Testimoni in cerca di un palco

Alcuni sedicenti testimoni del caso Kennedy si sono distinti per fantasia e scarsa attendibilità delle loro dichiarazioni, spesso mutevoli nel corso del tempo. Ecco chi sono.

 

La cosiddetta Babushka Lady

Beverly Oliver. Questa signora, di mestiere ballerina nel locale a fianco del Carousel Club di Jack Ruby, molto probabilmente non era neanche in Dealey Plaza il 22 novembre 1963. Sette anni dopo l’attentato, se ne venne fuori sostenendo di essere la famosa Babushka Lady, la signora inquadrata da Abraham Zapruder, Orville Nix e altri due involontari cameraman dell’assassinio, Marie Muchmore e Mark Bell, nelle loro carrellate. Nonostante le ricerche, questa spettatrice del corteo non era mai stata identificata. Ed era un peccato, perché questa donna stava chiaramente filmando il passaggio del presidente. La signora Oliver sostenne di aver consegnato il suo filmato a un agente dell’FBI, Regis Kennedy, che non glielo restituì mai. Emerse, dalle indagini, che in quei giorni l’agente  Kennedy non era neanche a Dallas, ma a New Orleans per un lavoro. Non esiste un solo riscontro alle affermazioni della Oliver: prima di tutto, al momento della sparatoria era minorenne, mentre corporatura e abbigliamento suggeriscono che si trattasse di una persona adulta. Sostenne di aver filmato il corteo con una cinepresa che, nel 1963, non era ancora prodotta. Raccontò, poi, che aveva deciso di filmare il corteo vicino a un padre col suo bambino, mentre Charles Brehm (il padre col bambino) testimoniò che lui e il figlioletto stavano camminando nel prato e raggiunsero la loro postazione correndo, appena in tempo per veder passare Kennedy. Negli anni successivi, la Oliver aggiunse altri particolari: disse di aver conosciuto Jack Ruby, che Ruby le presentò Lee Oswald, che vide David Ferrie in compagnia di Ruby e Oswald.

Charles Crenshaw

Charles Crenshaw. Il dottor Crenshaw era un medico del Parkland Memorial Hospital, le cui parole furono riprese e pubblicizzate da un ricercatore complottista della prima ora, l’avvocato Mark Lane. Crenshaw scrisse addirittura un libro (JFK, conspiracy of silence) nel quale asserì di avere avuto un ruolo centrale nell’inutile soccorso a Kennedy morente, sostenne l’evidenza di ferite frontali e accusò i colleghi di aver coperto la congiura per paura di ritorsioni. Le dichiarazioni del medico erano così forti che il New York Times lo rintracciò nel 1992 per intervistarlo: curiosamente, Crenshaw fece un passo indietro, sostenendo che i due curatori del suo libro, Jens Hansen e J. Gary Shaw, “si erano presi delle licenze poetiche”. Nella stessa intervista, ammise che il suo ruolo nel soccorso a Kennedy era stato “minoritario”, anche se nullo sarebbe stato un aggettivo più calzante. A un’attenta verifica dei fatti, le dichiarazioni di Crenshaw non reggono. A smentirlo sono innanzitutto tutti gli altri medici che tentarono davvero di soccorrere il presidente. I chirurghi che più di adoperarono sul corpo di JFK, i dottori Charles Carrico e Malcolm Perry, i medici Jenkins, McClelland, Baxter, ebbero sempre parole di sdegno e di sconcerto nei confronti di Crenshaw, da quando erano venuti a sapere che il loro collega li aveva accusati di cospirazione senza che fosse mai stato coinvolto nelle operazioni di rianimazione del presidente. La fantasia di Crenshaw, molto probabilmente frustrato per non aver avuto il suo quarto d’ora di celebrità nell’assassinio del secolo, si allargò alla morte di Lee Oswald. Riuscì a sostenere che fosse giunta una telefonata del presidente Johnson in ospedale, il quale avrebbe preteso venisse raccolta una confessione in punto di morte da parte di Oswald per chiudere il caso. La commissione Warren interrogò, a cascata, i medici che operarono su Kennedy e il personale che ebbe un ruolo nei fatti: infermieri, portantini, addetti alle sale. Crenshaw non fu sentito perché nessuno di costoro lo citò mai, se non di sfuggita. Quasi tutti i presenti nella Trauma Room One neanche ricordavano di averlo visto. Era sì presente nell’ospedale, al momento dell’arrivo dell’auto presidenziale, ma non aveva avuto alcun ruolo operativo. Sicché, con scarso senso della vergogna, decise di inventarselo. Nel 2001 scrisse un altro libro, intitolato grottescamente Trauma Room One; dopo qualche mese, morì per cause naturali. Aveva 68 anni ed era malato da tempo.

Paul K. O’ Connor e Jerrol F. Custer. Entrambi erano assistenti nel reparto di patologia della Bethesda Naval School, dove venne condotta l’autopsia sul corpo del presidente Kennedy. Nel 1978 l’HSCA sentì O’ Connor, che non disse alcunché di sospetto. Solo a partire dal 1980, dopo aver conosciuto e parlato con David Lifton (uno degli autori complottisti più estremi, sostenitore della teoria dell’operazione chirurgica durante il volo verso Washington per alterare il corpo del presidente) cominciò a sostenere che la bara sulla quale Kennedy era stato caricato a Dallas era diversa da quella che arrivò a Bethesda. Nel 1986, nel corso del famoso “processo in tv” intentato a Lee Oswald, il signor O’ Connor rimase sulle stesse posizioni.

 

O’ Connor sostenne che il cervello del presidente mancava quasi del tutto e che c’era “un buco” nella parte posteriore del cranio. Disse che l’asportazione del cervello, in realtà, non fosse mai avvenuta. Vincent Bugliosi, rappresentante della pubblica accusa, gli chiese come mai improvvisamente, e soltanto dopo anni, si fosse deciso a raccontare questa storia. L’infermiere rispose che non aveva parlato perché nessuno gli aveva fatto domande in merito, poi aggiunse che, fino al 1978, era stato costretto a obbedire agli ordini per paura che gli succedesse qualcosa. Jerrol Custer era un tecnico radiologo: anche per lui, la conoscenza di Lifton rappresentò il giro di boa. Improvvisamente prese a sostenere che la ferita di Kennedy era “un buco” nella parte posteriore del cranio nel quale, volendo, avrebbe potuto “inserire entrambi i pugni”. Quando gli fecero osservare i raggi X del cranio di Kennedy, che sconfessavano questa ipotesi, la risposta di Custer fu che sicuramente erano stati sostituiti con quelli di qualcun altro.

Ed Hoffman era un signore sordomuto che raccontava di aver visto, dopo gli spari, due uomini sul poggio erboso passarsi un fucile, smontarlo e metterlo in una custodia per poi allontanarsi indisturbati. Il tutto, in un punto che si trovava sotto gli occhi di tutti i ferrovieri e i poliziotti presenti lungo il parapetto del cavalcavia. Il signor Hoffman compare solo anni dopo i fatti: contattò l’FBI nel 1967 e affermò, in una prima versione, di aver visto due uomini correre dal retro del deposito. Gli inquirenti verificarono le sue affermazioni e si resero conto che, dalla sua posizione, la staccionata ostruiva la visuale del retro dell’edificio. Hoffman cambiò quindi versione, sostenendo di aver visto i due uomini all’estremità della staccionata ma due impiegati del deposito, James E. Romack e George W. Rackley, stazionavano sul retro e non videro nessuno uscire da lì. Il poliziotto Earle Brown, che stazionava all’estremità del cavalcavia della Stemmons Freeway, affermò che nel punto in cui Hoffman sosteneva di aver sostato, non aveva visto nessun uomo in borghese. Non solo: i poliziotti Eugene Moore e Joe Murphy, anch’essi di guardia nei pressi del punto in cui Hoffman disse di aver sostato, affermarono di non averlo visto. Un’indagine del ricercatore Jim Moore, relativa alla posizione di Hoffman, appurò che egli non avrebbe potuto vedere da quel punto ciò che avveniva sul poggio erboso perché la sua visuale, a quella distanza, era ostruita da cartelloni pubblicitari e stradali. Sia i parenti che i colleghi di lavoro di Hoffman affermarono di non aver avuto rivelazioni da lui subito dopo l’attentato e ne misero in dubbio l’attendibilità, conoscendone il carattere fantasioso. Hoffman cambiò più versioni della sua testimonianza nelle deposizioni all’FBI del 21 e 28 marzo 1977, nonché in un’intervista televisiva del 1986 (che vedete nel filmato in testa a questo articolo). Hoffman morì nel 2010. [grazie a Diego Verdegiglio per la consulenza su Hoffman]

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