei tombini o sul terrapieno di Dealey Plaza. Ha semplicemente messo insieme materiale finora spezzettato e alcuni girati quasi sconosciuti, agendo democraticamente (salvo nel caso del celeberrimo filmato di Abraham Zapruder: quello è stato vivisezionato troppe volte, impossibile non rivederlo senza scontare l’imprinting delle proprie convinzioni, meglio tagliarlo). Voci, suoni immagini sono stati scelti con maestria, saltellando dal notiziario nazionale alla piccola radio privata di provincia: ora per ora, Jennings ha dato spazio a chi, in quel momento, stava raccontando più da vicino il dramma di Dallas.

Questi i momenti salienti del programma.

Si comincia con la voce di un reporter che racconta, via radio, dei pericoli corsi da Kennedy: il presidente si ferma troppo spesso, nei suoi giri elettorali e non, a salutare la folla, facendo impazzire la scorta. Si passa, poi, alle riprese private nella sala riunioni dell’hotel Texas di Fort Worth, in una colazione organizzata dalla camera di commercio locale: Raymond Buck, il  presidente, gli regala il classico cappello a tesa larga «per proteggersi dalla pioggia, anche se sappiamo che lei non indossa cappelli». JFK rifiuta di indossarlo, nonostante le insistenze, e lo restituisce a Buck invitandolo, a sua volta, a metterselo. Ma promette:  «Me lo metterò lunedì alla casa bianca, venite a trovarmi e lo vedrete!» Una battuta innocente, che suona già angosciante e sinistra per lo spettatore che sa.

Il reporter riprende a raccontare: per la giornata del 22 novembre è previsto un pranzo nella hall dell’International Trade Mart di Dallas, con annesso discorso, e poi il trasferimento ad Austin per una cena strettamente elettorale: il costo è di 100 dollari a commensale. Ed è l’unica cena di raccolta fondi prevista nel viaggio del presidente nel Texas. Jennings ci fa ascoltare le comunicazioni via radio dell’Air Force One all’atterraggio del volo presidenziale, in arrivo dalla Carswell Air Force base di Fort Worth. I cronisti insistono sulle vast precautions previste dalle forze dell’ordine: poliziotti dappertutto, sui tetti, sulla pista. Il cronista non sa che sta per rivelare un particolare decisivo nella tragedia di Dallas: «Ha smesso di piovere e il cielo si è aperto». Se non fosse successo, se la pioggia avesse continuato a scendere, niente auto scoperta. E, forse, niente attentato.

Jennings utilizza buona parte dei filmati disponibili, eccezion fatta per quello di Zapruder, per mostrare il percorso del corteo dall’aeroporto di Love Field alla Dealey Plaza. Per la svolta della Limousine da Main Street in Houston Street c’è il filmato dell’impiegato delle poste Robert Hughes. Per “lanciare” in maniera più efficace il documentario, Jennings aveva dichiarato: «Ho avuto un tuffo al cuore quando la macchia confusa ha preso la sostanza di un corpo che mi ha fatto gridare: ma quello è Oswald!» In realtà, lo stesso regista aveva specificato che non si trattava di un’immagine nitida, ma solo di ombre. Ombre che, con un televisore di grandi dimensioni e utilizzando la versione restaurata del filmato, Jennings sostiene di aver visto alle due finestre del sesto piano del deposito dei libri pochi secondi prima degli spari: quasi Oswald stesse ancora scegliendo quella dalla quale fare fuoco (1).
Fa un certo effetto vedere l’automobile presidenziale che passa davanti al portone del Texas School Book Depository: è possibile rivivere quei momenti grazie al filmato di Tina Towner, una ragazzina che sostava col padre all’angolo tra Houston ed Elm Street. Gli istanti fatali sono rievocati con le riprese di Orville Nix, il cui girato è il controcampo rispetto al filmato di Zapruder.

Poco dopo mezzogiorno del 22 novembre. Su WFAA TV, emittente texana già in voga negli anni Sessanta, è in onda il tradizionale Julie Bennell Variety Show, un programma per casalinghe. In tutta la sua provinciale umanità, all’ora di pranzo, miss Bennell ospita una giovane signora che descrive un vestito per l’inverno con una zip nascosta sulla manica. All’improvviso la scena cambia: compare Jay Watson, il direttore dei programmi della rete. Dietro di lui un tendone. È terreo, fatica a star fermo, a tener saldo il foglio in mano, anche a parlare.

Buon pomeriggio signore e signori, mi scuserete se sono senza fiato ma circa 10 o 15 minuti fa un fatto tragico, da tutte le indicazioni che abbiamo in questo momento, è successo nella città di Dallas. Fatemi leggere questo… e io… mi scuserete se mi manca il fiato. Un bollettino, arriva dalla United Press da Dallas: “Il presidente Kennedy e il governatore John Connally sono stati freddati da proiettili di assassini nel centro di Dallas. Erano a bordo di un’automobile scoperta quando i colpi sono stati esplosi. Il presidente, il suo corpo si è afflosciato nelle braccia di sua moglie, Jacqueline, è stato trasportato di urgenza al Parkland Hospital.

Più avanti si ritrova Oswald. In uno dei passaggi nei corridoi della centrale di polizia, un cronista gli domanda se avesse usato lui quel fucile trovato al sesto piano del deposito. La risposta in politichese, secca e formale di Oswald è scioccante se si considera che arriva a caldo da un uomo che si è sempre detto del tutto estraneo ai fatti, quasi un passante acciuffato per caso e incolpato del delitto del secolo: «I don’t know what dispatches you people have been given but I empathically deny these charges (Non so quali indiscrezioni vi siano state date ma respingo con fermezza queste accuse)». Anche qui Jennings centra l’obiettivo: far rivivere l’atmosfera che si viveva in quelle ore a Dallas. Sconcerto, confusione, stordimento. E questo Lee Harvey Oswald, che qualche cronista insiste a chiamare Lee Harmon, le cui reazioni lasciano sbigottiti. Diventa chiaro a tutti in pochissimo tempo che, solo o meno, Oswald c’entra con la morte di Kennedy. Altro che complotti internazionali, inflitrati della CIA, servizi deviati: dalle scene nel piazzale del pronto soccorso, dove si cerca di organizzare un minimo di sicurezza per un Lyndon Johnson vicino allo svenimento, alle riprese degli ospiti in inutile attesa al Trade Mart, tenuti informati dall’affranto J. Erik Jonsson, il fondatore della Texas Instruments («Non sono sicuro di riuscire a dirvi quello che sto per dirvi, mi sento come uno dei nostri soldati a Pearl Harbour»). Sembra tutto – anzi, tutto è – affannosamente improvvisato.

Si assiste al dramma di quel profondo Sud dove il capo della polizia, l’anziano e stravolto Jesse Curry, l’ingessato ma chiaramente scioccato procuratore distrettuale Henry Wade e tutti i rappresentanti politici locali gestiscono – malamente – una situazione palesemente più grande di loro. Buona parte degli equivoci e degli appigli usati, poi, da chi sostiene una cospirazione arrivano proprio da frasi, scivolate, rettifiche frutto di una sincera incapacità nel gestire l’enormità degli accadimenti, non di un maldestro tentativo di coprire i veri assassini di Kennedy.

I giorni successivi, col triste tentativo di tornare a un’impossibile normalità, vengono raccontati da Jennings nello stesso modo: scegliendo gli spezzoni più pregnanti. Il primo discorso di Johnson al Congresso, i preparativi per il funerale, l’attentato di Ruby a Oswald che, mostrato nella sua interezza, con Ruby che gironzola per la centrale di polizia “perché tutti lo conoscono”, come il classico imbucato e ammanicato che in tutti i paesi, in tutte le città si può facilmente trovare, chiarisce quanto sia stato frutto del caso e non di un’altra macchinazione.

Non c’è niente di nuovo, non c’è Oswald col fucile in mano, non troverete notizie mai scovate. Eppure questo lavoro di Tom Jennings ha tutta l’aria di essere tra i più importanti nella ricerca della verità. Vi consiglio di non perdervelo.

(1) Ho osservato più volte lo spezzone del filmato riportato da Jennings, su supporto DVD e con uno schermo da 50 pollici. Sinceramente? Non ho visto alcunché.

2 pensieri riguardo “Quell’ultimo Kennedy ritrovato

  • 5 Settembre 2010 in 20:52
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    Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Grazie per i commenti al documento, che mi trovano sempre più convinto che non vi fu alcun complotto o, per meglio dire, nessun complotto come quello che viene portato avanti da moltissime tesi da decenni. Per tanto tempo ho pensato anch’io che le numerose ombre che avvolgono (forse sarebbe meglio dire, avvolgevano) i fatti del 22 Ottobre 1963 non potevano che essere generate da diverse persone e organizzazioni che volevano liberarsi di JFK, e mi soprendo ora nel dover constatare che con tutta probabilità, fu tutto opera di un singolo individuo.

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